“Oltre le colline” di Cristian Mungiu: quando si ama…

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La decisione di premiare, a Cannes, la sceneggiatura firmata da Cristian Mungiu per il suo film Oltre la colline non aveva trovato tutti d’accordo: l’opera era stata definita da alcuni lenta e faticosa, per quanto ‘impegnata’ nella scelta della tematica, e chi, a suo tempo, aveva amato 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni – Palma d’oro nel 2007 – era rimasto deluso e disorientato. Con questi presupposti, ho affrontato la visione della pellicola convinta di dovermi sobbarcare il classico ‘mattone’ ma invece nessuno dei 155 minuti di Oltre la colline mi ha causato noia o insofferenza. Ciò che ho provato somiglia molto di più alla tristezza se non alla pena.

Le protagoniste della storia sono Alina e Voichita, cresciute nello stesso orfanotrofio ove la condivisione della solitudine e del dolore ha fatto nascere fra loro un affetto particolare, un legame speciale cui entrambe si aggrappano per ricavarne conforto e forza. Nella lontananza fisica non si sono perse, tanto è vero che Alina, trasferitasi in Germania in cerca di fortuna, torna poco dopo da Voichita che, nel frattempo ha cercato di dare uno scopo alla sua vita entrando in un monastero ortodosso. Tutta la vicenda che, a quanto si è appreso, si basa su di un fatto di cronaca effettivamente avvenuto in Moldavia, è quindi incentrata su due figure femminili straordinarie, forti e coraggiose, e sul significato assoluto che può avere l’amore come sentimento totalizzante al di là del sesso, della morale e delle circostanze contingenti. D’altra parte il regista disegna, alle spalle delle due giovani donne, un grigio ambiente claustrofobico che, fra rituali quasi obsoleti e privazioni di ogni genere, sembra fatto apposta per spegnere in loro qualunque scintilla di vitalità e, ovviamente, finirà con il soffocarle. Il monastero ortodosso ove Voichita ha scelto di rinchiudersi allontanandosi dalle minacce del mondo reale è guidato da un sacerdote duro ed autoritario che, forte delle sue convinzioni, costringe il gruppo di monache di cui è a capo a seguire un regime di vita radicale e rigidissimo: strutturata in modo medioevale, la casa è sprovvista di tutte le comodità moderne e si trova in un sito impervio e solitario, ove le abitanti svolgono lavori pesanti e fisicamente usuranti portando sull’altare della religione un’esistenza di rinunce e sacrificio. La decisione di Voichita, dettata più che altro dal desiderio di ottenere protezione ed un rifugio sicuro per sé in luogo di un nido familiare mai conosciuto, non può trovare l’approvazione di Alina che, più matura e consapevole, preferirebbe costruire il proprio destino in libertà. Ma essa rinuncia ai suoi ideali per scegliere l’amore anche se forse intuisce che la sua è una decisione per il martirio. Mungiu non presenta mai la tematica omosessuale in maniera esplicita, presumibilmente per scelta stilistica piuttosto che per autocensura; tale tematica è comunque un imprescindibile sfondo che illumina la sostanza di una relazione intensissima quanto ‘diversa’, purtroppo sempre priva di gioia ma non di emozione. Questo sentimento è destinato a scontrarsi con la ‘gabbia’ di un ideologia soffocante ed intransigente che proprio per il suo radicalismo sa sedurre anime fragili e solitarie, bisognose di una guida forte nella quale trovare sostegno: del resto, è questo il terreno sul quale proliferano sette, dottrine autoritarie e fanatismi vari che poi conducono a conseguenze ben note, già visibili peraltro nel film. Il monastero ortodosso è solo uno degli esempi possibili ma fa comprendere perfettamente il concetto di un’istituzione che si autoalimenta, fagocitando le energie dei singoli senza alcun rispetto per le loro esigenze e sofferenze: qui la ricerca di un ideale superiore diviene talmente estrema da far perdere di vista quella che dovrebbe essere la méta da raggiungere. La regia di Mungiu sembra fatta apposta per far assaporare allo spettatore da un lato le durezze della vita religiosa, dall’altro, nella graduale presa di coscienza delle due protagoniste, l’evoluzione della vicenda in tragedia: ritmo lentissimo, lunghi piani sequenza, fotografia livida, che ritrae un mondo al di là del reale. Ma non mancano le scene memorabili, come quella in cui le monache, per incoraggiare Alina a ricordare tutte le sue mancanze e confessarle, leggono ad alta voce una lista di centinaia e centinaia di peccati: tanta ingenua solerzia provoca inevitabilmente il sorriso. La recitazione delle due giovani attrici – meritatamente premiate a Cannes – è brillante e coinvolgente e contribuisce a fare di Oltre la colline un’esperienza che vale la pena di vivere.

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