Verdiana Raw

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foto di Roberta Dolce

Abbiamo parlato dell’album dei Verdiana Raw qualche mese fa e, poco dopo, abbiamo incontrato lei a Pisa, al Metarock, dove, ospite degli amici Gargamella, doveva esibirsi con loro in un unico brano, “Noche Oscura”, basato su una poesia del mistico spagnolo Juan de la Cruz: naturalmente l’effetto é stato incredibile. Tra l’altro, la simpatia e la cordialità di Verdiana ci hanno talmente colpito che, fin da quella sera, abbiamo concepito l’idea di un’intervista. La disponibilità con cui ha subito accettato di rispondere alle nostre domande ha confermato la prima impressione: leggerete parole belle e complesse che vi mostreranno il ritratto di un’artista colta, sensibile alla bellezza ma anche energica e ricca di idee; una donna forte e piena di voglia di fare che, oltretutto,  ha…una splendida voce!

Metaxý, il vostro primo album full length, (http://www.versacrum.com/vs/2012/08/verdiana-raw-metaxy.html) ha riscosso critiche generalmente positive. Ci puoi dire brevemente della sua genesi?

Metaxý raccoglie brani recenti e meno recenti, nati per lo più per voce e piano soli. Con l’aggiungersi delle chitarre di Antonio e le percussioni di Fabio, i pezzi sono rinati in veste più completa. Le canzoni preesistenti erano frutto di periodi bui e straordinari per me, pieni di avventure stimolanti nel bene e nel male. Antonio si è inserito spontaneamente, con i suoi suoni delicati, e in seguito Fabio, con le sue percussioni ieratiche e tribali; insieme ci siamo trovati in una alchimia prima di tutto umana e poi musicale, a registrare Metaxý, dopo diverse date dal vivo. Il titolo  è una parola greca, e vuol dire  “fra”. Senza voler fare una dissertazione filosofica, ho tratto ispirazione da questo termine usato in modo specifico da Platone. Ne si può leggere una spiegazione in un capitolo dello splendido libro di Umberto Galimberti, “Gli equivoci dell’anima”. Ho rielaborato la sua lectio, ricreando l’aria di questo spazio a metà fra saggezza e non, fra dèi e uomini, dove regna la conoscenza intuitiva, a contatto con i propri lati oscuri interiori. Metaxý è arrivato in un momento di passaggio, durante il quale mi sentivo sospesa fra le maglie di un passato prossimo alla trasformazione, sia esistenziale che musicale.

Parlando al Metarock a Pisa, ci accennavi alle difficoltà di trovare una label che lo pubblicasse. Cosa puoi dire della tua esperienza?

Partendo da una inconsapevole condizione totalmente avulsa  dai meccanismi che si celano dietro il mondo musicale, non avevo gli strumenti né la conoscenza per creare un demo con delle sonorità fatte e finite. Sperando nella capacità delle etichette di saperne cogliere l’essenza, mi sono resa conto che invece non ero in grado di curare abbastanza la promozione, non solo a livello di qualità sonora del demo che presentavo. Ho suonato dal vivo per un anno, e poi ho incontrato ArkRecords. Ho avuto difficoltà nel senso che non mi orientavo bene nell’organizzazione del lavoro. Sono goffa nelle strategie.

Quasi tutti, parlando delle grandi potenzialità della tua voce, l’hanno paragonata a quella di Diamanda Galàs e anche a quella di Francesca Nicoli degli Ataraxia: sono dei punti di riferimento che per te valgono realmente?

Ho un grande rispetto per entrambe, e le ascolto con grande passione, in particolare Diamanda Galàs. Grazie a lei mi sono sentita libera di continuare ad esprimermi come avevo cominciato a fare, nonostante molti vi vedessero solo un disagio psichico. (Che piacere ricordare i primissimi tempi di ricerca, adolescente, quando mio padre irrompeva nella stanza dove ero a cantare accompagnandomi ad un vecchio Kawaii verticale, dicendo sconvolto: ‘E smettila di urlare!’ con i capelli ritti in testa). Non ti nascondo che  ascoltando Francesca Nicoli , ho sentito una grande affinità, soprattutto come sensibilità interpretativa. Il mio punto di riferimento primario è senza dubbio D.G., mescolata abbondantemente con Tori Amos, soprattutto nelle prime canzoni. Sto comunque cercando di farmi un auto esorcismo per liberarmi da tutte le idolatrie e fare sempre più spazio a me stessa .Gli Ataraxia come ascolti fanno tuttavia parte del mio quotidiano. La loro musica è necessaria, per me.

Banale ma d’obbligo: che musica ti piace ascoltare?

Mi incanto su nomi e generi per lunghi periodi. Le mie preferenze  passano da estremi opposti come Mazzy Star e Nerorgasmo. Dall’Atmospheric Black Metal alla musica sefardita,  Cranes , Queen Andreena; da Sinèad O’ Connor a Nick Cave a Meira Asher a Patrick Wolf ai Dead Can Dance, al Southern Rock, agli Infected Mushroom…musica antica, contemporanea, witch house, swing,punk cabaret, cantautrici folk come Alela Diane o Marissa Nadler, Jarboe, darkwave, ethereal, Chandeen, Lisa Germano, Leonard Cohen, Battiato, Antonius Rex, Esoteric, Chopin, Satie, Debussy, Mendelshonn, BlackTapeForABlueGirl, Argine, Ataraxia, Camerata Mediolanense ( soprattutto in un certo periodo della mia vita). The Gathering, Billie Holiday, BlessedChildOpera…musica celtica…Aghast…blues,Nina Simone, Kate Bush, Ligeti,Teatro Degli Orrori, The Legendary Pink Dots, This Mortal Coil , Cocteau Twins, Tangerine Dream, Portishead. Sono andata a flusso di coscienza…non sono un’esterofila sfacciata, per cui apprezzo anche certa musica italiana, molto quella antica popolare. Credo che sopravviva in me attraverso le mie radici mediterranee. Mi è poi rimasta una traccia profonda lasciata dalle Opere che soleva ascoltare mia madre quando ero bambina. Avevo pochi anni – credo tre all’incirca – quando mi portò ad assistere alla mia prima Tosca. (Della quale mi rimase impresso solo il suicidio… ) Ho qualche problema con la musica  classica sinfonica. Industrial a periodi.

Come funziona la collaborazione con i tuoi due compagni di avventura, Antonio Bacchi e Fabio Chiari? Ci incuriosisce il vostro modo di lavorare…

foto di Jacopo Pandolfini

Quando ho cominciato a suonare avevo in mente di restare sola, voce  e pianoforte. Mi sono presto resa conto di non essere in grado tecnicamente al piano di rendere completo un concerto, né mi interessava  diventarlo;  ho deciso di cercare musicisti che potessero affiancarmi senza sconvolgere i brani. Non avevo pregiudizi riguardo agli strumenti; ho conosciuto Antonio, e mi sono innamorata del suo modo di suonare e soprattutto di suonare con me. Inoltre è una persona splendida. Fabio è arrivato dopo che il duo si era già consolidato, ma ci conoscevamo da anni e  sapevamo che avremmo collaborato, prima o poi. Poi le cose si sono naturalmente modificate, l’album comprende composizioni di Antonio e di Fabio, e credo che la forte unione  porterà sempre di più ad acquisire uno stile  comune. Verdiana Raw non è un gruppo, né una cantautrice soltanto, proprio per questi motivi…è una via di mezzo. Aggiungo che senza Antonio e Fabio non sarei in grado di sopportare la tensione di certi aspetti del fare musica.

Ci puoi spiegare il rapporto fra il tuo lavoro e il concetto di Art Brut di Dubuffet, dal quale hai dichiarato di essere influenzata?

Non avevo approfondito l’ambito dell’Art Brut, fino a quando ho incontrato a un mio concerto Teresa Maria Partenope Vitelli, fondatrice di Officina Parnaso. Ha creato un documentario e si è spesa in approfondite ricerche su questa corrente artistica. Sentendoci ha ritrovato in noi un  quid simile; così ci ha proposto di fare dei video con immagini di Art Brut che abbiamo proiettato durante alcuni concerti. Sia io che Antonio ci interessiamo da sempre alle problematiche inerenti alla salute mentale e al modo in cui viene concepita dal sistema sanitario. Ognuno a proprio modo, abbiamo combattuto e ci siamo informati sull’abuso degli psicofarmaci e il maltrattamento delle persone internate in reparti psichiatrici, nonché sulla loro emarginazione in contesti sociali. L’incontro con Teresa ci ha entusiasmati, ed è soprattutto una comunione di intenti che ci spinge a creare dei simboli della stessa . Il nome che ho scelto, Raw, casualmente coincide con il termine Brut. Il senso in origine era per me non distante; un’espressività cruda, grezza, senza mezzi termini. Soprattutto quella vocale.

La tua tecnica di canto è assolutamente unica nel panorama italiano. Per ottenere questi straordinari risultati, svolgi degli esercizi specifici?

Da bambina cantavo nel coro della Scuola di Musica che frequentavo; in seguito non ho più studiato! Adesso che ho chiara la ricerca che voglio continuare a fare, vorrei ricominciare ad esercitarmi in modo più sistematico, soprattutto per proteggere le corde vocali. In realtà dopo nomi quali Diamanda Galàs o Meredith Monk molte sono le cantautrici femminili che si avvalgono di giochi di voce strabilianti, non ritengo di essere un’eccezione . Il mio impegno va anche in quella direzione, ma non solo. Il solo virtuosismo vocale non mi darebbe mai il diritto di stare su di un palco, senza un lavoro  metodico parallelo sullo sviluppo dei contenuti che stanno alla base.

Puoi accennarci delle tue esperienze in ambito visivo e teatrale? Come descriveresti un tuo spettacolo?

Prima di ricominciare con la musica mi sono appassionata al Teatro, e credevo che il mio destino sarebbe stato fare l’attrice. Il caso ha voluto per vari motivi che così non fosse, ma conservo dentro di me un certo gusto per la teatralità asciutta, minimale ma diretta tipicamente anglosassone. Andando avanti ho sviluppato curiosità e amore per la danza contemporanea, soprattutto Butoh. Dopo un breve seminario con Sayoko Onishi ho sentito questa disciplina risuonare dentro di me indelebilmente. Ho indetto da poco un esperimento; ogni concerto che riuscirò ad organizzare comprenderà una ballerina e/o ballerino di danza contemporanea (non importa lo stile) che si esibirà durante l’esecuzione di un brano a sua scelta. Io non saprò niente della coreografia fino al momento del live…sono già in contatto con danzatrici di poledance, ad esempio. La risposta è incoraggiante, mi stanno già scrivendo per partecipare. Faccio tutto questo non perché voglia mettere su un circo o creda che la performance dei VR sola non basti a coinvolgere il pubblico. Ma perché ho sete di incontrare altre arti e altri individui per creare, con le giuste dosi di tutto, uno spazio multidisciplinare e libero…anche rischiando un po’, forse. I brani di Metaxý sono molto evocativi, e a me piace presentarli dal vivo ‘nudi’, senza video e senza aggiunte. Ma al contempo si prestano molto sia alla danza che alla proiezione di video, permettendo a chi sta di fronte di lasciarsi coinvolgere anche da altri sensi. E poi c’è il mio amore per la Perfoming Art…chissà, forse sto tentando di costruirmi un percorso in quella direzione. E’ difficilissimo trovare spazi aperti a tutti e particolarmente senza avere ‘agganci’ o essere promossi da agenzie di booking. Il mio desiderio di coinvolgere più ‘artisti’ ( passami il termine, lo uso per semplicità),  è anche quello di ribellarmi e prendermi gli spazi in modo spontaneo e solidale con chi ha qualcosa da dire come me.

Come ti proporresti ai nostri lettori che ancora non ti conoscono (ma dubito che ce ne siano…)? Che cosa potrebbero trovare nella tua musica?

Sei molto gentile. La domanda non è semplice. Ho notato che le reazioni al disco sono molto diverse fra loro, soprattutto a seconda del background musicale di ciascuno. Studiando musicoterapia mi sto accorgendo di quanto la Musica sia immensa nel suo non avere un significato univocamente percepibile. L’Ispirazione porta a comporre i brani e scrivere il testo di getto, ma nel rielaborare entrambe le cose mi domando sempre profondamente  con disagio perché qualcuno dovrebbe venire a sentirmi, o se abbia un senso oggi scrivere canzoni, cantare… nella musica che faccio ci sono ideali, principi, rabbia, odio, disperazione, follia, sensualità, paura, amore, erotismo, psicanalisi, cibo, animalità, spiritualità, misticismo narcisistico, dubbi, esperienze extracorporee, temi come la maternità e l’aborto, il maschilismo, il sopruso, il sogno, l’inenarrabile, la fiaba, l’essere bambini, l’ingenuità, la malattia, l’ironia, la nascita, la morte, l’incubo, streghe, alieni e complessi non superati. Sono tutte cose universali poste in termini strettamente personali, e che incontrano il cuore di chi vi si identifica. Come dire : non mi piace l’Arte per l’Arte, non mi interessa ‘trasmettere emozioni’ fini a loro stesse, Metaxý è anche un urlo di denuncia  e un grido di guerra. Non perché il mio sia uno snobismo con pretese intellettuali, anzi, ma la mia presa di posizione mi impedisce di fare parte di un progetto in balia di un arrivismo estetico privo di comunicazione di contenuti tangibili. Anche se i testi usufruiscono spesso di metafore e simbolismi, nascono da necessità concrete di giustizia, in molti ambiti. Quello dei diritti femminili e dei malati mentali, ad esempio. Anche se lo stile con il quale l’album è definito è neoclassico e onirico, anche se sono ben presenti elementi esoterici, anche se tengo molto alle armonie  e le melodie,al lato inconscio e sognatore del progetto, spiega bene il nostro intento la definizione che ho coniato, anche un po’ ironicamente: raw ethereal. Vi è tutta la dolcezza e la sacralità di una sensibilità spirituale che mi accompagna sin da bambina; ma allo stesso tempo esprimo il sangue che bisogna sputare per cercare un po’ di libertà, specie in determinati periodi e condizioni.

Spero che il disco sia un rifugio per le anime stanche, non arrendevoli ma che hanno voglia di abbandonare le ossessioni e non precipitare nella follia, almeno per cinquantaquattro minuti circa.

http://www.myspace.com/verdianaraw

http://www.verdianaraw.org/

con i Gargamella. Foto di Mrs Lovett

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