Central Unit: Loving Machinery

1
Condividi:

Un atto di importanza quasi storica la ripubblicazione da parte della Mannequin del bellissimo EP dei Central Unit, Loving Machinery, risalente al 1982. Una delle band considerate fondamentali per la New Wave italiana, all’epoca costituita da Natale Nitti, Alberto Pietropoli, Enrico Giuliani e Roberto Caramelli, i Central Unit nacquero a Bologna in un periodo un po’ dappertutto molto fecondo per la musica. Come essi stessi raccontano, il nome fu scelto come riferimento all’unità centrale del computer in cui confluiscono conoscenze diverse per raggiungere poi un unico risultato. Nella ricca fioritura di formazioni più o meno ‘affiliate’ alla New Wave dell’epoca,   i Central Unit si distinsero quasi subito per la loro raffinatezza stilistica e per il loro sound inconfondibile che li posero ad un livello indiscutibilmente superiore rispetto alle melodie spesso inconsistenti del synth-pop: una band dalla grande personalità, che fu riconosciuta anche in ambito internazionale. Le loro composizioni – chiamarle canzoni potrebbe essere quasi riduttivo – erano caratterizzate a tratti da tonalità oscure ma contemporaneamente da un indefinibile gusto ‘speziato’, che contribuivano a costruire un’atmosfera particolare, un po’ decadente, un po’ misteriosa, proprio con gli stessi ingredienti che all’epoca usavano tutti: synth, drum machine, a volte note di sax a rendere più sapido l’insieme. Ma essi li adoperarono in modo sperimentale collegandoli al computer – parliamo di 30 anni fa… –  e traendone musica valida ed elegante. Per molti aspetti vicini ai Tuxedomoon, nel loro periodo d’oro si avvalsero anche della collaborazione del bassista Peter Principle. Oggi i Central Unit non sono più gli stessi di allora: qualcuno è andato, qualcun altro si è aggiunto – per fare un esempio, le tastiere di Riccardo Lolli! – e anche la loro musica ha seguito un po’ altre strade. Ma la coerenza e l’originalità non sono mai venute meno.

Loving Machinery contiene 4 brani importanti: “Saturday Nite”, l’unico quasi ballabile, è un pezzo dei loro più conosciuti, un ritmo scandito dalla batteria elettronica in modo perfetto e una melodia al synth destinata a non essere dimenticata. Segue “Rock Onze”, con la quale si entra in area Tuxedomoon: il suono si fa ancora più cupo, la batteria secca e nervosa con il suggestivo intervento del sax. E’ presente poi una grande cover, “What Use?”, sempre dai Tuxedomoon: più lenta, più criptica, sembra riprodotta attraverso una lente deformante, in una parola: unica! Infine “Beset City”, spettrale ed oscura,  potrebbe essere la colonna sonora di un vecchio film con Robert Mitchum. Che altro aggiungere se non un pubblico ringraziamento alla Mannequin?

Condividi:

1 comment

Lascia un commento

*