Munruthel: Epoch of Aquarius

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Vladislav “Munruthel” Redkin è un musicista ucraino già attivo coi Suppuration e, prima di adottare definitivamente il suo nick come denominazione ufficiale delle proprie uscite, col monicker Silentium (il demo “The ancient’s wisdom” ne rappresenta l’opera prima e risale al 1995). Epoch of Aquarius venne originariamente pubblicato nel 2006 dalla label Oskorei Music col titolo di “Epokha Vodoleya”, e segnò la definitiva elezione di Munruthel a main project del prolifico Vladislav, fino allora attivatosi con diverse band della scena metal ucraina (Lucifugum, Astrofaes e Kolo). Il disco viene definito come l’uscita fino ad ora più matura del drummer e polistrumentista, ed accorta si rivela la scelta di ristamparlo (lo rappresenta per l’Italia la costola di My Kingdom Music, Club Inferno Ent.). La risonanza internazionale, seppur strettamente underground, di Epoch of Aquarius è testimoniata dalla versione in portoghese, destinata allo sconfinato mercato brasiliano, curata da Hoellhammer Productions. Epoch of Aquarius consta di sette tracce (la prima e l’ultima fanno rispettivamente da prologo e da epilogo), caratterizzate da un black metal influenzato assai dalla tradizione popolare slavo-ucraina, tanto da risultare significativamene considerato uno dei capisaldi delle produzioni pagan-folk della C.S.I intiera, con una componente epica e metallica che emerge netta (rimandando alla tradizione scandinava che pure in Italia ha trovato validi interpreti quali Doomsword e Gjallarhorn), con episodi dal forte connotato emotivo quali “The raven croak” e la title-track, evocando con la cinematografica “Echo of the forgotten battles” scontri corpo a corpo, bagni di sangue e sacrifizi d’eroi, enfatizzando il concetto di epic-black. Ricuperando la verve sinfonica dei Bathory di “Twilight of the Gods” ma coniugandola in un’ottica vieppiù barbarica, il pezzo segna il picco d’un albo assai interessante, che indica al peregrino una nuova via al pagan metal più solenne ed incompromesso. Chiusura degnissima con “On the verge”, caratterizzata da tastiere dolenti che ne scandiscono il mortifero tempo, e da un flauto che chiama a raduno gli armigeri, tosto pronti alla pugna, al ferocissimo assalto finale decretato da un batterismo furibondo e da chitarre che paiono scudisci. La versione ciddì presenta la personale cover di “Black sun” dei Maestri Dead Can Dance (da “Aion”), al cospetto dei quali Vladislav deve inchinarsi, mentre quella in digiCD l’interpretazione accorta e rispettosa di “Tomhet” dal controverso “Hvis lyset tar oss” di Burzum, concepito nel 1992 e pubblicato due anni più tardi dalla Mysanthropy Records.

Per informazioni: www.club-inferno.org
Web: http://www.munruthel.com
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