Interferenze

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La recente pubblicazione di Trilogy: green fragments riporta alla nostra attenzione il monicker Interferenze, già noto ai lettori di Ver Sacrum in quanto detentore dell’apprezzato doppio V1.1/V1.2 che ebbe meritato risalto sulle nostre pagine. Solleticati dal titolo (foriero di ulteriori capitoli ancora da scrivere) e dai contenuti, testuali e sonori, delle sette tracce della novella realizzazione, abbiamo contattato gli Autori  ripercorrendo i primi passi della loro carriera fino ad oggi, ed interrogandoci sul futuro, non solo di Interferenze…

Quando e perchè avete deciso di formare un gruppo, domanda banalissima e scontata ma alla quale non posso sottrarmi…

Il gruppo, se di gruppo si può parlare visto che siamo in due, nasce quasi agli inizi degli anni 2000. Dopo esserci conosciuti frequentando i dark club della nostra zona, ci siamo accorti di avere gusti molto simili e quindi senza troppo impegno ci siamo messi a collaborare quasi per gioco. Fino al 2006 direi che abbiamo quasi giocato, per capire la direzione sonora ed affinare quelle che ormai sono poi le nostre peculiarità. Interferenze nasce semplicemente perchè non c’era in giro qualcosa che davvero potesse essere quello che avevamo sempre desiderato ascoltare. E’ stata più una esigenza di entrambi piuttosto che altro!

V1.1/V1.2 vantava una concezione sicuramente alternativa rispetto alla maggioranza delle uscite in ambito nazionale. Perchè avete deciso di pubblicare le canzoni in due versioni, in lingua italiana ed in quella inglese, e perché avete coverizzato proprio “Immigrant song” dei Led Zeppelin, conciliando così hard rock con le pulsioni wave/electro che vi caratterizzano?

La sfida di conciliare l’italiano con delle sonorità che naturalmente appaiono lontane dalla metrica italiana ci ha portato a concepire quel lavoro. E’ stato il primo tentativo di concretizzare l’interferenza nel panorama italiano. Sorprendentemente abbiamo poi visto che alcuni pezzi riscuotevano grande successo anche all’estero ed allora ci siamo imbarcati nell’impresa di tradurre in inglese il senso di alienazione dei testi originali in italiano. Non è stato un lavoro semplice, proprio perché la ricchezza concettuale della nostra lingua è sicuramente superiore alla schematicità dell’inglese. Allo stesso tempo volevamo provare a gettare alcune fondamenta per il futuro ed abbiamo deciso di fare una cover, che di base ci ha permesso di non scoprire troppo le carte. Scegliere i Led Zeppelin è stato divertente, perché sicuramente non sono una band di riferimento per noi e l’abbiamo vissuta come una sfida non avendo un legame affettivo con il brano. Abbiamo stravolto la struttura e tutte quelle che erano le caratteristiche peculiari del pezzo adattandole alla nostra visione. Direi che il risultato è stato davvero soddisfacente e possiamo dire di aver anticipato un maestro come Trent Reznor, che proprio quest’anno ha riproposto questo pezzo, strutturandolo esattamente come il nostro. Vogliamo pensare a questo come una curiosa coincidenza, anche se entrambi i brani sono stati masterizzati dallo stesso ingegnere, Tom Baker.

I vostri esordi coincisero con sonorizzazioni di situazioni glamour legate all’ambiente dell’alta moda: attenzione nei confronti dell’estetica (il vostro primo singolo conteneva una versione di “Fade to grey” dei Visage, altro progetto d’impatto decisamente visivo) o pura curiosità nei confronti di un settore affine per molti versi a quello musicale?

Sicuramente il nostro background viene anche dagli anni ’80. Non possiamo negare un certo gusto per l’estetica. La possibilità di lavorare nell’alta moda ci fu data da Camilla Di Biagio (nostra manager) che ci coinvolse in un progetto multimediale dove il nostro brano di debutto “Indelebile” era la colonna sonora di una sfilata di alta moda. E’ stata una straordinaria esperienza che ci ha aperto ulteriormente gli occhi e la mente verso cose alternative rispetto alle sette note. In tutto questo si inserisce la cover dei Visage, venuta in maniera spontanea e naturale, come degno tributo ad un periodo musicale piuttosto creativo e fuori dagli schemi più tradizionali.

Musica, moda ed arte, tre elementi imprescindibili in Interferenze, come si combinano tra loro?

Come dicevamo prima, si combinano in maniera naturale, senza forzature e senza premeditazione. Per il singolo di debutto ci siamo avvalsi come copertina di un quadro di una pittrice fiorentina (adesso trapiantata a Milano), Francesca Ceccarelli. Abbiamo sempre vissuto la musica come una forma totalizzante, come un mezzo di comunicazione per veicolare anche concetti di immagini legate tra di loro.

Neoromanticherie ma pure NIN, le sembianze di Bowie sfocate sullo sfondo (a tratti però si fanno più nitide), titoli che rimandano ai Bluvertigo: riascoltando V1.1/V1.2 sono riemerse le istesse sensazioni che provai la prima volta, segno di un prodotto che resiste alla prova del tempo, e pure dotato di piglio personale. Cambiereste qualcosa, oggidì, di quel lavoro? Vi riconoscente ancora in esso?

Sicuramente i nomi che fai sono tutti artisti che ammiriamo e rispettiamo. Non puoi non riconoscerti in qualcosa che ti ha portato qui. Nel vedere le cose di qualche tempo fa con gli occhi di oggi sarebbe troppo facile dire se o ma, ma i primi due lavori sono davvero molto belli anche a distanza di anni, anche quando li riascolti con il giusto distacco. Ci siamo arrivati dopo un lungo processo di composizione ed elaborazione, ma che non ha intaccato minimamente la spontaneità. Forse questo è il motivo per cui ancora i dischi suonano interessanti e freschi!

I sette brani contenuti nel più recente dischetto sono legati fra loro da un umore dark, che in alcuni frangenti risulta più netto, in altri meno marcato. Pare che ogni episodio segni un equivalente della vita…

Come si intuisce dal titolo questo è solo il primo capitolo di una trilogia. Abbiamo concentrato la nostra attenzione sul lato più dark, hai perfettamente ragione. E sicuramente il percorso del disco è il frutto di molte cose accadute nel nostro cammino. Diciamo che il disco è il frutto di una crescita non solo musicale.

“Hopes in November”, geniale sin dal titolo, è davvero oscura. Evoca in me ricordi di cieli autunnali forieri di pioggia, non quella fitta che si frange in pulviscolo, ma quella che scende quasi sgorgando impetuosa dalle nubi, che pare voler schiacciarci, preceduta dal vento che tutto spazza…

Grazie. E’ un pezzo molto significativo per noi ed è anche quello più vecchio. Era nato in italiano, chitarra e voce e si era evoluto in un pezzo pop tanto che ci domandavamo cosa farne di un qualcosa così apparentemente distante dai nostri canoni. Funzionava benissimo, per questo eravamo un po’ preoccupati di snaturarlo ed invece è diventato una specie di piccolo gioiello. Ha uno sviluppo in crescendo dall’inizio alla fine, è una mini suite di circa quattro minuti, dove lo sviluppo del testo si accompagna con il crescendo musicale.

“After the rain” è invece liberatoria, purificatrice… Scioglie i lacci ai quali “Bloodstains” ci aveva costretti, più mentali che fisici, lavando, igienizzando le nostre anime turbate.

Se il disco si apre con una pioggia sanguinosa (“Sick Bloody Rain”), non può che chiudersi superando questa pioggia, provando ad andare oltre le ferite e le cicatrici, senza dimenticarsi e senza nascondersi. I nostri dischi sono sempre dei percorsi o almeno li vediamo come tali.

Quali sono i brani ai quali vi sentite più legati, quelli che magari hanno visto una genesi più difficoltosa di altri, ma che infine sono destinatari delle maggiori soddisfazioni?

Sicuramente “Hopes In November” è l’esempio più evidente, come dicevamo prima. Gli altri sono venuti fuori in maniera molto lineare e senza eccessive revisioni. Ad ogni modo è difficile scegliere, proprio perchè alla fine ci occupiamo di tutto, ogni piccolo dettaglio è il frutto di un grosso lavoro. Dal punto di vista delle liriche forse “Hush” e “After The Rain” sono i momenti più intensi ed intimi e che rispecchiano il concetto del disco.

Green fragments è un segno dei nostri tempi? Quando la speranza pare affievolirsi, ed il futuro non vuole esser scritto? Perché “frammenti verdi”?

Non guardiamo mai eccessivamente ai nostri tempi. Crediamo che oggi scrivere del presente sia complicato e limitante. E’ difficile avere una visione totale del quadro, siamo circondati da informazioni contrastanti e discordanti. Però viviamo tempi di frammenti, dove non si ha accesso alla totalità che ci circonda. L’idea della trilogia è anche legata alla possibilità di comporre un puzzle fatto di frammenti. Il verde è un colore primario ed è quindi un punto di partenza. La trilogia ruoterà appunto intorno ai colori; per noi il verde rappresentava cromaticamente bene il sound di questo capitolo che sa essere pacato, ma anche frenetico.

Come si accordano parole e note, testi e melodie?

“Sick Bloody Rain” nasce da una idea di Luca, mentre “Hopes in November” è un lavoro a quattro mani, gli altri testi sono di Jac. Per la prima volta abbiamo voluto lavorare a quattro mani anche ai testi. Questo ci ha permesso di rafforzare ancora maggiormente Interferenze. Ovviamente i testi sono per noi molto importanti. Se con l’italiano abbiamo più giocato con le parole e con i concetti, l’approccio con l’inglese è più emotivo ed intimo, questo anche per seguire la sensibilità musicale dei nuovi pezzi. L’inglese ti porta dritto al punto, non puoi girare molto intorno alle cose. Ci piace avere un approccio piuttosto diretto, sono immagini ed emozioni catturate in parole.

Quali vantaggi comporta lavorare in uno studio proprio (La Fucina, gestito da Jac), e come si sviluppa il processo creativo di Interferenze? In passato avete affidato la masterizzazione dei vostri lavori a Tom Baker, ora invece avete fatto tutto da soli? E’ lo spirito del DIY, oppure l’esigenza di aver sotto il proprio controllo l’intera procedura produttiva?

Generalmente lavoriamo in solitario, ognuno sulle proprie cose, scambiandoci idee e materiale. Lo studio è quindi il momento in cui le nostre idee ed impressioni si fondono per generare il nostro sound. Avere uno studio è come avere un enorme strumento musicale. Ci ha permesso una ricerca sonora ancora più originale e dettagliata. Il mix è stato quindi qualcosa di creativo e non solo il tentativo di bilanciare tutti gli elementi registrati. Ci siamo ritrovati a manipolare le cose a rivoltare alcuni suoni proprio in fase di mix. La Fucina è per noi il perfetto connubio tra macchine analogiche e l’esigenza di avere il digitale. Abbiamo voluto avere tutto sotto controllo soprattutto per avere quel sound che caratterizza il disco, molto dettagliato e preciso. Abbiamo il tempo necessario per far crescere i pezzi, senza dover guardare l’orologio ogni volta, oppure fare dei compromessi per motivi di tempo/budget. Lavorare con Tom Baker è stato importante per capire molte cose sul nostro sound ed anche su come certi professionisti trattano con enorme rispetto anche chi arriva da lontano e non si chiama Marilyn Manson o Trent Reznor. Un bella lezione di professionalità.

Interferenze dal vivo: come strutturate un vostro concerto? Avete suonato accanto a Kirlian Camera e Krisma, partecipato a festival ed eventi, pure all’estero, ritenete quella live una dimensione ideale per esprimere la vostra arte, o vi sentite limitati da certe location, magari non adatte ad ospitare un concetto sonoro quale il vostro?

Sicuramente portare in giro un sound come il nostro non è semplice, perchè sarebbe bello poter avere delle dotazioni tecniche degne per esaltarci al 100%, però allo stesso tempo non puoi non esibirti e quindi dal vivo diciamo che proviamo a puntare più sul lato energico della nostra musica, senza però snaturarla. Ultimamente proviamo a riproporre interamente Green fragments, aggiungendo altro materiale dal passato e pure qualcosa di inedito. Indubbiamente non è facile suonare questo disco, perchè devi calarti in uno stato mentale molto particolare e lasciarti trasportare, dimenticando di stare suonando/cantando.

Oltre ad “Indelebile” (traccia contenuta sull’omonimo singolo del 2006, quello di “Fade to grey”), avete girato altre clip?

Abbiamo girato dei mini clip di accompagnamento a V1.2: ci siamo avvalsi della preziosissima collaborazione di Adriano Giotti, giovane e talentuoso regista toscano, che ci ha confezionato addosso delle micro storie per cinque brani dell’album. Oggi i video vengono veicolati principalmente da YouTube e come utenti ci ritroviamo spesso a vedere un minuto di ogni video e magari passiamo oltre (anche perchè l’esperienza video in streaming può essere spesso frustrante). Ed allora abbiamo realizzato cinque clip da un minuto ciascuno, che potete vedere sul nostro canale youtube (www.youtube.com/interferenze). Adriano ha saputo cogliere i lati migliori della nostra musica trasformandoli in immagini straordinarie.

Come curerete la distribuzione di Green fragments?

Oltre a presentarlo nei live, abbiamo offerto una settimana di download gratuito, mentre adesso il disco è disponibile sulla piattaforma bandcamp per il download (Interferenze.bandcamp.com). Abbiamo scelto bandcamp perchè permette di scegliere il formato di download e quindi anche gli audiofili possono trovare la versione ad alta risoluzione. Abbiamo inoltre realizzato una tiratura limitata del cd che è disponibile ai nostri show.

Green fragments è anticipato nel titolo da “Trilogy”. Dobbiamo allora attenderci due nuovi capitoli, sono già stati composti? Cosa ci riservate per il futuro?

Esatto. Altri due capitoli colorati sono attualmente in lavorazione. Ci concentreremo su altre sfere sonore, per esplorarle ancora più a fondo rispetto al passato, ma continuando a focalizzare il concetto dei frammenti intesi come microcosmi.

A voi la chiusura: auspici, sogni, ideali, paure…

Ti ringraziamo per lo spazio che ci hai concesso e per le belle domande ed invitiamo chiunque stia leggendo in questo momento a collegarsi con il nostro mondo, a dare una possibilità al nostro ultimo disco e siamo sicuri che nessuno potrà rimanerne deluso! Alla prossima!

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