Whispers in the Shadow: The rites of passage

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Significativo traguardo raggiunto dal combo di Ashley Dayour, il quale pone il settimo sigillo ad una carriera segnata da grande prolificità, che dal 1996 (anno ufficiale di fondazione) ad oggi non si è certo dimostrata parca di manifestazioni. Il gruppo (o meglio il progetto, essendone il cantante/chitarrista l’incontrastato lider maximo) che prende il nome dal da me amatissimo racconto “The whisperer in darkness” del Maestro H.P. Lovecraft (“Colui che sussurrava nelle tenebre”, 1930) e che per questo lo notai, all’epoca dell’uscita della prima “Laudanum” (1997), ha ormai consolidato il proprio stile, una fortunata commistione di austero e dogmatico goth-rock a la FotN e visioni psicheliche/progressive che tanto debbono al credo sonoro e concettuale diffuso dai Pink Floyd (e che forse proprio per questo riscuote apprezzamenti traversali in ambito underground), rilasciando il terzo capitolo del concept principiato nel 2008 con “Into the arms of chaos” e proseguito nel ’10 con “The eternal arcane”. The rites of passage è costituito da nove tracce che pongono il gruppo tra i più autorevoli propugnatori di certo verbo gothic che già ha prodotto buoni risultati (anche se altalenanti) coi Garden of Delight (curiosamente The rites of passage esce proprio per Solar Lodge), ed alla luce della svolta sisteriana impressa da Seth Artaud alla sua carriera post-GoD e segnata dal monicker Merciful Nuns, si può assegnare a Dayour l’impegnativo ruolo di unico sacerdote superstite (i conterranei The House Of Usher militano oggettivamente in una lega minore rispetto a WitS). Enigmatiche ed occulte litanie come “Revealed as light” sono ben introdotte dall’incipit nephiliano di “Path 29”, altrove si ascoltano vocalizzi muliebri affascinati (l’esotica interpretazione in “The tempest”), mentre le chitarre sono protagoniste in “Call to arms” (con un’irruenza che richiama i Red Lorry Yellow Lorry!) ed in “Transmutation Babalon” (quivi decisamente affilate, con ancora la voce femminile a farsi notare in un contesto decisamente dinamico). Le due sorelle “Words made flesh” e “Wormwood star” (dall’anima punkeggiante) sono caratterizzate da un maggior brio espositivo, mentre “Secret of Silence” si ritaglia un ruolo da protagonista, guadagnandosi i gradi di episodio fra i meglio riusciti dell’intiero albo. Si rimane quindi in attesa del quarto, ed ultimo, episodio della serie, manifestando un chiaro appoggio a Dayour considerato l’onere assunto (i Saviour Machine, in un contesto lirico diverso, ma musicale affine, hanno probabilmente fallito nell’intento di interpretare l’Apocalisse con “Legend”, del quale siamo ancora in attesa dell’atto finale), chissà che gli Autori tanto amati non intercedano in suo favore presso le Entità che tutto conoscono e manipolano…

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