Antonin Varenne: “Sezione suicidi”

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Una delle uscite più controverse dell’anno scorso, Sezione suicidi, del francese Antonin Varenne, ha raccolto da noi molti meno consensi di quanto sia avvenuto nel paese di origine dell’autore, ove egli è stato salutato come il creatore di un nuovo stile di ‘noir’ urbano. Personaggio interessante, con una solida cultura filosofica, Varenne ha vinto in Francia premi importanti. Per quanto riguarda Sezione suicidi, forse la verità sta nel mezzo: al di là dell’indiscutibile originalità dell’impostazione, la lettura risulta a tratti difficile perchè lo spazio concesso allo sviluppo della personalità del tenente Guérin, l’investigatore della situazione, prevale sullo svolgimento della storia in sé, che resta così quasi in secondo piano e dunque un po’ debole. Ma il suddetto tenente, una delle figure più cupe ma anche più bizzarre della recente letteratura di genere, con le sue svariate problematiche personali ed il suo vissuto non può non rimanere impresso nella memoria dei lettori. Figlio di una prostituta che l’ha allevato con tutto l’amore di cui è stata capace, eroe di solitudine estrema, condivide la vita solo ed esclusivamente con un pappagallo più nevrotico di lui che si esprime solo in indecenti turpiloqui, e con il collega Lambert della ‘sezione suicidi’; non c’è da stupirsi se ogni tanto si esibisce in qualche manifestazione strampalata. Un soggetto del genere è ovviamente destinato a restare isolato nel suo ambiente; tra l’altro egli ha un’altra buona ragione per essere inviso ai compagni di lavoro: infatti è ritenuto responsabile del suicidio di uno di loro. Da questo è derivata l’impossibilità di crearsi non solo delle amicizie ma anche soltanto delle relazioni umane soddisfacenti. Del resto, nella polizia come a scuola, in Francia come da noi, la vita dei ‘diversi’ è stata ed è tuttora dura. Ma per quanto dura possa essere, Guérin ha lo stoffa per sopportarla. Così va avanti per la sua strada, da un lato accettando con coraggio le umiliazioni sul posto di lavoro, dall’altro sorretto dalla forza della logica, che lo aiuta a risolvere casi intricati e ad intuire aspetti nella mente dei suoi simili che normalmente restano celati ai più.

Fa da spalla a questo originale elemento il già citato collaboratore Lambert, che gira sempre in tuta ed è trasandato almeno quanto il suo capufficio, ma ha per lui una devozione assoluta derivata dal riconoscimento delle sue intrinseche qualità. Il legame con lui rappresenta per Guérin l’unico riferimento quasi affettivo: con Lambert, infatti, non è necessario alzare le difese, da lui si sente accettato per come è e con lui condivide l’incubo di un lavoro che consiste esclusivamente nell’occuparsi di chi si uccide o desidera farlo.

Su queste linee di base, come si accennava, si sviluppa una specie di storia/non-storia, con una trama praticamente inesistente. L’avvio è dato da una serie di suicidi compiuti in circostanze sorprendenti e con caratteristiche inusitate, ma a questi eventi non viene poi di fatto fornita una risposta, anzi vengono seguiti fino ad un certo punto, fino al momento, cioè, in cui si intersecano con un’altra vicenda di tutt’altro genere: quella della morte dell’ex militare americano Alan in un locale di Parigi, mentre si esibiva in una performance autolesionista. Qui prende piede una sorta di intrigo spionistico internazionale e la situazione si complica: intervengono nuovi personaggi, come l’amico di Alan, John, che ha lasciato il suo ‘buen retiro’ in un bosco della Francia centrale alla volta di Parigi, nel tentativo di scoprire cosa c’è realmente dietro la morte del suo compatriota, o anche l’ex galeotto Bunker (un omaggio al mitico scrittore americano Edward Bunker, noto per le sue ‘criminal stories’). Molti hanno osservato che fra le due vicende il legame resta debole in quanto si basa su un labile contatto fra John e Guérin che sta indagando sui suoi curiosi suicidi. Ma non è detto che questo sia un difetto. La storia della morte di Alan ha maggiormente le caratteristiche di una trama spionistica tradizionale e come tale ha uno sviluppo e una fine con un colpevole. In questo modo introduce una ‘variazione’ alle vicende della ‘sezione suicidi’ che, altrimenti, risulterebbero noiose, narrate come sono con lentezza e con molta attenzione, oltre che alla personalità dei protagonisti, anche agli ambienti cupi e deprimenti degli uffici della polizia, dove a volte gocciola dai soffitti il sangue dei reperti, o alle circostanze di vita degli investigatori. Chi predilige romanzi ‘adrenalinici’ con sparatorie ed inseguimenti non dovrebbe in effetti mai intraprendere la lettura di questo libro, il cui fascino sta più che altro nella capacità di rappresentare un universo di dolore e sofferenza, le cui strade grigie e tristi assai contrastano con le sontuose immagini parigine cui, da turisti, siamo abituati. L’umanità che vi abita è quella dei perdenti e dei non inquadrati, simili a Guérin, che ha dovuto dare un senso alla propria esistenza dopo un’infanzia sbandata ma che, della sua mamma prostituta, ha conservato un impermeabile giallo e lo indossa senza vergogna.

Antonin Varenne, “Sezione suicidi”, Einaudi Stile Libero 2011,  pag.300, euro 18

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3 comments

  1. andrea 27 febbraio, 2012 at 20:11

    non c’entra nulla ma non ho potuto non pensare al commissario adamsberg di fred vargas… ho recentemente divorato gli ultimi 4 libri in qualche giorno, altamente consigliati a tutti! molto atipici per essere dei gialli/thriller… poco sangue, poco sesso, un sacco di ironia e tanto ragionamento. e il sottostrato soprannaturale in ogni libro rende il tutto ancora più divertente! 🙂

  2. Mrs. Lovett 28 febbraio, 2012 at 14:48

    E’ un’analogia che ho già sentito fare, dunque immagino che non sia per niente infondata. Credo proprio che seguirò il tuo consiglio, Andrea…

  3. Christian Dex 29 febbraio, 2012 at 15:45

    Consiglio anche io la lettura della “serie Adamsberg” della Vargas. A dire il vero per ora ho letto solo “La cavalcata dei morti” ma conto di rifarmi in tempi (relativamente) brevi.

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