Kate Bush: 50 Words For Snow

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L’ultimo lavoro di Kate Bush, 50 words for Snow, trova qui posto per una serie di ragioni. Prima di tutto è una sorta di concept album dedicato alla neve e, come tale, canta atmosfere invernali, dai colori spenti ma dalle infinite suggestioni; inoltre è un autentico concentrato di pensosa malinconia. L’eterea, elfica Kate Bush degli anni 80 è a riposo da un bel po’, ormai, e sembra aver chiuso i conti con il passato con il Director’s Cut dei primi del 2011, che presenta semplicemente delle versioni riviste ed aggiornate di classici del suo periodo d’oro ed è quindi di esclusivo interesse per i fans abituali. Ora abbiamo invece sette nuovi brani, alcuni molto lunghi, strutturati in modo estremamente lineare e con testi squisitamente poetici, a suggerire il mondo misterioso in cui questa artista dalla personalità forte e fragile insieme si muove da sempre. I primi tre pezzi, “Snowflake”, “Lake Tahoe” e “Misty”, sono lenti e scarni, basati quasi esclusivamente su voce e piano; nel primo si sente cantare anche il figlio di Kate, Bertie, di soli 13 anni: lei stessa ha precisato di aver scritto il brano apposta per la sua voce che, pura ed infantile com’è, avrebbe ben potuto evocare l’effetto della caduta della neve. Il risultato è pregevole, la scelta, magari, eticamente discutibile. Con “Wild Man”, l’atmosfera si vivacizza in direzione rock, e richiama lo stile della Bush che conosciamo meglio: infatti il pezzo è stato scelto come singolo, l’arrangiamento si fa più ritmato ad accompagnare l’incontro con l’uomo delle nevi, appunto il ‘selvaggio’ che tutti temono. In “Snowed in at Wheeler Street” vi è un memorabile duetto con Elton John, del quale la cantante pare sia grande ammiratrice; non è l’unica ‘ospitata’ dell’album, ma sicuramente la più ‘illustre’. C’è da dire che la pop star inglese si adegua mirabilmente allo stile della Bush e canta in una tonalità grave ed appassionata che lo rende quasi irriconoscibile. Nella title track, l’unico pezzo quasi buffo, il famoso attore ed autore Stephen Fry pronuncia cinquanta presunti sinonimi della parola neve su una base melodica lievemente scandita: episodio gradevole ma tutto sommato non troppo significativo. L’ultimo brano, invece, “Among angels”, ricrea l’atmosfera iniziale: piano minimale, voce seducente ed arcana, in pratica una suggestione alla David Sylvian con il fascino di una songwriter senza tempo.

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