Nicola Lombardi: “I ragni zingari”

0
Condividi:

I ragni zingari di Nicola Lombardi è un breve romanzo horror (o racconto lungo) ambientato in un periodo storico cruciale: ci troviamo infatti in Italia all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943. L’autore ha un solido background alle spalle: oltre ad alcune antologie di racconti ha infatti partecipato alle attività del negozio ‘Profondo Rosso’ di Dario Argento, scrivendo anche i romanzi dei film Profondo Rosso e Suspiria editi da Newton Compton. Il libro parla della vicenda di Michele, un soldato appena rientrato dall’Albania, che è ritornato dalla sua famiglia ma l’atmosfera che vi trova è surreale e malata: il fratellino Marco è sparito e il bizzarro zio alcolista Berto vive in un mondo tutto suo, giustificando la tragica scomparsa con la favola nera dei ragni zingari; la madre e la sorella sono a loro volta sconvolte dall’ansia. Sullo sfondo è ancora fortemente presente lo spettro della guerra: la popolazione è spaventata e sui monti cerca rifugio dalle divisioni tedesche stanziate in Italia, pronte a compiere devastazioni e rappresaglie. In questo contesto, dove l’incertezza e la paura regnano sovrane, la leggenda fantastica dei ragni zingari che escono dagli specchi è fonte di terrore e confonde la percezione del reale di Michele nella sua ricerca disperata del fratello. Le atmosfere del libro richiamano alla mente le ambientazioni di Eraldo Baldini e le sue cupe vicende gotiche in cui, all’interno di collettività rurali, vengono nascosti terribili segreti di cronaca nera ma certo vi si percepisce anche Stephen King, per la capacità di sviluppare il terrore da situazioni quotidiane. L’opera è scorrevole e ben scritta; man mano che si procede nella lettura, ci si ritrova sempre più coinvolti: la soluzione della storia sarà infine sorprendente e tremenda allo stesso tempo. Buona risulta la caratterizzazione psicologica dei personaggi, in particolare di Michele e dello zio Berto. Anche il clima cupo e fosco di incertezza e sgomento di quel particolare momento storico è reso in maniera molto efficace, uno sfondo su cui si innesta opportunamente l’elemento orrorifico.

I ragni zingari  si pone, in sostanza, fra la storia fantastica e il realismo rurale e non mancherà di suscitare brividi nel lettore. Il volume è edito dalle Edizioni XII e, assieme al recente Malapunta di Morgan Perdika/Danilo Arona e al Il Grande Notturno di Ian Delacroix, mi sembra uno dei migliori titoli del catalogo di questa casa editrice per quanto concerne gli autori italiani.

Anche la copertina, opera come consuetudine degli artisti di Diramazioni, è splendida e rende appieno l’atmosfera che si respira nelle pagine del racconto. Il volume può essere acquistato sul sito delle Edizioni XII (http://eshop.xii-online.com/store/index.php ).

Nicola Lombardi “I ragni zingari” – Edizioni XII – pagine 145 – Euro 11,50

Nicola Lombardi, che i lettori ‘storici’ di Ver Sacrum già conoscono, ha gentilmente acconsentito a rispondere ad un paio di nostre domande:

Ci puoi parlare della genesi de I Ragni Zingari? Come mai hai scelto questo periodo storico – l’Italia dopo l’armistizio del ’43 – per l’ambientazione, peraltro a mio avviso veramente ben riuscita, della storia?

La scelta dell’ambientazione storica mi è stata dettata dalla natura stessa del racconto. Un fattore ineluttabile, sempre presente, nella trama de I Ragni Zingari, è l’insicurezza. Non ci sono certezze, per nessuno; i contorni stessi del mondo appaiono confusi, decidere che cosa fare è un’opzione problematica. In pratica, i personaggi procedono come se si trovassero al buio, brancolando. È da questa constatazione che sono partito per individuare una cornice storica in cui tali caratteristiche risultassero macroscopiche, senza andare troppo lontano; uno dei tanti momenti storici in cui il mondo intero è scivolato sull’orlo della più disperante insicurezza. Nei giorni successivi all’armistizio, com’è noto, in Italia si guardavano tutti quanti intorno con aria smarrita, interrogandosi inutilmente sul da farsi, sulle direzioni da prendere. Anche oggi, se è per questo, ma non usciamo dal seminato. Se poi vogliamo risalire ancora più a monte, per quanto riguarda la genesi del romanzo, posso dirti che tutto è partito dal titolo. Mi hanno sempre stuzzicato i palindromi, e questi ragni zingari mi si sono attaccati al cervello fino a quando non ho tessuto una storia attorno a loro. Come una ragnatela.

Come mai hai deciso di pubblicare due romanzi tratti dai film di Dario Argento Profondo Rosso e Suspiria? Sei soddisfatto del risultato?

Be’, non è che sia stato io a decidere di farlo, naturalmente. I due lavori mi sono stati commissionati da Luigi Cozzi per conto della Newton & Compton, all’epoca in cui lavoravo con lui al ‘Profondo Rosso’ di Roma, la Bottega degli Orrori di Dario Argento. Il primo progetto consisteva nel riproporre un testo ormai introvabile, Profondo Thrilling, una raccolta delle versioni romanzate dei primi tre gialli di Argento scritte da Nanni Balestrini, con l’aggiunta di Profondo Rosso e Tenebre. Mi è stato chiesto se ero disposto a occuparmi del primo, nonostante i tempi fossero abbastanza stretti, e ovviamente mi ci sono tuffato con entusiasmo. (Per inciso, ho scelto di non avvalermi della sceneggiatura, e armato di videoregistratore e telecomando ho trascritto interamente e fedelmente i dialoghi). Successivamente, vista la buona accoglienza ricevuta dal libro, la Newton ha messo in cantiere un sequel, se vogliamo, ovvero una raccolta di novelizations tratte dai film argentiani più apertamente horror. Il titolo in questione era “Terrore Profondo”. In questo secondo caso ho chiesto espressamente che mi venisse affidato Suspiria, da sempre il mio ‘cult-movie’, delirante, onirico, inarrivabile. Stesso metodo, stesso divertimento. (Gli altri autori, per la cronaca, sono Cozzi, Giovannini, Brando e Tentori). A differenza di Profondo Rosso, con Suspiria ho avuto più tempo a disposizione, per cui se devo essere sincero sono più soddisfatto di quest’ultimo lavoro. Se dovessi riproporre il romanzo di “Profondo Rosso” oggi credo che lo allungherei di una buona metà.

Fai parte del movimento neo-noir. Ritieni che attualmente in Italia l’horror stia crescendo? C’è a tuo avviso qualche nuovo nome interessante in questo ambito?

Esistono ancora i neo-noir? È un po’che non se ne sente parlare… Per chi non lo sapesse, il movimento nasce a Roma nei primi anni Novanta per volontà del grande Fabio Giovannini, ed è stato molto creativo e stimolante incontrarsi diverse volte nei locali più disparati (anche nei sotterranei del “Profondo Rosso”, dove è allestito il Museo degli Orrori) per preparare antologie e scambiarsi opinioni in merito allo stato di salute della narrativa nera in Italia. Tanti anni sono trascorsi, e ognuno dei partecipanti a quel movimento (che poi movimento non voleva essere) ha preso la propria strada, in assoluta autonomia, producendosi in qualsivoglia ‘nefandezza’ letteraria. Mi chiedi se oggi in Italia l’horror sta crescendo? Guarda, onestamente faccio fatica a dire se sia in fase di sviluppo, di stasi o di regresso; posso comunque constatarne la resistenza, e l’ammirevole tendenza a rinascere come una fenice ogni volta che qualcuno si azzarda a strombazzarne le esequie. Nomi nuovi e brillanti sulla piazza nostrana ce ne sono, ben decisi a rivendicare i propri spazi accanto ai guru che tutti conosciamo. Mi piace molto Samuel Marolla, ma anche David Riva, Daniele Bonfanti, Barbara Baraldi, solo per citarne alcuni. E c’è naturalmente il visionario Luigi Boccia, attualmente direttore della rivista “Weird Tales Italia”, con cui ho appena pubblicato a quattro mani La notte chiama e altre storie per le edizioni Dark House.

In passato hai scritto per la mitica versione cartacea di Ver Sacrum un articolo sui mostri nella letteratura horror. Vi era in particolare una tua frase, “Il tempo dei mostri non è certo finito”, che mi aveva colpito: lo pensi ancora? Come ti poni rispetto alla tradizione ‘horror’ di cui hai con tanta competenza parlato allora?

Direi proprio che il tempo dei mostri non è finito, anzi! Più passa il tempo e mi guardo attorno, e più mostri vedo. Basta accendere la televisione, basta aprire un quotidiano. Sta diventando labile la differenza fra i mostri di cui certa letteratura si pasce e quelli che ci camminano al fianco. L’arte imita la vita. E l’immagine che la narrativa horror rielabora e ci rimanda è la nostra, oggi più che mai. Ricordi L’estraneo di Lovecraft? C’è la paura di guardarsi allo specchio!

In merito alla tradizione horror, io sono cresciuto – stilisticamente, tematicamente – nutrendomi di tutti gli archetipi che letteratura e cinema mi hanno offerto. È alla tradizione che attingo immancabilmente quando devo dare un aspetto ai miei incubi per condividerli, e per questo potrei essere considerato per certi versi un conservatore. Magari un po’ ‘all’antica’, seppur detto con ironia.

Ci puoi brevemente accennare ai tuoi progetti futuri?

In questo periodo mi sto occupando della traduzione di racconti e articoli per riviste come “Weird Tales Italia” e “Rue Morgue”, parallelamente alla traduzione di un lungo saggio di Emmanuel Velikowsky, Edipo e Akhenaton, che dovrebbe uscire per le edizioni Profondo Rosso di Luigi Cozzi. C’è poi un nuovo romanzo che faticosamente sta prendendo forma, una vicenda decisamente sinistra che prende il via da un efferato episodio di cronaca (inventato) avvenuto nei primi anni Settanta e che ancora oggi infetta le menti di coloro che ne sono usciti apparentemente indenni. Spero di portarlo a termine in tempi umani: la mia puntigliosità nello scrivere si risolve poi sempre in una deprecabile lentezza!

Condividi:

Lascia un commento

*