“Le paludi della morte” di Ami Canaan Mann: talento di famiglia

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Le paludi della morte è un film dell’anno scorso, uscito piuttosto in sordina negli Stati Uniti e ancora di più qui da noi, che abbiamo potuto vederlo solo da pochi giorni. Eppure la regista è una figlia d’arte: Ami Canaan Mann, figlia di Michael Mann al quale dobbiamo svariati capolavori tra i quali La fortezza, Collateral e Heat – La sfida. La pellicola tra l’altro fa capo ad un genere nel quale Michael Mann ha fatto da maestro, un dato positivo e negativo allo stesso tempo: per quanto l’intervento del padre – e lo si nota! – non sia mancato nella produzione, la Mann, qui al secondo film, mostra di avere le idee chiare ed una personalità spiccata, tanto da aver impresso al lavoro le proprie caratteristiche. La sceneggiatura, basata su fatti realmente accaduti in Texas, è firmata da Donald F. Ferrarone, ex agente della DEA che, a suo tempo, si era occupato del caso e ne era rimasto impressionato. Essendo dunque molto vicina alla verità, la trama noir risulta piuttosto convenzionale: abbiamo una coppia di poliziotti di provincia piuttosto ‘scafati’, abbiamo l’ex moglie alquanto ‘tosta’ di uno di loro e non manca un losco giro di prostituzione che coinvolge anche delle ragazzine. In questo stimolante contesto si aggira uno spietato serial killer particolarmente accanito contro le minorenni, che impegna i personaggi in un inevitabile e rischioso inseguimento all’interno di un sito paludoso davvero impressionante. La Mann, tuttavia, riesce a dare atmosfera e significato ad una storia che, di per sé, andrebbe quasi bene per un telefilm mediante una regia non banale e abbastanza esente dai luoghi comuni del genere: poche scene di sangue, poca suspense – ma la tensione non manca! – e sparatorie, molto squallore in ambienti popolati da figure ‘perdenti’ e patetiche. Ecco che la vicenda vera e propria non sembra essere l’aspetto più importante per la regista: serial killer analoghi se ne sono visti a centinaia ed anche la psicologia dei personaggi, per quanto interessante, non è mai oggetto di approfondimento. I due detective di cui seguiamo le indagini rappresentano gli stereotipi dei polizieschi più tradizionali: uno è rude, l’altro più umano, uno usa metodi meno ‘canonici’, l’altro si intenerisce con le vittime. La vera bravura della regista, come si diceva,  consiste nella costruzione di un’atmosfera grigia e deprimente con l’aiuto della livida ed attonita fotografia di Stuart Dryburgh, grazie alla quale le paludi del titolo appaiono davvero oscure ed impressionanti e fanno da sfondo a figure disumane e totalmente senza ‘qualità’ nella loro mancanza di prospettive: luoghi senza speranza ove quasi appare normale che donne nel fiore degli anni debbano soccombere. Il male ha preso piede nei Texas Killing Fields: l’unico paragone possibile si può infatti tracciare con il mondo marcio e malato di Twin Peaks, ove David Lynch ci ha insegnato a diffidare delle apparenze e, dietro le finte immagini di amichevoli comunità stabilite fra pacifiche montagne, a temere il manifestarsi di mostruose verità. In  Le paludi della morte la macchina da presa spesso passa lentamente al di sopra di orribili siti melmosi evidenziando intrighi di rami morti che si stagliano sul grigio dominante: molti segreti vi si nascondono e sono tali da suscitare angoscia, quella stessa che spinge ragazzine sole e trascurate a ricercare da qualche parte un affetto ed una comprensione che la famiglia non può fornire loro. Solo il finale – un inatteso ‘happy end’ mai così benvenuto! – curiosamente restituisce, con un filo di consolazione, un minimo di ‘gratificazione’ morale di cui, a quel punto, lo spettatore sente di aver bisogno.

L’intero cast se la cava egregiamente: i due detectives, Sam Worthington e Jeffrey Dean Morgan, sono esattamente come dovevano, ovvero tesi, pressati dall’urgenza di sapere e di capire, all’occasione sanno essere altruisti e generosi nell’amicizia; Jessica Chastain, tanto angelica in The Tree of Life, sa essere una poliziotta sufficientemente rude ed abile nelle ‘scazzottate’ mentre Chloë Moretz, giovanissima attrice emergente bravissima in Blood Story di Matt Reeves, Hugo Cabret di Martin Scorsese e, di recente, in  Dark Shadows di Tim Burton sostiene bene il ruolo dell’adolescente tormentata e vittima predestinata. Tutto funziona dunque in modo assai più che dignitoso ed un grande padre può essere soddisfatto: buon sangue non mente!

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