George R.R. Martin: In fondo il buio

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Già pubblicato in Italia da Armenia nel 1979 con il titolo La luce morente e, sempre con lo stesso titolo, da Fanucci nel 1994, The Dying of the Light di George R. R. Martin esce per Gargoyle Books come In fondo il buio, e rappresenta la seconda incursione di questa casa editrice – da tempo specializzata in letteratura horror e gotica, nella vera e propria fantascienza: il primo volume di tale genere, Morire per vivere di John Scalzi, è stato presentato proprio all’inizio di quest’anno.  In fondo il buio  è un’opera che può avere motivo di interesse anche per chi non segue abitualmente il genere, in quanto la storia è interessante e ricca di suspense e le atmosfere appaiono oscure ed allucinate. Il libro risale al 1977 ed è il primo romanzo del grande Martin che, originariamente, l’aveva intitolato After the Festival. Tuttavia egli cambiò quasi subito idea e preferì The Dying of the Light ispirandosi – pare – ad un noto verso di Dylan Thomas: “Rage, rage against the dying of the light”.

Quasi impossibile rendere la trama che, come in quasi tutta la successiva produzione di questo autore, è molto complessa ed articolata. Un valido aiuto è comunque fornito dal glossario posto in fondo al libro che riporta il significato dei numerosi ‘neologismi’ sparsi qua e là e che sarebbe davvero impossibile ricordare: un’abitudine, del resto, che Martin ha mantenuto anche in seguito, quando ha affrontato la stesura dell’ampia saga fantasy – oggi ancora non completa per i lettori italiani! – delle Cronache del ghiaccio e del fuoco. Qui ci troviamo in ambito fantascientifico classico: tantissimo tempo dopo la fine del mondo così come noi lo conosciamo, gli orizzonti della conoscenza si sono molto estesi ed esistono pianeti diversi abitati da differenti forme di vita. In particolare, il pianeta Worlorn che, una volta, vagava indipendente da ogni sistema e poi si era avvicinato alla Ruota del Fuoco divenendo in tal modo abitabile, ora si sta allontanando da questo ambiente favorevole alla vita e dunque le civiltà che lo avevano a suo tempo colonizzato lo stanno gradualmente abbandonando, firmando così la sua condanna a morte. Le città che erano state costruite vengono lasciate tristemente vuote e anche la natura che lo aveva popolato è entrata in una decadenza rapida e non reversibile.

Il protagonista del libro, Dirk’t Larien, viene chiamato in questo scenario dal messaggio che egli crede di aver ricevuto da Gwen Delvano, la donna che, in passato, ha profondamente amato senza tuttavia poter coronare con lei il suo sogno. Oggi Gwen si è unita a Jaan Vikary in una relazione che sarebbe improprio definire sentimentale: in quella civiltà il ruolo della donna è infatti subalterno ed essa, invece che fondare una famiglia, deve sottomettersi al ruolo di ‘betheyn’ accettando nel rapporto di amore anche la presenza del ‘theyn’ del suo compagno, nel caso specifico il bieco Garse Janacek. Accorrendo al richiamo di lei che, in questa situazione, sta vivendo indicibili difficoltà, Dirk viene coinvolto in molte avventure, incluse lotte fra clan, duelli e battaglie spaziali, che lo aiuteranno a divenire più forte e, soprattutto, a leggere più chiaro dentro di sé.

La vicenda, per quanto appassionata, sarebbe forse convenzionale se non fosse collocata in questo straordinario universo che la scrittura visionaria di Martin ha saputo rendere in modo così unico. Le città del pianeta Worlorn: Larteyn, Challenge, Kryne Lamiya, sono descritte in modo suggestivo quanto impressionante, oscure nel loro immenso vuoto, decadenti nel loro irrimediabile abbandono. A Challenge non si vedono persone, ma vi è una voce che accompagna costantemente i visitatori fin dal primo minuto del loro arrivo; a Kryne Lamiya, dove torri alte e bianche rendono il paesaggio spettrale, il vento che soffia fra gli edifici riproduce di continuo una musica desolante – opera della compositrice Lamiya-Bailis – che talvolta spinge gli uomini alla disperazione. In questo singolare contesto, civiltà dure e violente hanno proliferato, diffondendo valori che sembrano aver riportato la società ai modi di pensare propri dell’età della pietra: i clan sono sempre in lotta fra loro per predominare non si sa bene su cosa, bizzarri principi relativi a fierezza ed onore vengono spacciati per verità inoppugnabili, opprimendo la libertà di espressione ed i sentimenti. Le donne non sono amate ma divengono ‘betheyn’, l’amicizia non è caratterizzata da affetto e solidarietà ma piuttosto rappresenta un legame ferreo ed indissolubile, suggellato da bracciali di ferro e pietre che bisogna portare al braccio, gli ospiti vengono considerati una sorta di proprietà per consentire loro di godere di una qualche protezione fra queste guerre costantemente in corso. Come nella migliore fantascienza/fantasy, Martin si dimostra un geniale inventore di mondi futuri minacciosi per l’uomo, ma dalle sue visioni traspaiono anche un’acuta nostalgia del passato, un doloroso rimpianto di ciò che è stato e che non può più essere ed una fatalistica consapevolezza della fine prossima, dopo la quale nulla di limpido si intravede. Un quadro dalle tinte fosche ma talmente ricco e variegato da apparire barocco, ammirevole per la sua grandezza immaginifica ma inquietante per i sentimenti che ispira. Non possiamo dunque che consigliare la lettura di In fondo il buio, nonostante stavolta – ce lo consentano gli amici di Gargoyle Books di cui da sempre apprezziamo il lavoro di recupero di opere che altrimenti mai potremmo leggere! – abbiamo dovuto rilevare qualche ‘refuso’ nel testo che un ‘editing’ più attento avrebbe potuto evitare.

George R.R. Martin “In fondo il buio”, Gargoyle Books 2012, euro 16,90

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