Intervista a Saverio Tesolato – Autunna et sa Rose

0
Condividi:

La bellezza austera di “Phalène d’onyx” è cristallizzata in una goccia d’ambra. Un’opera che, ad onta di mode ed atteggiamenti caduchi, resisterà all’usura del Tempo in virtù dei suoi inestimabili contenuti artistici. Ricerca, impegno e tanto coraggio, per una nuova definizione di musica colta in ambito underground. Forse “Phalène d’onyx” è destinata ad un cono d’ombra, che la celerà ai meno attenti ma la preserverà dalla stoltaggine e dall’ignavia che affliggono il contemporaneo, asfittico panorama musicale; e noi non potevamo certo esimerci dall’approfondirne i contenuti con il suo Autore. La parola a Saverio Tesolato.

Autunna et sa Rose

Autunna et sa Rose

E’ incredibile come, in questo duemilaedodici cosi povero e pregno di oscuri presagi che paiono incombere sull’umanità, trovi la luce un’opera così coraggiosa e profonda come Phalène d’onyx. Caro Saverio, certo c’avrai meditato sopra, sul senso di una iniziativa così audace che rischia di non trovar conforto in un uditorio distratto da troppi eventi, moltitudini di band e di iniziative, pubblicazioni prive di meriti e di contenuti eppure spacciate per miracolose.
Ancor oggi continuo a credere di dover avere certamente da un lato più coraggio di tutti quegli invertebrati che seguitano a propinarci da anni prodotti smaccatamente commerciali e/o di infimo spessore culturale; mentre da un altro punto di vista, so che, con coerenza, opero sempre in maniera eticamente ineccepibile. Credo infatti che ci voglia davvero un bel coraggio a produrre certa musica di quella cui tu alludi… Sono convinto che oggi vi sia davvero troppa merda sonora in circolazione, di tutti i generi, tanto che si può parlare di inflazione musicale che danneggia la qualità media dei prodotti e finisce per rendere dura la vita di coloro i quali lavorano seriamente e coscienziosamente per il bene della cultura. E qui i discografici hanno una grossa gravosa responsabilità.

Certo quando si parla di commercialità, o di commercializzazione non si può non fare riferimento a coloro che si occupano in prima persona del mercato discografico, etichette, distributori, manager vari, i quali cercano continuamente nella musica un introito facile, senza provare a battere anche nuove strade, andando a scovare nuove realtà in grado di apportare una crescita culturale nell’ambiente musicale. E vero che oggi il mercato discografico è in profonda crisi, ma credo che questa non dipenda soltanto dallo sviluppo indiscriminato (e peraltro incontrollato) del downloading via Internet dei brani in formato mp3, e neppure dal fatto, a quest’ultimo collegato, dell’esorbitante prezzo medio di acquisto di un CD originale: la musica dovrebbe finalmente diventare espressione di cultura, basta con operazioni commerciali volte solamente a solleticare giovani imberbi generazioni, facilmente manipolabili con prodotti idioti, che poi fatalmente questi risentiranno via radio/TV a tutte le ore del giorno, sotto un vero e proprio bombardamento mediatico neanche troppo occulto! Per quanto audace possa essere ritenuta l’iniziativa che fin dall’avvio mi ha condotto nella giusta direzione e che ha quindi portato alla realizzazione finale (e quanto mai sofferta) di Phalène d’onyx, essa è ancora una volta legata a quello slancio fondamentale, all’istinto del sacrum facere, del fare qualcosa che sia sacro per sé, per la propria vita, il quale spinge ad operare sacrifici ritenuti forse da molte persone pura follia, ma che io mi sono ancora sentito obbligato a compiere in virtù di una necessità quasi rituale.

E direi che ancora una volta non mi sono troppo preoccupato della futura reazione dei potenziali fruitori, che non ho infatti mai ricercato in una precisa tipologia di pubblico; a giudicare da questi primi mesi, pare comunque che il lavoro stia soddisfacendo ben più di quanto lasciassero presupporre le ragionevoli previsioni, se si considerano anche i primi confronti e commenti di vari recensori – oltre a te, naturalmente – i quali perlopiù non si sono limitati ad una mera approvazione, ma hanno cercato di proporre un’analisi, per quanto sintetica ma possibilmente profonda, del lavoro ai lettori. Questo forse mostra che, nonostante le innumerevoli contraddizioni di quest’epoca, c’è una piccola, forse ancor fioca speranza per chi intende sviluppare idee in qualche modo controcorrente: Autunna et sa Rose mira infatti da sempre ad una reazione di almeno una frangia di persone, le quali non si accontentino più delle loro presunte sicurezze, basate sulla logica del supermarket e dei consigli televisivi, ma decidano una volta per tutte di ricercare, di non fermarsi alle comode apparenze della quotidianità, accettando di mettersi in discussione e di affrontare percorsi anche accidentati, pur di scoprire. Purtroppo viviamo nella società dell’apparenza ad ogni costo, molte delle cose che ci circondano – e che ci bombardano attraverso messaggi commerciali – sono costruite con una rassicurante facciata che non possa né debba inquietare i (troppo spesso ignari) consumatori… Del resto, non abbiamo mai avuto pubblici stratosferici e ciò che ancora ci interessa è la qualità innanzitutto.

Quali sono i gruppi, gli artisti od i movimenti che ritieni fondamentali per la tua formazione di musicista/compositore?
Artaud, Baudelaire, Verlaine, Joy Division, Bergman, Angelopoulos, Wenders, Tuxedomoon, Nick Cave, Kieslowski, Kubrick, Einstürzende Neubauten, Mahler, Berg, Schönberg, Lynch, Picasso, Braque, Fassbinder, Tarkovskij, Malevic, Messiaen, Kandinskij, Wagner, Klimt, Schiele, Kokoschka, Young Gods, Schumann, K.H. Stockhausen, Ambrosini, Dead Can Dance, Endraum, Poe, Godard, Truffaut, Lang, Bellocchio, Ataraxia, Goethes Erben, Man Ray, Duchamp, Berio, Hundertwasser, Nono, Xenakis, Stravinskij, ecc.
Rispetto alle precedenti pubblicazioni di AesR, quali similitudini e quali differenze riscontri, se ve ne sono, non solo come contenuti o come evoluzione, ma anche come svolgimento della lavorazione di ogni singola tappa che ha fino ad ora segnato la tua carriera?
Credo che ogni singolo lavoro abbia le proprie caratteristiche, le quali dipendono in larghissima parte dai temi trattati. Certamente è riscontrabile un’evoluzione nel corso del tempo nel suono e nello stile, credo anche nei termini di una maturazione, tecnica e non solo. L’apporto e il rapporto artistico con il soprano Sonia Visentin è da anni una sicurezza, di conseguenza il contributo in termini qualitativi è in costante aumento grazie anche alle sue innegabili doti e in generale alla sua esperienza nell’ambito della musica contemporanea. Meglio che in passato credo di essere riuscito ad interagire discretamente con un crescente numero di musicisti, i quali venivano peraltro da esperienze a volte differenti, ragion per cui era importante amalgamare i loro interventi in modo da ottimizzare la resa complessiva del prodotto. Rispetto alle passate realizzazioni è stata inoltre da me compiuta una differente scelta nei termini della tipologia sonora dell’elettronica impiegata: diversamente dai precedenti lavori, infatti, ho abbandonato l’utilizzo dell’orchestra campionata, per lasciare definitivamente spazio a suoni di sintesi particolarmente raffinati, il cui apporto in termini di orchestrazione non si riduce infatti nel simulare quello potenziale di strumenti veri, ma si configura invece come intervento autonomo, con proprie caratteristiche timbriche esclusive. Ad esempio, in “Fruscii di sognata libertà…” l’orchestrazione elettronica si mescola, spesso giocando a confondersi, con quella percussiva, spesso accentuandone alcune asperità, ma sempre nell’ottica di produrre un insieme coerente e naturalistico, adatto ad evocare arcane suggestioni marine, fino ad idealizzare un connubio totalizzante tra Amore e Natura.

Anche ad un livello squisitamente legato alla tecnica sonora e di registrazione, abbiamo qui impiegato, complice l’alacre e cardinale lavoro di pulizia e resa realistica del suono d’insieme operato da Gianluca Lo Presti, alcune tecniche di ripresa ambientale che hanno garantito ai brani un’acustica senza dubbio interessante: siccome il nostro obiettivo era rendere il suono il più possibile reale e quasi tangibile, abbiamo limitato al minimo indispensabile l’utilizzo di artifici, anche in sede di missaggio, concentrandoci invece sull’opportunità di realizzare riprese d’ambiente, ed anche, come richiederebbe il genere musicale, registrazioni in presa diretta dell’ensemble. Ci parve subito evidente che tale ricerca richiedeva un impegno notevole nella preparazione volta all’esecuzione dei (non facili) brani, cosa che non sempre ci fu possibile, soprattutto se messa in relazione con la disponibilità ed i rispettivi impegni dei vari musicisti collaboratori. Ritengo che tutto sommato il risultato d’insieme sia stato adeguato alla richiesta ed agli intenti che ci eravamo prefissi.

In termini compositivi c’è stato altresì modo di sviluppare, seppur in misura controllata, la componente relativa alla cosiddetta tecnica improvvisativa, che nella fattispecie ha interessato alcune parti di elettronica, poi magari rivedute e corrette, e più marginalmente i contributi degli strumenti, come capita al violoncello in “Seele im Spielkartenschloss” (“Anima nel castello di carte”), il quale per pochi secondi esegue alcune note in jeté in piena libertà, o come è possibile ritrovare, con più sostanza, in alcune parti di basso eseguite da Gianluca Lo Presti. C’è poi stata la scelta riguardante l’outro “Da persistente cascata…”, completamente impostato sulla tecnica improvvisativa, quasi una sorta di piccolo manifesto di questa: registrate anzitutto alcune frasi improvvisate di pianoforte (comprendenti pure parti di cordiera, come ideale continuazione del precedente brano “Nella pullulante atmosfera…”), si è quindi passati al loro assemblaggio in una traccia di piano registrato, su cui infine ho suonato – secondo modalità comunque non casuali! – una parte in diretta, via via prendendo appunti dopo ciascuna prova e arrivando a fissare la parte definitiva al termine di varie prove.

Ho rilevato alcune similitudini con artisti quali Univers Zero e Present, forse trattasi solo d’impressioni personali, conosci questi insiemi? V’è una fusione fra musica classica, gotica, progressiva, ecco, se mi permetti, proprio questo approccio attento, intelligente rimanda alla grande stagione del pop italiano, pur con gli inevitabili distinguo, trattandosi di una epoca creativa tramontata.
Non posso dire di conoscere questi ensemble, ho appreso dell’esistenza di Univers Zéro da te, per cui ho di conseguenza avuto modo di ascoltare qualche loro composizione. Forse non sono in grado di intendere bene ciò che dici, ma tengo a sottolineare che Autunna et sa Rose nulla ha a che vedere con il pop, né del passato né tanto meno dei nostri tempi: crediamo nella necessità di un ritorno ad una musica che si configuri dichiaratamente come fenomeno culturale ed assolutamente non massificato, pertanto aborriamo qualunque approccio commerciale e/o vagamente ruffiano così come l’impiego strategico, tipico del pop, della melodia facile ed orecchiabile, pronta ad attrarre gli (spesso inconsapevoli) allocchi.

Reputo che sia tramontata l’era della Pop Art, checché se ne pensi o dica: in fondo la crisi conseguente alla globalizzazione – crisi anche culturale, non solo economica – dovrebbe finalmente insegnarci che è giunta l’ora di recuperare la nostra individualità e dignità di persone, di esseri pensanti, in grado di decidere per una vita giustamente svincolata dalle tentazioni, dai trend in voga. In tale ottica Phalène d’onyx vuole essere un guerriero pronto a lottare contro il consumismo con la forza dell’amore. È infatti proprio l’odierno trionfo del consumismo che impone a tutti noi, poveri schiavi alla mercè del dio denaro, comportamenti insulsi e figli di logiche non esattamente proprie di esseri umani. L’amore, se vissuto consapevolmente e con la forza e la coerenza del sentimento puro, pronta a scardinare ogni istigazione di matrice consumistica, può vincere tali comportamenti.

Hai scelto un titolo davvero intrigante, chi/cosa te lo ha ispirato?
La falena è un lepidottero complesso e notturno, che cerca nettare nei fiori, e nell’immaginario collettivo metamorfosi ed oscurità fanno certamente della falena un simbolo seducente. Falena quindi come Regina della notte, non tanto in senso mozartiano, ma volutamente con una connotazione ben più eterea e leggiadra. Creatura quindi leggiadra e leggera, purtroppo effimera, destinata ad un’esistenza fugace e probabilmente condensata, in grado cioè di vivere intensamente la notte, forse una notte, luogo e tempo privilegiato di tutte le emozioni. Una falena corvina, pronta a confondersi nella notte ed a fluorescere leggermente quando baciata dai raggi lunari…
Il disco ha una struttura davvero particolare, con degli intermezzi che sono dei veri e propri brani, e con motivi strumentali che paiono loro istessi degli interludi, delle introduzioni; l’opera rimane nondimeno coesa, un tutt’uno che parrebbe frutto quasi d’un calcolo attento dei tempi, delle dinamiche, delle pause, in un incastro perfetto fra queste.
Questo nuovo lavoro si configura come la rappresentazione del viaggio interiore di un’anima che, a partire da una condizione di sofferta chiusura e non-accettazione dell’altro-da-sé, e quindi in generale del mondo circostante, arriva a vivere l’esperienza dell’amore come salvezza, ottenibile anche e soprattutto nella ritrovata capacità di donarsi davvero all’altro. Questo percorso viene tracciato, a guisa di un labirinto il cui filo d’Arianna è presente come trama più o meno celata al loro interno, da quindici poesie, scelte tra un gran numero di componimenti da me prodotti pressoché tutti in un arco di tempo di meno di due anni. Tale scelta è stata condotta anzitutto in modo da mantenere un ideale ordine che, quando non strettamente cronologico, tendesse essenzialmente a preservare una continuità di idee e sentimenti, capace di offrire una lettura quasi sequenziale, e, in un certo senso, teatrale del lavoro. Ma soprattutto la selezione degli scritti adatti a tale struttura è stata compiuta ricercando con accuratezza, all’interno del corposo serbatoio di poesie disponibile, le necessarie immagini e suggestioni sonore, in grado di permettermi, spesso dopo una dettagliata analisi testuale, di elaborare ogni volta nuove idee compositive, tutte comunque conformi all’obiettivo primario di trasporre il testo in musica.

Fin quasi dal suo iniziale concepimento il progetto – le cui primigenie idee risalgono all’autunno del 2004 – è stato ideato secondo una struttura simmetrica, dove le sette composizioni musicali propriamente dette, per le quali si erano anzitutto già fissati gli organici da utilizzare e indicativamente anche le rispettive durate, sono inframmezzate in alternanza da otto brevi intermezzi (intro e outro compresi): questi ultimi, infatti, pur perlopiù dotati di una precisa struttura compositiva, sono stati in ogni caso scritti in breve tempo, spesso seguendo ispirazioni anche estemporanee. Il compito degli intermezzi è di connettere tra loro le tematiche dei brani contigui, preludendo sovente contenuti del brano a seguire, e magari pure rivisitando sentimenti gi vissuti nel brano precedente.

Quanto influiscono l’apporto lirico e l’apparato strumentale, come sei riuscito a trovare un punto di equilibrio fra le due componenti?
Se alludi agli intermezzi a due voci (soprano e mezzosoprano), essi furono fin dall’inizio inseriti all’interno della progettazione d’insieme del lavoro. Per essi ho cercato di sviluppare le varie possibili sinergie armoniche ottenibili dall’impasto/intreccio vocale delle due cantanti, offrendo così una rilettura dei testi certamente nient’affatto lineare, ma che piuttosto definirei magica. Con il passare dei mesi successivi alla composizione di tali intermezzi, mi resi sempre più conto che l’impasto armonico creato dalle due timbriche così particolari e nel contempo così diverse l’una dall’altra sarebbe stato di sicuro impatto (cosa peraltro già verificata durante un’esibizione live).

Più in generale, credo che l’equilibrio cui tu alludi possa in larga misura dipendere dalla scelta iniziale di alternare organici diversi nell’ordine dei brani, così come sia forse figlio della scelta mirata dei temi contenuti nelle poesie e della sequenza in cui sono state organizzate. Il mio intento è sempre stato quello di cercare di costruire un impianto nel quale ogni episodio del viaggio fosse identificabile, tanto da poter essere riconosciuto ad ogni ascolto e, per tale ragione, associato direttamente alle emozioni, alle sensazioni che il relativo scritto poetico incarna. In relazione alle composizioni portanti, il tutto entra quindi in simbiosi con le rispettive immagini, pronte ad offrire una visione privilegiata della musica e delle parole, ovvero create con l’effettivo fine di traslare il pensiero in una dimensione parallela, altra, ma possibilmente in sintonia con l’interiorità, con la vita spirituale di chi ascolta, legge e guarda.

Per la sua forma, non sarà certo opera semplice tradurre sul palco la complessità di Phalène. Hai già programmato l’attività concertistica a supporto del disco?
Data la complessità e la numerosità in termini di organico che dovremmo trascinarci dietro ad ogni spettacolo, non sarà possibile rappresentare l’intero lavoro dal vivo. Alcuni brani ed intermezzi, specie i duo violoncello/piano, sono stati già eseguiti e altri verranno certamente eseguiti nelle prossime occasioni. In futuro potranno probabilmente aggiungersi “Avvolgenti già rami…” per violino, violoncello ed elettronica, sempre che le condizioni saranno favorevoli ad un proficuo intervento del violinista Alessandro Fattori, e magari anche “Nella pullulante atmosfera…” per soprano, violoncello e pianoforte, avendo la sicurezza di poter disporre del pianoforte a coda (visto la massiccia presenza di parti di sola cordiera).

In febbraio abbiamo già presentato in anteprima il lavoro a Padova: in tale occasione la formazione si è per la prima volta assoluta composta di Sonia Visentin (soprano), Matilde Secchi (mezzosoprano), Simone Montanari (violoncello) e il sottoscritto (pianoforte, recitazione, noises di scena) ed è verosimilmente quella che intendiamo presentare per i prossimi live, compatibilmente con i vari impegni dei succitati musicisti. Approfitto del tuo invito per rammentare ai lettori che proprio durante un’esibizione può essere più facile gustare e forse anche meglio capire, perfino vivere in un certo senso la musica di Autunna et sa Rose: ricordo quindi la data della nostra prossima esibizione, il 26 ottobre 2012 a Bologna (consultare il nostro spazio facebook per più dettagliate informazioni in merito), dove presenteremo uno spettacolo di teatromusica con l’intervento di alcune videoproiezioni sincronizzate ai brani e ad essi riferite.

Sei inoltre impegnato in altri progetti, vorresti illustrarceli?
In questi ultimi tempi sto cercando di propormi, per ora a piccoli passi, come realizzatore di colonne sonore e sonorizzazioni varie, ed in questo spero che anche quest’ultimo biglietto da visita possa servire alla causa: seguendo tale direzione, infatti, ho scelto di partecipare al contest di sonorizzazione di cortometraggi muti “Ozu Short Tracks” organizzato dall’Associazione Amici dell’Ozu Film Festival di Sassuolo (MO), con una composizione realizzata appositamente per sonorizzare il cortometraggio “Alice in Wonderland” del 1903, opera del regista inglese Cecil M. Hepworth.
Quanto la Musica, l’Arte incidono sul tuo vivere quotidiano?
Credo risulti chiaro come la realizzazione finale di Phalène d’onyx abbia rappresentato il compimento di un percorso interiore di anni di ricerca, durante i quali la mia vita è stata messa in strettissima relazione con le necessità che questo progetto richiedeva. Ovviamente questo rapporto è correlato direttamente al sopra citato concetto del sacrum facere, cosa che impone tempi e vincoli oltre che volontà di produrre arte. Se si tiene infatti conto che ho pure un lavoro che devo cercare di svolgere al meglio delle mie possibilità, puoi comprendere come la quotidianità sia in bilico tra necessità di esprimersi a livello di realizzazione artistica e bisogno di doversi mantenere economicamente, cosa che peraltro mi dà la possibilità di permettermi gli investimenti dovuti per dare forma concreta ai miei lavori. Devo dire che a volte ho sentito una certa qual forma di attrito scaturire da questa dualità, perché chiaramente arrivano quei momenti nei quali sei a pezzi e devi in breve tempo portare a termine scadenze di vario genere: la cosa fa parte del gioco, sì, è dura e può anche condurre ad un senso di depressione, alimentata magari dalla vista di come va il mondo attorno a te. Ad ogni buon conto mi sento ancora un uomo che ha ambito e preteso di guadagnarsi il diritto di “[…] diventare un devoto suddito dell’Arte”, come scrivevo dieci anni or sono all’interno della sceneggiatura dello “Sturm”.
Anche la grafica del booklet, la sua ricchezza di contenuti estetici contribuisce a rendere vieppiù intrigante Phalène Tanta attenzione dedicata ad un aspetto non secondario, da troppi trascurato, che nel tuo caso invece è stato oggetto di particolare cura. Nulla è lasciato, davvero, al caso!
Phalène d’onyx non è un lavoro esclusivamente musicale: come si è più sopra spiegato, il punto di partenza del lavoro è costituito da quindici poesie, prodotte prima della completa elaborazione del progetto, sulla base delle quali sono nate prima le sette composizioni musicali (più gli otto intermezzi) ed infine le relative immagini a queste associate, sintesi finale di un trittico espressivo, che rappresenta il vero oggetto dell’opera. Pertanto all’interno del booklet, oltre alle poesie ed alle sette immagini, è presente un’essenziale ma dettagliata scheda sull’intero progetto; inoltre all’interno del sito web ufficiale, più precisamente alla pagina www.ederdisia.com/pdo.html, sono presenti alcuni link a documenti scaricabili, contenenti informazioni specifiche sulle composizioni portanti, oltre a dettagli tecnici più approfonditi che illustrano le diverse strategie compositive elaborate sulla base degli scritti.
Ritieni questa tua ultima creatura un punto d’arrivo, il compimento duna esperienza delineata negli ultimi anni, ovvero l’avvio di un novello percorso artistico ed umano?
È certamente un punto di arrivo perché chiude un percorso interiore, soddisfacendo insieme un desiderio rimasto imprigionato per quasi due anni in attesa dell’uscita del disco. Per contro, può essere nel contempo ritenuto anche un inizio di una nuova fase, ma molto in tal senso credo proprio lo dovranno dire gli eventi futuri.
Chi sono i musicisti che hanno collaborato con te in Phalène d’onyx, e quanto la loro presenza ha influito sui contenuti e sulla definizione dell’opera?
Sonia Visentin (soprano), Matilde Secchi (mezzosoprano), Sergio Scarlatella (voce recitante), Stefano Bertotti (clarinetto), Antonio Bianchi (percussioni), Gianluca Lo Presti (basso elettrico e tecnico del suono), Silvia Mandolini (violino), Alessandro Fattori (violino) e Caterina Caminati (viola) e Simone Montanari (violoncello).

Vale forse qui la pena di rammentare che Autunna et sa Rose non è esattamente una band: vi è infatti uno che scrive (musica, poesie) ed elabora quindi i progetti che poi vengono via via presentati, e ci sono altri, persone magnifiche, che interpretano, ossia suonano, cantano, recitano se è il caso, come accade in questo lavoro. Credo sia una precisazione essenziale che permette di differenziare e distinguere il prodotto che proponiamo, rispetto a quello di una generica band, in cui invece si compone solitamente in gruppo e dove le idee creative spessissimo hanno origine nel confronto reciproco, che esso abbia luogo in una sala prove o dovunque. La qual cosa chiaramente dice da sé che, se per contenuti intendi le idee a livello compositivo e concettuale, non ci sono state influenze.

Semmai certamente un confronto nel momento in cui portavo le parti ai vari musicisti, cosa strategicamente importante al fine di ottenere il massimo dalle loro esecuzioni. Casomai è lecito osservare come sia stato da anni riscontrato che l’apporto di Sonia Visentin, con la quale lavoro dal 2003, ossia dall’epoca dello spettacolo live di Rovigo assieme ad Ataraxia, la registrazione del quale portò alla realizzazione del DCD “Odos eis Ouranon” nel 2005, ha permesso a Simone Montanari ed a me e una seppur lenta maturazione musicale, la quale ci ha condotto a raggiungere traguardi in termini di realizzazioni all’epoca certamente non immaginabili.

Fin da allora parve chiaro che era proprio Sonia la voce giusta per tutto ciò che già avevo scritto per Autunna et sa Rose: per cui, con un così dotato soprano di coloratura al mio servizio, che nel corso degli anni avevo imparato a conoscere in quasi ogni sfumatura vocale, avendo pure modo di ascoltarne i virtuosismi nel corso di rappresentazioni di opere contemporanee come quelle di Adriano Guarnieri e Claudio Ambrosiani, è chiaro che sono arrivato oggi a strutturare in partenza le mie composizioni in modo da sfruttare al meglio le notevoli risorse di Sonia, conscio cioè che ogni nota che vado a scrivere per lei sul rigo avrà l’effetto da me desiderato, in sostanza come già fin dall’inizio udito nel mio cervello.

A Te le ultime parole, Saverio, a chiosare questo nostro approfondimento.
Non smetteremo mai di proporre cultura, magari in forme volta per volta eventualmente diverse. In tal senso, anche quest’ultimo lavoro mostra un approccio multidisciplinare, segno che la mia proposta si configura per scelta in diverse espressioni artistiche, qui chiaramente fuse tra loro: credo che Autunna et sa Rose possa sempre essere un contenitore per produzioni d’arte di vario genere, e con questo non intendo certo dire che la musica dovrà subire un necessario rallentamento se non addirittura un blocco totale. Certo è che, pensando al futuro che ci attende tutti, risulta ad oggi difficile intravedere spiragli davvero positivi per l’avvenire della musica nel suo insieme, specie per chi vive quest’esperienza spinto come noi dalla passione e con il sempre fisso obiettivo di produrre opere di qualità.

Bisognerà in altri termini valutare nel tempo a venire quanto il meccanismo della distribuzione digitale potrà diventare davvero efficace, se sarà in grado di fornire agli autori le garanzie che tutt’oggi sono loro negate; a mio personale avviso, in nome della salvaguardia della qualità, sarebbe in ogni caso necessario riuscire a tenere maggiormente sotto controllo il tasso di inflazione musicale. In tal senso, sarebbe anche ora di garantire a chi intende fare musica seriamente la possibilità di usufruire di adeguati spazi sui mezzi di comunicazione, senza per forza essere chiaramente, come da costume tipicamente italiano, figli di, nipoti di, eccetera. E, d’altro canto, se non puoi vantare una seppur minima dose di popolarità, al giorno d’oggi non sei nessuno, non hai quasi speranze nel momento in cui ti vai a rivolgere presso organizzatori di eventi, assessori e compagnia bella. Visto in che condizioni versa il mercato discografico oggi, non ci interessa nemmeno vendere quantità massicce di dischi: l’importante sarebbe avere un riconoscimento in termini di spazi e di diffusione della cultura che da anni stiamo cercando di portare, con difficoltà, direi quasi pedissequamente, avanti.

Autunna et sa Rose

Autunna et sa Rose

Condividi:

Lascia un commento

*