The Murder of my Sweet: Bye bye lullaby

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Onestamente le attese che riponevo nei confronti della seconda prova dei TMomS erano ben altre. Il cambio di etichetta, dopo il discreto esordio “Divanity” del 2010, e l’abbandono della nostra Frontiers a favore della teutonica AFM Records, lasciava presagire variazioni di rotta stilistica, il progetto del drummer Daniel Flores e della vocalist Angelica Rylin rimane comunque nell’alveo del metal declinato al femminile, con infiltrazioni symphonic e darkeggianti. La cantante possiede una voce gradevole, ma oggettivamente non in grado di competere con un parterre affollato da tante agguerrite colleghe (cito una Amanda Somerville, Trillium e non solo, a caso, tanto per non scomodare i soliti nomi), anche se un approccio meno intransigente al metal orchestrale e cinematografico la pone almeno al riparo da paragoni piuttosto impegnativi. Alcuni episodi non all’altezza, a causa di una intelaiatura troppo gracile, incidono sul risultato globale dell’opera, la quale si merita una sufficienza stringata che suona come monito per il futuro (e per la stessa probabilità di sopravvivenza del gruppo). L’intendimento di Flores di proporre un prodottino ben confezionato trova solo un parziale riscontro, relegando così TMomS tra le retrovie di un genere ormai sfaccettato. Al confronto con le (oggettivamente) eccessivamente impalmate (da certa critica sofferente di piaggeria) Indica gli svedesi non sfigurano (si ascolti “Idolize” col suo appeal da FM rock), a patto però che non si intenda affrontare avversari ben più titolati (Evanescence, Nightwish?) sul loro istesso terreno di giuoco, il rischio allora di imbattersi in una disfatta è ben più che ipotetico. Quando le chitarre cercano di imporsi, sono le onnipresenti tastiere di Andreas Lindhal (ex Audiovision, Platitude, Wuthering Heights e session nei Manticora, mica l’ultimo arrivato…) a far scivolare il brano in un imbarazzante anonimato (la produzione plastificata non rende onore allo strumento), peggiori danni recano le insulse ballate “”Meant to last forever” e “Waiting for the 27th”, da colonna sonora di filmone hollywoodiano da blockbuster (e null’altro in contenuti). Si deve attendere l’epilogo di Bye Bye Lullaby per annotarsi degli episodi finalmente convincenti (e vincenti) quali “Resurrection”, “Black september” e “Phantom pain”, con una prova vocale positiva ed un apparato strumentale (Christopher Vetter è titolare delle chitarre, la formazione è completata dal bassista Teddy Westlund) decisamente protagonista. Urge adunque un deciso consolidamento dell’apparato sonoro, a partir dalle fondamenta, al contrario il raggiungimento del traguardo del terzo disco si tramuterà in pia illusione.

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