Gianfranco Manfredi

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La storia di Gianfranco Manfredi attraversa tanti decenni di cultura nazionale, esprimendosi in quei generi che l'”Intellighenzia” nostrana magari ha sempre guardato dall’alto in basso (la letteratura noir, il fumetto, la musica, il cinema popolare, finanche la televisione) ma che spesso – di certo nel suo caso – hanno prodotto prove non solo di grandissima qualità ma soprattutto originali. Abbiamo conosciuto e amato Manfredi per i suoi romanzi “gotici”, che grazie all’opera della casa editrice Gargoyle sono di nuovo al centro dell’attenzione del pubblico italiano. In questa lunga intervista abbiamo soprattutto parlato di letteratura mentre – e ci scusiamo per questo con l’autore – non abbiamo dato sufficiente spazio ad altre sue esperienze artistiche, in particolare, se non marginalmente citando Shanghai Devil in edicola in questi giorni, alle sue interessanti opere in ambito fumettistico. Poniamo qui rimedio per citare la sua collana regolare Magico Vento e soprattutto la stupenda mini-serie Volto Nascosto, che ha raccontato in modo avvincente e misterioso la disastrosa avventura coloniale italiana in Eritrea della fine dell’800. Ne discuteremo un’altra volta, magari in occasione della pubblicazione del suo prossimo romanzo, perché è certo, in queste pagine parleremo sempre e volentieri di Gianfranco Manfredi.

Intro

I tuoi lavori si sono sempre distinti per lo stile ricco e il linguaggio estremamente curato, che hanno decisamente ridato dignità letteraria a un genere quasi sempre sottovalutato per questo aspetto. Quanto è importante per te l’operazione di scrittura?

Moltissimo. A volte esagero. Per esempio nel racconto lungo “Summer of Love” che ho aggiunto alla ristampa Gargoyle del mio Ultimi Vampiri, avendo in testa di scrivere un tipico pulp, e avendo notato che nei pulp dell’epoca d’oro gli scrittori eccedevano in eufoniche anche a sproposito, ci ho infilato apposta una quantità di ed, ad eccetera. Devo ancora imparare a guardarmi da questi eccessi di stilismo. Soprattutto quando scrivo romanzi storici io tendo a immedesimarmi totalmente nell’epoca e nella letteratura del periodo, per cui a volte disoriento i lettori con costruzioni sintattiche desuete. Il punto è che facendo anche lo sceneggiatore, quando scrivo romanzi mi prendo ogni genere di libertà stilistica. Da lettore poi, i romanzi scritti con uno stile piatto e sbrigativo da sceneggiatura, non li sopporto proprio. Preferisco rifugiarmi in romanzi che oggi nessuno più legge. Di recente mi sono letto I misteri di Udolpho e L’Italiano di Ann Radcliffe (due opere straordinarie e fondative, oggi del tutto ignorate anche dagli appassionati) e una quantità di romanzoni di un gigante come Walter Scott oggi colpevolmente dimenticato. Adoro il modo di scrivere tipico di epoche che non conoscevano il cinema e che dunque spremevano dal linguaggio ogni sfumatura possibile e non riducevano i plot a mera meccanica.

Le tue opere, in particolare quelle più recenti, sembrano nascere da un certosino lavoro di analisi, raccolta e studio delle fonti. Ti senti più a tuo agio nel calare i fatti che racconti in contesti storici ben strutturati e definiti?

Più che i fatti, sono i personaggi che mi interessano e non riesco a raccontare bene un personaggio se non mi figuro dove abita, cosa mangia, come veste, come sono le sue giornate di lavoro, quale musica sente, quali letture ha fatto, cioè in quale contesto vive. Non sopporto i personaggi storici che vivono parlano e si comportano come nostri contemporanei. Per cui gran parte delle mie ricerche sono relative alla Storia della vita quotidiana.

Su Magia Rossa e su Ultimi Vampiri

Magia Rossa ha rappresentato un modo originale e unico di fare narrativa fantastica contemporanea, ambientato com’è negli anni (post) movimento delle cui atmosfere, tensioni e ispirazioni è pregno. Come venne accettato all’epoca e come è stata accettata in seguito la sua ristampa su Gargoyle a quasi 25 anni dalla prima edizione del romanzo?

All’epoca fece sensazione perché quel romanzo raccontava (anche) una generazione che dalle lotte sociali del suo recente passato, sprofondava nel riflusso oppure paradossalmente in un passato ancor più remoto e cadaverico, da autentici “morti viventi”. Difficilmente questo aspetto poteva venire colto oggi con lo stesso impatto, ma la validità dell’impianto resta e lo stile con cui scrissi quel romanzo era abbastanza premonitore: rapido, zeppo di eventi, con dialoghi che mescolavano riflessioni ardite e parlate quotidiane “non letterarie”.

Negli anni ’70 e ’80 all’horror veniva data una connotazione “di destra”: il tuo romanzo invece ha proposto un modello di chiaro orientamento a sinistra. Com’è nata l’idea del romanzo e come hai deciso di dargli questa interessante lettura politica?

Marx irrideva la distinzione tra destra e sinistra, scrisse che l’unica cosa che conta è la direzione in cui si va. Cos’è a destra e cosa a sinistra dipende dalla direzione che si prende, cioè dal movimento, e per Marx il comunismo non era certo un regime, ma “il movimento concreto di abolizione dello stato di cose presente”. Quelle due parole intese invece come schieramento non sono altro che la disposizione statica delle forze politiche istituzionali nelle aule parlamentari. A me il Parlamento non interessa molto. Sono da sempre anarchico. Voto lo stesso perché preferisco che al governo ci stiano i riformisti che i reazionari, però sto bene attento a non farmi inquinare il cervello da distinzioni che ben poco hanno a che fare con la situazione sociale concreta e con le scelte di vita delle persone. La letteratura gotica, quella del terrore e poi l’horror contemporaneo, trattano temi profondi, primo fra tutti quello della Morte, che non è cosa collocabile “politicamente”, ma trasversale. So bene che qualche anima bella della sinistra storicista ha sempre diffidato, come i cattolici del resto, di una letteratura che parla del lato oscuro, ma questo atteggiamento di ripulsa rinnega la vera storia culturale della sinistra sociale. Il giornale satirico dei socialisti (all’epoca di Filippo Turati) si chiamava Il Cadavere e aveva per simbolo uno scheletro vestito da dandy. Se a certi intellettuali della sinistra istituzionale e borghese queste cose non piacciono, sono fatti loro, ma di sicuro non possono dare lezioni. Sembrerà strano che io polemizzi (ancora?) con i “borghesi”. E’ bene specificare che intendo riferirmi al ceto medio, al gusto medio, a quella mediocre ipocrisia che oggi costituisce il tessuto sensibile del pubblico massa. Trattasi di quella gente che se gli dici: “andiamo a vedere un film violento?” risponde con una smorfia di disgusto. Se gli dici : “andiamo a vedere un film d’azione?” , dicono sì tutti contenti. Non è la cosa che conta, ma il modo di nominarla. “Thriller” fa più fico di “Horror”. Dopodiché qualsiasi film d’azione contiene dosi massicce di violenza esasperata e qualsiasi thriller situazioni splatter. Così insomma… ho detto borghesi, ma intendo conformisti, ipocriti e sepolcri imbiancati, senza distinzioni di classe o di livello culturale. Di questa gente ridonda sia la destra che la sinistra.

Dall’epoca di Magia Rossa a oggi la tecnologia (la “macchina”) è diventata sempre più pervasiva nella nostra società: parafrasando un momento del tuo libro, sembra ora che “la macchina abbia trionfato”. Che ne pensi? Avresti immaginato un simile futuro quando hai scritto il romanzo?

La macchina è in pezzi. Lawrence (l’autore della profezia) aveva ragione. Ogni opera di fantasia (non solo i romanzi) in quanto visionaria è anticipatoria. Attualmente molti giovani si sono stupiti riscoprendo una mia canzone degli anni ’70 intitolata “La crisi” e che pare parlare di oggi. Questo genere di omaggi tardivi a quello che ho scritto in passato, naturalmente da un lato mi lusinga, dall’altro mi fa arrabbiare perché mi chiedo come mai ci voglia tanto tempo per capire le cose e come mai le cose stesse cambino così lentamente. Preferirei che si guardassero nella stessa prospettiva anticipatoria le cose che sto scrivendo adesso, per esempio la mia serie a fumetti Shanghai Devil ambientata nella Cina della Rivolta dei Boxer, ma che riguarda anche questo nostro tempo e il futuro che ci attende. Se continuiamo a non renderci conto, da occidentali, dell’importanza della Cina, della sua cultura e del suo popolo nel mondo moderno, ci arrendiamo alla cecità rispetto alle prospettive del mondo contemporaneo. I romanzi, la musica, il cinema, dovrebbero attrezzarci fin da ragazzini al mondo che viviamo e a quello che ci attende domani, se invece si limitano a raccontarci l’attualità dell’istante, condannano se stessi e noi pubblico a un effimero del tutto sterile e al fondo depressivo.

Ultimi vampiri è una raccolta di racconti a tema in cui, utilizzando punti di vista e stili differenti, hai dato un’interpretazione originale della figura del vampiro, visto come un reietto perseguitato dalla società e quasi un simbolo dell’innocenza calpestata. Come nacque in te l’idea di quest’opera?

Ho sempre concepito il vampiro come il diverso per eccellenza. Quando scrissi quel romanzo, al principio mi dicevano “sbagli perché dei vampiri non frega più niente a nessuno”. Il romanzo invece andò subito in classifica e la Feltrinelli che lo aveva pubblicato si trovò impreparata: i suoi venditori avevano decretato pollice verso e dunque le stampe erano state abbassate per prudenza, col risultato che il libro andò subito esaurito e venne ristampato soltanto tre o quattro mesi dopo (in mezzo c’era stato il periodo natalizio). Più di recente quando decisi di tornare ai vampiri con Ho freddo su prezioso input di Paolo De Crescenzo della Gargoyle, altri amici editori mi dissero di nuovo: “Ma sei sicuro? Guarda che dei vampiri non frega più niente a nessuno”. Dopodiché si è verificato l’effetto Meyer. Morale: se un autore si piega alle correnti concezioni editoriali di cosa funziona, di solito finisce per scrivere qualcosa che non funziona.

Nella “Extended Version” di Ultimi Vampiri, stampata anch’essa per Gargoyle, è presente il racconto “Consunzione” che anticipa i temi del tuo romanzo Ho freddo. Come è nato in te l’interesse per queste tematiche?

In Ultimi Vampiri avevo considerato in modo troppo marginale il tema dei Malati. In Ho freddo le mie vampire sono quelle storiche, non quelle del mito. E quelle vampire erano delle giovani donne malate di tubercolosi. La figura del malato, mi sono reso conto, incarna più di ogni altra la diversità e l’esclusione.

L’altro racconto “bonus” della “Extended Version” è “Summer of Love”, ambientato nella California degli anni ’60 fra le comunità hippie sataniche celebri in negativo a causa delle vicende di Charles Manson. Come è nata l’idea di questo racconto?

Leggendo i romanzi vampirici di Anne Rice mi ero reso conto di quanto fossero radicati nella controcultura hippie californiana. Eppure questo tema non affiorava con prepotenza, era più che altro una pre-condizione. Così mi sono messo in testa di esplicitarlo, anche perché negli ultimi anni sono stato spesso in California dato che mia figlia maggiore vive là. Certe cose che prima nella mia testa erano soltanto un sospetto, e cioè che sotto la sbornia di “pace e amore” covasse anche dell’altro, di assai meno edificante, si sono precisate meglio sui luoghi, a San Francisco anzitutto. Adesso sono appena tornato da Los Angeles e caso strano mi sono ritrovato ospite in una casa di Bel Air, non lontana dal luogo della strage della Famiglia di Manson, che avevo rievocato anche prima di “Summer of Love”, in uno stravagante romanzo scritto anni fa (Nelle tenebre mi apparve Gesù). La casa in cui sono stato era bella, in uno scenario naturale davvero favoloso. Ci si poteva entrare facilmente anche senza chiavi: gli americani si fidano, non si barricano. Questo è l’aspetto positivo del loro modo di vivere. Poi, di notte, subivamo i lunghi e rumorosissimi passaggi e stazionamenti di un elicottero della polizia che esplorava le colline alla ricerca di un piromane che incendiava le auto parcheggiate fuori dalle case (e lì è un bel problema perché le fiamme possono diffondersi molto rapidamente). Non so se l’abbiano beccato, il maniaco. Ma se ti piacciono l’amore, la pace, la libertà e la tolleranza, devi accettare anche il rischio dell’esperienza contraria.

Su Ho freddo e Tecniche di resurrezione

In Ho freddo, un romanzo che è una sorta di viaggio a ritroso alle origini della mitologia dei non-morti, dai un’interpretazione – per così dire – storica e antropologica del vampiro. Come spieghi il fatto che questa moda del “non morto” nella letteratura e nel cinema, che dura ormai da qualche anno ed è stata ampiamente sfruttata, non accenni ancora a diminuire? Quale tasto sensibile della natura umana va a sfiorare?

Al centro c’è la paura della morte e di qualcosa di più temibile della morte (come scrisse Bram Stoker) e cioè la morte che ritorna, la morte eterna (esatto contrario del mito cristiano della vita eterna), ma più esattamente la morte come condizione permanente di vita, cioè presente in ogni istante della vita. Questo timore pervade anche i romanzi apparentemente innocui e zuccherosi della Meyer. Il parto di Bella è narrato come un rituale di morte, non come una natività. E non si può certo negare che nell’esperienza del parto ci sia anche questo tipo di fantasma. La normale narrativa sentimentale queste cose non le considera; quella horror, anche dell’horror più edulcorato, non può prescinderne e gli adolescenti in particolare sono assolutamente affascinati da questo contrasto: in un’età di passaggio si sentono più profondamente le contraddizioni e anche le esperienze più consuete vengono vissute come delle prove da superare, cioè come esperienze estreme.

Ho freddo è ambientato nel Rhode Island dalle parti di Providence, città natale di Lovecraft, ma più che al creatore dei miti di Cthulhu, il romanzo sembra vicino ai grandi scrittori gotici dell’800. C’è qualche autore in particolare che ti ha influenzato, sia per la creazione di Ho fredddo che in generale nella tua narrativa?

Le mie letture fondanti sono state la Bibbia (uno dei testi più ridondanti di orrori della Storia della Letteratura), i Racconti di Edgar Allan Poe e i romanzi di Stevenson. Tutti echi che risuonano in quel mio romanzo, insieme ai miei studi sui romanzi filosofici del Settecento francese (materia in cui mi sono laureato).

Tecniche di resurrezione è il ‘sequel’ di Ho freddo e sembra fare riferimento questa volta a un altro mito gotico, quello del Frankenstein di Mary Shelley. Ritieni che il romanzo gotico, che ebbe grande successo in un’epoca dominata dal razionalismo illuminista, abbia ancora una forte presa sull’immaginario collettivo e, in caso, perché? C’è una spiegazione legata al contesto sociale di oggi, a tuo parere?

In realtà il romanzo gotico è un genere che non frequenta quasi più nessuno. C’è nel gotico una spiccata propensione a quella che oggi definiamo con un orrido termine “spiritualità”. La moda premia invece una maggiore carnalità o quanto meno una vita senza problemi di tipo ontologico. Dopodiché si finisce in depressione. E’ fatale, quando si smarrisce il senso del proprio percorso esistenziale. Ann Radcliffe ha scritto: “Il terrore e l’orrore sono uno l’opposto dell’altro: il primo espande l’anima e risveglia le facoltà intellettuali a un alto livello di sensibilità; l’altro le contrae, le congela, fin quasi ad annichilirle”. Ecco. Io sto dalla parte del terrore (cioè del gotico) più che da quella dell’orrore, che apprezzo lo stesso da lettore, ma non nella stessa misura. Anche al di fuori di questi generi, un romanzo senza pensiero per me non è un romanzo appagante.

Questo ciclo rappresenta una commistione tra vari generi – romanzo storico, saggio, gothic novel –. Pensi che questa scelta possa rappresentare una sorta di via contemporanea al genere horror?

La commistione era in gran voga negli anni 80. Oggi credo si debba andare oltre. L’obiettivo dovrebbe essere quello del Romanzo Totale, cioè di una compiuta fusione di tutti i generi e di un superamento delle distinzioni di puro comodo: non solo quella tra letteratura di serie A e di serie B (ormai già superata nei fatti) ma anche tra Fiction e Non Fiction. Questo superamento è per certi versi anche un ritorno al Romanzo Classico. Un’opera come L’Uomo che ride di Hugo, come la vogliamo considerare? Sarebbe ridicolo definirla horror, anche se per molti versi lo è ed è stata letta e ridotta così per il cinema, ma sarebbe anche limitante giudicarla mera Fiction nonostante sia opera visionaria per eccellenza, in quanto addensa una tale quantità di elementi storici e documentari da essere anche un saggio. Cos’è dunque? Semplicemente (ma non facilmente) un Grande Romanzo. In un Grande Romanzo c’è tutto. Ogni tanto bisogna avere il coraggio di provarci, anche se magari non ci si riesce. Littell con il suo romanzo Le Benevole ci ha provato e ci è riuscito.

Fra i personaggi di questo ciclo Aline come figura femminile ha una serie di caratteristiche che la rendono peculiare per un romanzo ambientato nell’800: senso di indipendenza, amore per la cultura, coscienza di sé e un’attitudine che potremmo definire “anticonvenzionale”. Com’è nata l’idea per questo personaggio?

Le protagoniste del romanzo gotico classico erano donne. Il romanzo così come noi oggi lo intendiamo è stato inventato dalle donne. La forma del romanzo epistolare era tipica delle scrittrici, solo in seguito è stata adottata dagli scrittori maschili. La modernità non sarebbe nata senza le donne e le loro rivendicazioni. Anche il cinema è nato femminile (Alice Guy, Mary Pickford). Chi non capisce la centralità della donna, non capisce la modernità. Nel terzo romanzo del ciclo di Aline e Valcour, la vera protagonista sarà lei. Però il romanzo non so quando lo scriverò. Nel 2013 uscirà da Mondadori il mio nuovo romanzo, che non fa parte di questo ciclo. E’ un’avventura gotica ambientata ai tempi di Elisabetta I. Ma anche qui ci sono figure femminili importanti. Era ora, perché assai di rado, nei romanzi contemporanei d’avventura le donne sono protagoniste di evidenza assoluta.

Outro

Credi che la cosiddetta cultura alta in Italia, con il suo atteggiamento snobistico, abbia prodotto dei danni nei confronti di generi considerati di serie B come la fantascienza, l’horror e ovviamente il fumetto?

La narrativa di genere se ne è bellamente fregata di certi giudizi stupidamente liquidatori e dunque ne è uscita quasi indenne. I danni sono stati fatti alla letteratura cosiddetta colta e d’autore che è degradata in sciatteria stilistica, approssimazione sociologica, minimalismo anche espressivo. Se tutto questo è “alto” , converrebbe rovesciare la clessidra. Ormai la sabbia che stava su è scivolata tutta di sotto.

Domanda scontata ma doverosa nel finale… Puoi anticiparci qualcosa dei tuoi prossimi progetti?

Sul nuovo romanzo ho già detto. Per quanto riguarda i fumetti, sto completando un graphic novel ambientato negli anni 20 nei dintorni di New York e che dovrebbe uscire nel 2014, dopodiché comincerò a scrivere una nuova serie ambientata nell’Africa subequatoriale nell’epoca post-Livingstone. Questa serie vedrà la luce verso il 2015. Mi sgomenta un po’ lavorare con tanto anticipo, ma i tempi editoriali oggi si sono terribilmente allungati. Se c’è una cosa che rimpiango degli anni 70 e 80 (e non sono un nostalgico) era che all’epoca i ritmi produttivi erano vorticosi: canzoni, libri e film uscivano a caldo. Non facevo in tempo a finire di scrivere una cosa che già dovevo consegnarla perché ormai l’uscita era stata programmata e non la si poteva bucare. Gli ultimi giorni disponibili erano una corsa spasmodica contro il tempo. Anche nel cinema, a volte mi è capitato di finire di scrivere una sceneggiatura mentre il film lo si stava già girando. Oggi invece mi capita di essere intervistato su cose che ho scritto più di cinque anni fa e che spesso non mi ricordo neanche bene. La serie a fumetti Shanghai Devil attualmente in edicola, è giunta al quarto numero e durerà fino al 2013. Io ho finito di scriverla quasi un anno fa e ho la testa altrove. Se devo scrivere un riassunto per il numero in uscita mi tocca andare a rileggere le sceneggiature perché non mi ricordo più cosa avevo raccontato. A volte mi capita che i lettori mi facciano domande su certi dettagli e io non capisco di cosa stiano parlando. E dire che siamo nell’epoca di Internet in cui la comunicazione sembra essere diventata istantanea. A me sembra invece che ogni giorno che passa il mondo della comunicazione strutturata sia sempre più lento. A maggior ragione tocca scrivere pensando al futuro, perché se si pensa al presente, editorialmente ci si relega al passato.

Bibliografia (da Wikipedia)

L’amore e gli amori in J.J. Rousseau, Mazzotta, 1978.
Magia rossa, Feltrinelli, 1983 – Con Gargoyle Books nuova edizione 2008 (recensione di Ver Sacrum)
Cromantica, Feltrinelli, 1985.
Ultimi vampiri, Feltrinelli, 1987. Gargoyle Books nuova edizione ampliata 2009
Trainspotter, Feltrinelli, 1989.
Il peggio deve venire, Mondadori, 1992.
La fuga del cavallo morto, Anabasi, 1993.
Una fortuna d’annata, Tropea, 2000.
Il piccolo diavolo nero, Tropea, 2001.
Nelle tenebre mi apparve Gesù, Tropea, 2005.
Ho Freddo, Gargoyle Books, 2008.
Tecniche di Resurrezione, Gargoyle Books, 2010 (recensione di Ver Sacrum).

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