O. Children

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Dopo l’ottimo esordio dell’omonimo album (2010) gli O. Children quest’anno hanno realizzato il loro secondo CD, Apnea e hanno iniziato un tour che li ha portati al Moonlight Festival di Bologna. Lo spilungone Tobi O’Kandi ha tutte le caratteristiche per diventare una nuova icona della scena indipendente: voce cavernosa (un incrocio fra Ian Curtis ed Andrew Eldritch), presenza scenica, fascino da giocatore di basket e una buona dose di sfrontatezza con il suo ciuffetto sbarazzino.

Oltre alle ricercate sonorità che richiamano Sisters of Mercy, Joy Division e Nick Cave, ci provano anche con il look (soprattutto di bassista e batterista) a sembrare appena scongelati dai mitici 1979-1980 dell’iconografia post punk.
Sicuramente per noi goticoni le atmosfere del primo album sono più congeniali ed è stato impossibile non scatenarsi alle note di “Ruins” (che resta la mia preferita) e ripetere nella mente l’ossessiva melodia della chitarra di “Dead disco dance”.

Anche i brani tratti dal secondo album seppure a volte più intimi altre volte più graffianti, in realtà non ci hanno lasciato indifferenti. E poi come non innamorarsi del primo/prima che capita alle note di “I Know (you love me)”?

Per molti di noi gli O. Children sono stati la sorpresa più interessante del festival e per questo siamo andati tutti a cliccare il “mi piace” su Facebook e loro hanno risposto: “Bologna, You were emotionally bellissima” oppure “Perdere la vostra mente, prego”. Porelli, se tornano qualche lezioncina di italiano gliela facciamo?

O. Children a Bologna al Moonlight Festival (foto di Franco Cevolani)

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