Lacrimosa: Revolution

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Tilo Wolff riesce sempre a spaccare in due l’esigue schiere dei miei ascoltatori. Da un lato il partito di chi mi prega (letteralmente) di non trasmettere più alcunché dei Lacrimosa, sul fronte opposto quello di chi m’accusa di trascurare le sue opere. In casi come questi al vecchio Hadrianus non resta che abbracciare la filosofia politica cara al Senatore Giulio Andreotti, non tanto per tener calda la sua poltrona, quanto per non rimaner intrappolato in una vischiosa tela di interminabili dispute. Revolution nel titolo annuncerebbe chissà quali stravolgimenti, in realtà, concluso il suo percorso nel lettore, potremo depositare il dischetto accanto agli altri targati Lacrimosa senza apporvi particolari segni distintivi. “Irgendein Arsch ist immer unterwegs” rinfocolerà gli ardori fra detrattori e partigiani, essendo la classica traccia nella quale il compositore svizzero crogiola i suoi pruriti sinfonico/orchestrali ma, credetemi, se con costui possiamo pure assumere atteggiamenti concilianti, fosse un altro lo asfalteremmo di scherni e di lazzi. Caruccia è “If the world stood still a day”, cantata da una Anne Nurmi che giuoca benissimo la sua carta, in una sorta di Faith and the Muse “Evidence of Heaven”-era sottoposti ad una cura ricostituente a base di ferro, “Verloren” è lunga, otto minuti circa, come si conviene ad un brano di gothic-metal quale effettivamente è, anche se interpretato nell’ottica-Wolff, il suo andamento spedito la rende assolutamente godibile e vincente, peccato che la segua una sconclusionata “This is the night”, caratterizzata da un’apertura incomprensibile. “Feuerzeug” (parte due, è preceduta da un brevissimo interludio pianistico) è uno dei motivi di Revolution cantati in  tedesco, e si merita la sufficienza per l’andamento bizzarro da musical (Meat Loaf e Jim Steinman apprezzerebbero), “Refugium” è lenta ed obscura, come una notte di tempesta sulle Alpi svizzere (location che già altri ispirò), il suo finale è davvero disperato, e non concede speranza nemmeno “Weil Du Hilfe brauchst”, caratterizzata da una chitarra pesantissima (suonata su tutto “Revolution” da Henrik Flyman che la paghetta se l’è guadagnata!) la quale cala pesante come una fredda pietra tombale su un brano dall’andamento doomeggiante, secondo per le emozioni che genera solo a “Verloren” (a conti fatti la migliore delle nove, di gran lunga), “Rote Sinfonie” è lunga, troppo lunga, undici minuti ove Wolff si concede alla grandeur orchestrale, anche se le varie parti che la compongono a tratti sembrano incastrarsi con difficoltà; una sei corde torrida ed un violino che incide le carni fino all’osso permettono alla canzone di meritarsi la sufficienza. Chiude la title-track, il sipario cala ed il pubblico s’avvia pigramente all’uscita, concedendosi a contrastanti commenti, com’è consuetudine quando trattasi di Lacrimosa. La pubblicizzata presenza sulla citata “Verloren” dell’irsuto Mille Petrozza non apporta alcunché di decisivo (una rimpatriata fra vecchi amici? Forse questo è il reale significato della partecipazione del leader dei thrashers Kreator, che comunque nella sua ultradecennale carriera qualche deviazione dal canovaccio standard imposto dal genere se l’è concessa, assumendosi tutti i rischi del caso) al contrario di quella di Stefan Schwarzmann batterista dell’istituzione metal teutonica Accept (lo skin-beater offre una prova quadratissima e solida). Tre anni abbiamo atteso per l’undicesima stazione della Via Crucis tracciata dal duo svizzero/finnico, qual è il risultato? Dipende ovviamente dalle personali simpatie, tanto so già come andrà finire: per qualcuno Revolution sarà una “porcata”, per altri invece l’ennesimo colpo di genio di un Artista inarrestabile (a patto che rinunci all’inglese, che lasci più spazio alla Nurmi e che la smetta di fare il crooner). Fate vobis

Per informazioni: www.hall-of-sermon.de
Web: http:/www.lacrimosa.ch
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