The Black: Refugium peccatorum (ristampa)

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Mario Di Donato è Artista sensibile, attento custode di valori genuini, semplici come i tratti della sua pittura, d’una Fede primitiva, riflessa in immagini che sanno d’antico e che tratta con la competenza di chi la studia con fervore, e mai è sazio dell’apprendimento. Figlio della sua Terra d’Abruzzo che ama ricambiato, egli la celebra anche nella sua musica, concreta e priva d’orpelli, un rito celebrato tra i campi per implorare l’intercessione del Divino nei confronti d’una Natura che può dimostrarsi Madre assai avara. Quei bravi ragazzi di Black Widow Records meritano la stima di tutti noi accoliti del verbo doom e, ristampando questo grezzo monile di metallo ieratico e darkeggiante (anno originario di pubblicazione il ’95), scalfiscono la nostra dura corazza d’incalliti doomsters; è il suono più autarchico e tormentato che viene sublimato in queste tracce che esternano la forza (interiore, perché celata all’apparenza) del Maestro Di Donato, Uomo immerso letteralmente nella sua Arte. The Black propone, e lo fa essendo assolutamente a suo agio, un sound mortifero, che richiama alla memoria le gesta di Angel Witch, di Wytchfynde e di tutta la genìa obscura della NWOBHM, figlia illegittima dei Black Sabbath più metallici e crudi. Ma episodi quali “Orate Fratres” e “De profundis tenebrarum” esalano un’atmosfera sacrale, perché l’anima va mondata dalle miserie quotidiane. La voce del vecchio sodale Eugenio “Metus” Mucci si fa interprete di un brano (il secondo dei due che ho appena citato) minaccioso, una cupa invettiva contro la stoltaggine a la vacuità, sottolineata dai pregevoli intarsi della sei corde di Di Donato. Le tastiere di “Atratus” dipingono paesaggi desolati, precedendo il doom, eroico e rutilante, a-la Manilla Road, ma riletta col gusto di chi come noi italiani una Storia antica la possiede davvero, di “VII Orbis”, presente anche su “Infernus, Paradisus et Purgatorium”. “Lux Veritas” chiude un terzetto di strumentali affascinanti per la loro immediatezza, ma il rientro di Metus in “Juvanum” (qui nella sua prima versione) segna un altro dei picchi qualitativi di Refugium peccatorum: Mucci interviene su d’un ordito sonoro inquietante, limitandosi a dei vocalizzi strazianti, implorando requie per la propria coscienza. La prima parte del disco è chiusa dall’ennesimo brano per sole tastiere (suonate da Sasha Buontempo, su “Orate…” ed “Atratus” è Jan Bernardi a sedersi dietro lo strumento), spalancando le porte degl’Inferi che c’accolgono con tre bonus track: “Lux veritas est” che rimanda alle sulfuree esposizioni di “Abbatia Scl. Clementis” (1993), “Hallow’s victim” dei Saint Vitus (dal secondo lavoro di Chandler/Reagers, pubblicato da SST nel 1985, manifesto di doom concreto, polvere alla polvere…), interpretata da The Black in latino, ed “Oscura Nocte”, un episodio che evidenzia le qualità compositive dell’Artista abruzzese: un brano intagliato nel legno delle sue selve, levigato da mani attente, materia che si plasma con delicatezza e rispetto. Refugium peccatorum non va giudicato per qualità della registrazione piuttosto che per tecnica esecutiva; Mario Di Donato è figura quanto mai distante da mode e da tendenze, questa musica l’ha sempre suonata, preferendo esibirla con compostezza, come i suoi quadri esposti nel chiostro silente d’un solitario convento.

Per informazioni: http://www.blackwidow.it
Web: http://www.theblackband.it
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