“Pietà” di Kim Ki-Duk: cuore di mamma

0
Condividi:

Un film che non si può non vedere, che emoziona, che fa rabbrividire e persino soffrire. Una storia che non è simile a nessun’altra, che forse non è semplice da interpretare ma ci si pensa per giorni, dopo. La diciottesima pellicola di Kim Ki-Duk, Pietà, parla di molte cose: soldi, vendetta, famiglia, ma anche incesto. Miseria materiale e morale, assenza di prospettive o speranze…in quest’opera c’è veramente di tutto di più. Inutile cercare di penetrare o razionalizzare, l’unica è lasciarsi andare al flusso dei fatti e delle immagini che riesce a coinvolgere fino in fondo.

Il regista sa cosa vuol dire vita difficile. Le sue origini risalgono al proletariato agricolo in Corea e, fino al trasferimento a Parigi all’età di 30 anni, non saranno mancate le esperienze dure.

Chi conosce il suo lavoro afferma che la visione negativa del reale è presente un po’ ovunque nei suoi film e Pietà non fa eccezione. Al di là dell’inizio che già ‘spiazza’, ci ritroviamo a Cheonggyecheon, sobborgo a sud di Seul che sembra l’anticamera dell’inferno: un quartiere degradato, popolato di gente povera perennemente in lotta per la sopravvivenza e ossessionata, come si può immaginare, dalla cronica mancanza di danaro. Il protagonista, Kang-do, è un trentenne che, invece, ha trovato un sistema sicuro per sbarcare il lunario: al soldo di un lurido usuraio, va in giro per officine e botteghe dove misere persone si disperano per guadagnare qualcosa ed esige da loro le somme dovute per i debiti da esse contratti. Poiché mai nessuno, nonostante il febbrile impegno, ha mai disponibile quanto necessario, senza alcuno scrupolo o sentimento compassionevole esercita ogni forma possibile di violenza per ottenere da quegli sfortunati il denaro che devono, anche a costo di distruggere per sempre la loro esistenza. Sordo ad ogni forma di preghiera, malato di solitudine, ignaro di affetti ed amore, Kang-do convoglia in una giornaliera crudeltà le sue insoddisfazioni: un personaggio unico, come è insondabile il suo astio verso il genere umano e verso una società di cui è vittima esattamente come coloro che tormenta. Si susseguono immagini di ferocia e disperazione, uomini che cercano di ricavare da orribili macchine metalliche delle fonti di sostentamento senza mai riuscirci, donne che li affiancano senza poterli effettivamente aiutare, lo strozzino accolto, quando appare, da manifestazioni di rabbia o terrore. L’impatto visivo di questi marchingegni metallici che paiono divorare gli esseri umani è forte: in quelle officine non si capisce neanche cosa venga prodotto, ma si sa che vi si consumano vite, speranze e sogni fino a distruggersi in un abisso di infelicità irrimediabile. Aggrapparsi agli affetti familiari – l’unico spiraglio che Kim Ki Duc ci lascia! – non porta conforto, in quanto la forza della necessità e, soprattutto, l’oppressione esercitata dal denaro e dalle sue leggi prevalgono. Perché il sadico strozzino si muova in questo spregevole universo senza dimostrare alcuna pietà lo si comprende dopo poco, quando dal nulla appare una donna che gli si pone a fianco asserendo di essere sua madre, colei che lo abbandonò in fasce al suo destino. E così anche al disumano torturatore, di cui ora si comprende la solitudine e la carenza affettiva, si apre imprevedibilmente uno scenario di recupero del calore familiare: il bambino che è in lui ha sofferto per un’assenza che lo ha ‘mutilato’ per sempre e adesso ritorna per esigere la sua parte…in fondo tutti hanno bisogno di una mamma! Meglio tacere sul prosieguo della vicenda e sul fatto che chi a prima vista è apparso come un angelo si dimostrerà invece un angelo della vendetta. Ma prima del finale ci si rende conto di come i sentimenti dell’uomo siano incerti, confusi e mescolati fra loro e di come le relazioni primarie, quelle che crediamo essere le più ‘naturali’ siano in realtà intricate e complesse e, proprio per questo, siano così imprescindibili. Non bisogna lasciarsi sviare dall’immagine della locandina che ritrae una ‘rivisitazione’ della Pietà vaticana da parte dei protagonisti: la storia raccontata da Kim Ki Duc è lontana anni luce dalla Madonna ma sarà molto difficile da dimenticare e si può annoverare fra le più singolari di tutte quelle finora viste sul grande schermo. Sullo sfondo di sporchi paesaggi urbani in cui predomina il colore grigio, che la regia austera trasforma nello scenario di una tragedia greca, si mettono in gioco vite umane che valgono qualcosa soltanto per coloro che si amano; in ultima analisi, Pietà è forse proprio questo: la più patetica ed emozionante celebrazione dell’amore, che trionfa sulla distruzione perpetrata dal vile denaro. Il più semplice ed accessibile dei messaggi per un regista che spesso è stato caratterizzato da posizioni trasgressive ed estreme.

Condividi:

Lascia un commento

*