The Cure

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Crystal Castles

Crystal Castles a Roma (foto di Daniele Mucci)

A distanza di 10 anni rivedo il gruppo capitanato da Robert Smith nella capitale. Stavolta la cornice non è lo stadio Olimpico, bensì l’ippodromo delle Capannelle, struttura scelta per Rock in Roma, che vede nei Cure uno dei gruppi di punta in programma per questo 2012.
Come i fans dei Cure sanno bene, nonostante le ultime prove in studio (sulle quali in questa sede non mi sembra il caso di dilungarmi), dal vivo la band riesce ancora a coinvolgere e ad attrarre vecchi e nuovi fans: vedere un pubblico che va dai 17-18 anni ai 50 e passa, rende consapevoli della capacità di una band sulle scene da più di trent’anni di mettere d’accordo più generazioni.

Prima di parlare dei Cure, due parole sui gruppi di supporto.
Giungo alla location del concerto con i Denimor già sul palco; la band torinese punta su un look d’impatto (non a caso viene descritta come band dedita a rock, musical e arti circensi) e propone un rock alternativo, molto teatrale in certi momenti. Non mi hanno entusiasmato, ma un gruppo del genere credo possa dare il meglio di sé in locali al chiuso, piuttosto che in una mega-arena all’aperto. E’ poi la volta di Paolo Benvegnù, musicista che conosco di nome da tempo e che non avevo mai avuto modo di vedere dal vivo. Riconosco che la musica proposta è ben suonata e discretamente apprezzata dal pubblico, ma il genere proposto, una sorta di rock cantautoriale, non è propriamente tra i miei preferiti. Con i Cranes si comincia a fare sul serio, non a caso l’afflusso di persone a ridosso del palco comincia a farsi consistente; pur riconoscendo che la musica della band non è affatto brutta – tutt’altro – non sono mai riuscito ad apprezzare la voce e il modo di cantare della cantante ed anche nella dimensione live rimango della stessa opinione: bei pezzi, ben suonati, renderebbero molto meglio con un’altra singer… i fans della band e molti dei presenti gradiscono comunque (giustamente) la perfomance e il gruppo inglese esce tra meritati applausi. Personalmente ho gradito molto di più il live dei Crystal Castles, duo canadese dedito a una musica elettronica piuttosto accattivante. Pur avendoli conosciuti di recente grazie ad un pezzo a cui ha collaborato Robert Smith (“Not in love”), devo riconoscere che la proposta musicale del gruppo è senz’altro valida e coinvolgente anche nella dimensione live, ove si avvalgono di un terzo componente alla batteria. Il pubblico, tiepido all’inizio, si lascia poco alla volta andare ed alla fine sono molti gli applausi rivolti alla band, autrice di un live set di poco inferiore all’ora. Tra i prezzi proposti, molto bella “Baptism”, magistralmente eseguita dalla cantante Alison e con un suono di sintetizzatori veramente notevole; per l’esecuzione della conclusiva “Not in love” in molti, compreso il sottoscritto, speravano in una salita sul palco di Robert Smith per cantare assieme al gruppo canadese, ma alla fine è stata la sola Alison ad eseguire quello che è probabilmente il loro brano più conosciuto. Per quanto mi riguarda, promossi a pieni voti.

E’ finalmente giunta l’ora della band di punta di questa serata, i Cure. Personalmente non avevo chissà quali aspettative, se non quella di risentire un bel po’ di pezzi con i quali sono cresciuto e che è sempre un piacere riascoltare nella dimensione live. Le tre ore di concerto ripercorrono interamente la carriera della band inglese: si apre con “Open”, tra l’entusiasmo dei fans, e la band dimostra subito di essere in buona forma; Robert Smith alla voce non si risparmia e calamita, come al solito, l’attenzione dei presenti.
Il concerto scorre piacevolmente, tra le canzoni eseguite che ho particolarmente apprezzato menzionerei “Doing the Unstuck”, sempre da Wish, “The Walk”, “Want” e la bellissima “One Hundred Years” dall’immortale Pornography. Non sono mancati momenti che definirei più rilassati, con “Close to Me”, “In Between days” e “Lovecats”, sempre comunque piacevoli ed ovviamente apprezzati dai presenti. Immancabile il coro durante l’esecuzione di “Play for Today” e vero e proprio tripudio generale durante l’esecuzione pezzi come “Lullaby” e “Pictures of You”. Buona la prova dell’intera band, ottima l’acustica per tutta la durata del concerto e, dopo tre bis, la conclusiva “Boys Don’t Cry” è ballata, cantata ed applaudita dalle migliaia di persone accorse al concerto.

In definitiva bella serata, buona musica, una band che nella dimensione live riesce ancora a dire la sua e ad emozionare.
Due parole sull’organizzazione dell’evento, non proprio impeccabile. Buona la location, periferica, senza problemi di parcheggio ed abitazioni nei paraggi a limitare l’orario di durata dei concerti. Negativa l’organizzazione del deflusso delle persone una volta terminato il concerto; un solo autobus (quello notturno di linea), uno ogni ora, con diverse decine di persone che tentavano invano di salire. Per chi è arrivato in treno (stazione “Capannelle” non molto distante dall’ippodromo), mi è stato riferito che era necessario attendere più di quattro ore per il primo treno in direzione Termini.
Inconvienienti spiacevoli, soprattutto per chi si è fatto molti km per essere presente.

The Cure

The Cure a Roma (foto di Daniele Mucci)

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