Psyche: The Influence

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Gli Psyche stanno vivendo davvero una seconda giovinezza. Nati in Canada nei primissimi anni ’80, in quello stesso ambiente che produsse band storiche come Skinny Puppy (il compianto Dwayne Goettel militò all’inizio della sua carriera proprio negli Psyche) o Front Line Assembly, gli Psyche hanno sempre privilegiato le melodie alle dissonanze, il synth-pop all’hard-beat o all’industrial. Se in madre patria non produssero all’epoca una grande eco, fu nella vecchia Europa invece che gli Psyche conquistarono un piccolo seguito, grazie ad un paio di dischi davvero eccellenti quali l’esordio Insomnia theatre o Unveiling the secret. I loro primi lavori risentono in maniera evidente delle sonorità elettroniche tipiche di quegli anni e gli Psyche, forti di una buona capacità nel songwriting e grazie anche alle ottime capacità vocali di Darrin Huss, sono riusciti a lasciare a modo loro un segno, certo non indelebile, nella storia della new wave degli anni ’80.

Forse avrebbero meritato una fama meno effimera perché negli anni ’90 il gruppo sembrò avviato sulla strada del tramonto anche perché innegabilmente gli Psyche non sono mai riusciti a produrre una hit vera, di quelle che bucano le classifiche e ti fanno ricordare per gli anni a venire.

La perseveranza deve essere però una dote di Darrin Huss, che non ha mai abbandonato la spugna e, soprattutto nel recente decennio ha cercato di far rinascere l’interesse verso il suo gruppo, ottenendo anche con un certo successo in Germania. Gli Psyche hanno ricominciato così a fare tour, spesso in spalla con altre glorie minori del passato come i tedeschi No More. Si sono riaffacciati sul mercato discografico con varie opere (inclusa una collezione di cover come Unknown Treasures nel 2011) e soprattutto hanno licenziato le ristampe dei loro CD del passato. Questa è stata senz’altro una mossa saggia e assai apprezzabile perché nel periodo tra il 1985 e i primi anni ’90 la band ha prodotto delle opere assai egregie, certo non dei capolavori, ma sicuramente dischi onesti, terribilmente piacevoli e che, soprattutto, nell’asfittico mercato discografico attuale suonano assai migliori di tante opere recenti di stile elettronico.

Questo The Influence non fa eccezione: uscito originariamente nel 1989 viene ora saggiamente riproposto dall’ottima etichetta “furlan” Final Muzik dell’ancor più ottimo Gianfranco Santoro (a cui faccio pubblicamente le mie scuse per il ritardo imbarazzante con cui scrivo questa recensione…). Questa ristampa del 23-esimo anniversario si presenta musicalmente ricca, con ben cinque bonus track formate da versioni alternative e remix di altre tracce dell’album. “A caval donato non si guarda in bocca”, ma è indubbio che queste aggiunte sono abbastanza inutili e inevitabilmente stimolano il confronto tra quello che gli Psyche sono oggi e quelli assai più interessanti e originali di 23 anni fa. È indubbio che The Influence sia figlio del suo tempo, di quando fare elettronica era tutt’altro che semplice con i mezzi limitati (almeno se confrontati a quelli odierni) dell’epoca. L’approccio minimale, gli arrangiamenti e i ritmi costruiti su brevi loop che si ripetono, quei suoni tipici dei synth più diffusi in quegli anni e che si sono ascoltati in tanti dischi del periodo: tutto questo si ritrova in The Influence ma il risultato è tutt’altro che di bassa qualità e “cheap”. Gli Psyche sono riusciti a fare di queste limitazioni dei punti di forza e a tirare fuori una propria voce, che per quanto non propriamente originale era senz’altro molto personale. Alle sonorità fredde e ripetitive sintetiche hanno affiancato delle melodie molto accattivanti e soprattutto la bella voce di Huss, voce che in alcuni passaggi può ricordare quella di Marc Almond. Questa ricetta ha prodotto delle canzoni davvero belle come “Misery”, un gioiello synth-pop che apre l’album dopo un lungo pezzo strumentale, o “The influence” con i suoi suoni freddi e ossessivi su cui Dass fornisce una bella performance con la sua voce calda. “Haunted” poi tinge il synthpop di suoni scuri per creare un’atmosfera misteriosa e inquietante, mentre “Secret Angel” è un simpatico pezzo da dancefloor con un ritmo incessante. Vanno poi citate “Salvation Stranger”, un brano con dei suoni di synth riconoscibilissimi e assai tipici degli anni ’80, mentre “Illusion” comincia come un robusto pezzo “high energy” per poi aprirsi in una melodia dolce e leggera. “Misery’s return” è infine un’eccellente rivisitazione quasi industriale di “Misery” in cui gli Psyche sembravano gettare uno sguardo verso casa (leggi Skinny Puppy) e non verso le classifiche britanniche, loro solito punto di riferimento.

The influence è quindi un disco decisamente carino, sinceramente consigliato a tutti gli amanti della wave elettronica delle anni ’80 (e a cui vale la pena di raccomandare anche le altre prime opere degli Psyche). Se dovessi giudicare invece la band oggi per le cinque bonus track qui incluse, il giudizio ahimé sarebbe tutt’altro che lusinghiero.

Segnalo infine che recentemente gli Psyche hanno licenziato un nuovo album, As the brain collapses, che non è altro che una raccolta che spazia lungo l’intera carriera della band e in cui ben 12 dei suoi 16 pezzi provengono dagli album citati in questa recensione (inclusa “Misery” proprio da The Influence).

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