My Dying Bride: A map of all our failures

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A conti fatti, con A map of all our failures la carriera dei MDB conta dodici albi, risultato di tutto rispetto se consideriamo l’elevata mortalità che piaga il music-biz, panorama desolato e desolante di lapidi consunte dal tempo e lasciate colà a giacere semi immerse nella mota a rimembrare ai posteri quanto il destino d’una band sia legato indissolubilmente alle bizzose leggi del mercato, più che all’afflato artistico nutrimento dell’ispirazione. L’opener “Kneel till doomsday” riecheggia di mesti rintocchi a morto, richiamando le beghine alla veglia funebre che sta principiando, ed i massicci riff architettati dalle sei corde di Andrew e di Hamish si stagliano severi sull’organico, ferale tappeto sonoro intessuto dai loro compari. Più m’addentro nella buia selva ch’è A map of all our failures più apprezzo il ricupero della formula che aveva sancito il trionfo della sposa morente, edificando questo disco autentici moloch di musica mesta, una sinfonia dell’esizio che trova in più d’un episodio la sua consacrazione a luttuoso rito pagano. “The poorest waltz” strazia, col violino di Shaun che leva al cielo lamenti di tetra disperazione sottolineata dal dolente arpeggio dell’acustica, la magistrale interpretazione del severo cantore Stainthorpe permette all’opera di elevarsi ad un grado superiore da quello di prova semplicemente buona, andando a sfiorare l’eccellenza in episodi quali la title-track, “Hail Odysseus” e nell’epilogo di “Abandoned as Christ”. A tratti i richiami al passato anche più remoto fanno sussultare il cuore sanguinante, anche se non distinguibili di primo acchito, ma non trattasi di ricupero forzato di formule già archiviate tanto per colmare vuoti ispirativi, in quanto questi elementi si dimostrano assolutamente funzionali alla piena riuscita di A map of all our failures. Il doom, in tutte le sue declinazioni, concede ben poco spazio all’estro, ma il combo dello Yorkshire ha saputo più volte osare, non come Anathema e senza lasciarsi andare a sbandate come i Paradise Lost (che riprendendo il loro cammino hanno inanellato una serie di prove, ultima “Tragic idol”, davvero notevoli), passi falsi clamorosi non ne hanno mai commessi (anche se qualcuno critica qualche prova…), ma poter contare, sempre, su di loro rappresenta ancora una confortante certezza. Epico e maestoso (“Like a perpetual funeral” è uno dei nuovi manifesti del genere), A map of all our failures non vi deluderà, ed ora andate in pace, Amen!

Per informazioni: www.audioglobe.it
Web: www.peaceville.com
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