Janel & Anthony: Where is home

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Atmosfere suffuse e notturne, evocanti il calore domestico nel quale trovare rifugio nella fredda notte invernale, allorquando le prime avanguardie del gelido vento del Nord iniziano ad insinuarsi fra le fila ordinate di abitazioni della città addormentata. Janel Leppin ed Anthony Pirog giungono con Where is home al secondo disco marchiato dai loro nomi, il primo per Cuneiform Records, che mi appresto ad ascoltare in quest’inizio d’Autunno, stagione perfetta per meglio assorbirne le infine sfumature che lo caratterizzano. Il duo basato in Washington D.C. vanta un curricula di tutto rispetto: la Lepin è validissima cellista con studi approfonditi sulle tradizioni musicali dell’India settentrionale e della Persia, oltrecchè in ambito jazz e free-impro, Anthony Pirog è definito chitarrista onnivoro; l’ambiente sereno di Wedderburn, ove la famiglia Leppin risiede, idilliaca località sita nelle vicinanza di Vienna, Virginia, ha sicuramente influenzato il processo creativo del duo, sfociato nelle tredici tracce di Where is home. Opera avvolgente, riflessiva, velatamente melanconica che ci consente di scivolare lentamente nei recessi della memoria per riappropriarci di lembi di questa che il Tempo aveva avvolto nel suo sudario, guidati dalle note dolenti del cello di Janel e dai contrappunti chitarristici, delicati, desertici o nervosi a seconda delle situazioni, di Anthony, ammirando il profilo incerto delle colline stagliantesi nel rosso fuoco del tramonto, od il delicato candore del giglio, principe di un giardino dall’architettura perfetta. Colla benedizione di Jimmy Chamberlin degli Smashing Pumpkins e di Nels Cline dei Wilco, che in questi paesaggi sonori si sono immedesimati e riconosciuti, Janel & Anthony rievocano la furia della tempesta ancora lontana (“Where will we go”), indugiano su panorami d’estatica bellezza (“Big sur”, “Symphony Hills”), disegnano con tratti delicati le meraviglie della Natura (“Broome’s orchard”, “Leaving the woods”), ci conducono al “Finale” tra scorci ancora intatti (“A viennesian life”, “’Cross the Williamsburg bridge”), senza mai smarrire la vena fortemente descrittiva, ed emotiva, che attraversa il vitale e finissimo tessuto di Where is home.

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