“Millennium – Uomini che odiano le donne” di David Fincher: nel cupo Nord

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Imperdibile per chi, a suo tempo, abbia conosciuto ed amato la trilogia di Stieg Larsson, esce anche da noi The Girl with the Dragon Tattoo, con il titolo italiano di Millennium – Uomini che odiano le donne e la regia di David Fincher. Come è noto, si tratta della seconda pellicola tratta dal romanzo di Larsson: la prima, girata da Niels Arden Oplev nel 2009, era stata un lavoro onesto e decoroso ma la grandezza del libro era andata francamente persa. Invece non occorre, in questo caso, essere prevenuti rispetto ai rifacimenti hollywoodiani: il film è realizzato in modo soddisfacente e, nonostante la sceneggiatura di Steven Zaillian abbia dovuto semplificare, per ovvie ragioni, l’intricata vicenda – non dimentichiamo quanto corposo fosse il romanzo svedese – le aspettative non vengono deluse.

La diversa prospettiva ed impostazione di questo nuovo lavoro ha implicato naturalmente scelte diverse. A ricoprire i due ruoli principali sono stati chiamati due volti già noti a Hollywood, Daniel Craig e Rooney Mara, più ‘patinati’ rispetto ai due interpreti dell’altra pellicola ma certo più disinvolti sul grande schermo.  Inoltre, per esigenze narrative, la trama ‘gialla’ del libro viene piuttosto sintetizzata per lasciare uno spazio maggiore all’analisi delle personalità e anche alla relazione fra i due protagonisti.

Comune sia al romanzo sia alle sue due trasposizioni è la rappresentazione di un lato inusuale della Svezia, paese da sempre considerato una sorta di modello sociale e all’avanguardia per la sua democrazia: nell’opera di Larsson è descritta piuttosto come una comunità corrotta, tetra e violenta, le cui trame politiche sono torbide almeno quanto le nostre e nel cui sottobosco circolano senza problemi ex nazisti brutali, stupratori, pedofili e quant’altro. L’aspetto di denuncia era infatti fondamentale nell’intendimento dell’autore che, per altro, era noto per le sue prese di posizione e per il suo impegno sociale fin dagli anni giovanili. Probabilmente la stessa figura dell’eroina Lisbeth Salander non sarebbe pensabile senza il contesto da cui è nata e le esperienze che l’hanno forgiata sono strettamente legate sia al suo ambiente, sia al torbido ed ambiguo lavorio dei servizi segreti cui il padre faceva capo. La pellicola svedese aveva ben chiara quest’idea, al di là dell’immaginario popolare che ha voluto fare di Lisbeth l’eroina punk da emulare più che altro per i suoi piercing e tatuaggi. Fincher, però, pur non trascurando l’aspetto sociale del libro, costruisce il personaggio della cupa ‘hacker’ con una profondità ed una delicatezza che la rendono assai più complessa ed intrigante, tanto da far apparire la pur brava Noomi Rapace della prima versione una ‘palestrata’ un po’ mascolinizzata in grado di esprimere solo la rabbia. La nuova Lisbeth è minuta, poco più di una bambina; meno ‘sociopatica’ lascia trasparire occasionalmente sprazzi di dolcezza, perché è più fragile e femminile, introversa perché così doveva essere nel mondo in cui ha vissuto, resa dura dalle ferite riportate in molte ‘battaglie’ ma non incapace di immaginarsi – quasi con romanticismo – a fianco di qualcuno: un’adolescente, perché come loro cambia spesso registro, apparendo a volte vecchia e a volte immatura anzi, addirittura, infantile. Molti, a questo proposito, vi hanno visto un parallelismo con l’altra figura femminile importante, Harriet Vanger in quanto, come lei, ha vissuto ad esperienze di violenza e deprivazione: in effetti è come se le due, formato il loro carattere da quelle esperienze, fossero due possibili personificazioni della stessa ‘tematica’ con due diverse modalità di reazione e assimilazione, con due differenti capacità di controllare la sofferenza causata loro dalla famiglia di provenienza.

La famiglia: quelle che tramite Larsson conosciamo meglio sono a dir poco da incubo e in Millennium – Uomini che odiano le donne Fincher rispetta le indicazioni del libro, facendoci entrare sia nell’ambiente disagiato ove è cresciuta Lisbeth sia nella ricca casa borghese di Harriet che nell’ombra cela vizio, abiezione e dolore. In tutte e due le drammatiche situazioni, sono due giovanissime a farne le spese, vittime di “uomini che odiano le donne”dai quali sono state colpite, mortificate e violate: a loro, tuttavia, si sono ribellate, separandosi da quella famiglia che non ha saputo proteggerle.

Infine, la colonna sonora del film merita decisamente di essere menzionata: nel rimandare, a questo proposito alla puntuale recensione di Christian Dex – http://www.versacrum.com/vs/2012/01/trent-reznor-and-atticus-ross-the-girl-with-the-dragon-tattoo.html – posso solo fare eco agli unanimi pareri entusiastici sottolineando come la coppia Reznor/Ross abbia fatto centro ancora una volta.

Forse è una mia idea, ma credo che se Larsson avesse immaginato un film ispirato al suo libro, avrebbe dato a Lisbeth Salander il volto di Rooney Mara. Fincher ha dimostrato di aver apprezzato e compreso l’opera e l’ha trattata con il rispetto che merita: mi auguro peraltro che la visione di Millennium stimoli chi finora ha mancato ad intraprendere una lettura cui non è assolutamente permesso rinunciare.

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