Ulver: Childhood's end

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 Gli Ulver, con l’ultimo Childhood’s end, un album di sole “cover” di classici della psichedelia e del garage-punk dei ’60, sorprendono ancora e confermano di avere un  approccio musicale eclettico nel segno di un’apertura totale a qualsiasi genere musicale. I “lupi” norvegesi sono in effetti partiti come gruppo black-metal facendo parte della scena di quel genere estremo che andava molto forte nelle fredde e cupe lande del Nord Europa negli anni ‘90. Già allora la loro propensione verso altre forme musicali si palesava con un disco incantevole di puro folk come Kvedlssanger (1995) che sia affiancava a classici dirompenti del black-metal come Bergtatt (1994) e Nattens Madrigal (1996). A quel punto ci fu la svolta elettronica che portò un radicale cambiamento di forma espressiva che è giunto fino a ora con l’ottimo Shadows Of The Sun (2007) e con l’ultimo War Of The Roses (2011), m in cui c’è addirittura l’influenza del progressive e dei King Crimson. Childhood’s End rappresenta un ritorno alle origini, al garage-rock corrosivo di gruppi oscuri dei tardi ’60 incarnato da band di culto come Electric Prunes (di cui viene ripreso magistralmente il classico “I Had Too Much Too Dream Last Night”),  The 13th Floor Elevators, Music Machine e Chocolate Wath Band e alla psichedelia. Notevole la cover di “Today” dei Jefferson Airplane, pezzo incantevole così come quella di “Where is Yesterday” di un gruppo fondamentale (tra i primi a usare la musica elettronica nel rock) come gli United States Of America. Gli Ulver sono rispettosi della materia trattata e le esecuzioni ricalcano fedelmente gli originali anche se il loro “feeling” dark dona ai brani una particolare atmosfera tenebrosa. Un album consigliato che non deluderà chi ha continuato a seguire questa straordinaria band nel corso degli anni.

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