“La Bottega dei Suicidi” di Patrice Leconte: consigli per gli acquisti…

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Giunge nelle nostre sale agli sgoccioli del 2012, preceduto da molte polemiche, questo film di animazione di Patrice Leconte dedicato alla ‘dissacrazione’ del suicidio. Il curioso atteggiamento della censura in Italia che vi aveva apposto il divieto ai minori di anni 18 non ha fatto altro che alimentare la curiosità nei confronti de La Bottega dei Suicidi, anche perchè le parole usate per giustificare tale divieto suonavano davvero allarmanti: “Perchè il tema del suicidio è trattato con estrema leggerezza e facilità di esecuzione, come se fosse un atto ordinario o un servizio da vendere al dettaglio creando il pericolo concreto di atti emulativi da parte di un pubblico più giovane, quali gli adolescenti che attraversano un’età critica. Per di più la rappresentazione sotto forma di cartone animato costituisce un veicolo che agevola il pubblico più giovane la penetrazione di tale messaggio pericoloso”. Come è noto, la società Videa, nel presentare ricorso contro il provvedimento, aveva espresso il rifiuto di distribuire il film con quel limite e se oggi abbiamo potuto vederlo é perchè la decisione é stata poi revocata.  Dopo la visione della pellicola, credo di poter sostenere che lo scandalo era molto ingiustificato e che i difetti del’opera dipendono piuttosto da certi aspetti della sceneggiatura e non dalla sua presunta immoralità. In ogni caso La Bottega dei Suicidi è assolutamente degno di attenzione per l’innegabile originalità che lo rende in effetti unico nel suo genere.

Tratto da un romanzo dell’autore francese Jean Teulé, di cui varrà la pena ricercare presto qualche informazione, il film di Leconte propone un’idea del mondo fondamentalmente negativa ma ne alleggerisce la sostanza mediante l’ampio uso di sarcasmo ed ironia, con i quali sdrammatizza anche un pensiero dei  più disturbanti: il suicidio. Con un’abilità che va riconosciuta, il regista dimostra di saper ribaltare tutte le rappresentazioni tradizionali della morte e del lutto, dando vita ad una famiglia – i coniugi Mishima e Lucrèce Touvache con i loro figli Marilyn e Vincent –  che trae il suo sostentamento da un negozio ove si vendono accessori utili per suicidarsi. La clientela è costituita da gente più o meno disperata, desiderosa di lasciare il mondo nella maniera più confortevole possibile; del resto l’ambiente in cui questa umanità vive, appare davvero deprimente: una città grigia ed intasata dal traffico, facce avvilite di persone che sembrano non saper apprezzare nulla… volersi sopprimere sembra un’aspirazione quanto meno ovvia e uno degli slogan della Maison Touvache dice proprio: “si muore solo una volta quindi perché non renderlo indimenticabile?” Gli affari della bottega vanno a gonfie vele e grazie al motto ‘trapassati o rimborsati’ molti aspiranti suicidi si presentano ogni giorno alla porta dei Touvache in cerca di consigli ed acquistano cappi, veleni, pugnali e quant’altro si possa trovare in commercio che sia utile alla causa. La piacevole routine viene però interrotta da un evento che, per quanto lieto, rischia tuttavia di rappresentare una minaccia per il benessere della famiglia: la nascita di un terzo figlio. Il piccolo Alan, in effetti, appare assolutamente inadeguato a portare avanti il commercio gestito dai genitori, poiché è allegro e sempre sorridente, in parole povere ha un buon carattere, il che non è certo un pregio per chi debba convincere gli altri a suicidarsi. La storia si evolve poi, con buona pace della nostra censura, in un modo assai poco ‘noir’: non dimentichiamo che si tratta di un film di animazione e pertanto Leconte, come da lui stesso ammesso, ha preferito ‘sfocare’ il finale decisamente più pessimistico del romanzo a favore di una conclusione alquanto rosea – ma con un retrogusto amarognolo che non può sfuggire! – più adatta ad un pubblico giovane e, forse, vulnerabile. In ogni caso, La Bottega dei Suicidi resterà nella storia del cinema per una serie di gag imperdibili, per la grafica fantasiosa e gradevole – una riuscita versione a cartone animato dell’estetica dark che abbiamo già imparato a conoscere con il grande Tim Burton! – pacificamente bidimensionale e per la visione moderna, ‘eticamente scorretta’ di alcuni tabù che fanno parte da sempre del nostro modo di pensare. Nel recupero finale di un ideale ottimistico era forse inevitabile qualche scivolone nel ‘kitsch’ e nel buonismo, che tuttavia non sminuiscono la fondamentale intelligenza di un film che qualcuno ha ingiustamente cercato di presentere come una minaccia per gli adolescenti di oggi, venuti su a latte e violenza grazie alla nostra televisione. Noi che da ragazzi siamo sopravvissuti a Gomez e Morticia Addams non possiamo invece non apprezzarne la versione 2012: i coniugi Touvache.

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