Crest: L’agnello

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foto di Lorenzo Palazzo

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo. Da sempre è così, fin dai tempi di Abramo. Il suo destino è già scritto. L’agnello è cresciuto da solo nella stalla, con una sola certezza, che la sua sorte è il sacrificio estremo. Cosa c’è di più nobile e giusto, della funzione di capro espiatorio, lui lo sa ed è felice. Ma l’isolamento gioca strani scherzi e proprio nel buio di quella stalla iniziano a materializzarsi strane presenze.

Vede passare le ombre di tutti coloro che, prima di lui, hanno immolato la loro vita. Ombre piene di sofferenza e di rimpianti per una vita in realtà mai vissuta, tutte ugualmente vittime dello stesso funesto gioco sacrificale.

Sacrificarsi a Dio è davvero l’unica verità? La sua unica laconica certezza lascia il posto al dubbio, e questa nuova presa di coscienza è fonte di dolore per l’agnello. Un travaglio interiore che permea tutto lo spettacolo. Cerca il padre e la madre, un aiuto, forse ora vorrebbe vivere o almeno capire. Ma ribellarsi non è facile, il plagio psicologico che ha subito, lo sovrasta e lo spinge alla resa incondizionata, proprio nel momento in cui viene ucciso. Tutti i personaggi sono legati all’ambito religioso, (Caino, Giuda, Maria, Lazzaro, la Maddalena, Noè) perché, con il loro sacrificio eucaristico, rappresentano nell’immaginario collettivo il modello più alto ed “educativo” di un evento in realtà tragico. Ma il dramma potrebbe estendersi anche ad altri periodi storici ed altre società. Basti pensare al concetto di capro espiatorio applicato nel corso dei secoli ai neri, alle streghe, ai lebbrosi, ai folli, agli ebrei o agli immigrati. Così come nelle società industrializzate si sacrificano popolazioni e natura in nome del dio denaro. Qualunque sia lo scenario è però importante non dimenticare mai che il capro espiatorio di biblica memoria è sempre una vittima innocente.

Dramma dal forte impatto emotivo, oscuro, intriso di grande sofferenza e pervaso da un senso di profonda ingiustizia. Testi ricercati e tormentati, in costante bilico tra liturgico e dissacrante. L’ouverture è tetra e intimista, il bravo Colella solo con il suo monologo minimalista e, a cornice, una corda al collo e i suoi spettri. Ma subito dopo si trasforma in uno spettacolo corale, una rapsodia. Esibizione caratterizzata dalla grande fisicità e dal gran dispendio di energie. Figure tortuose di uomini e donne in abiti quasi talari, si muovono in una macabra danza del destino. Scenari decadenti riempiono il palcoscenico. Una circolare macchina scenica, che sembra uscita dalle sapienti mani di un maestro d’ascia di altri tempi, dondola costantemente e ossessivamente come in una nenia. Circolare come un mantra dove tutto ritorna, si trasforma di volta in volta, in appiglio sicuro, schermo difensivo, primordiale dolce culla, letto di pianto, specchio dell’anima, precario sostegno o ruota solare. Bellissimi giochi di luci e di ombre inondano l’atmosfera. Un materiale normalmente povero come il cellophane è impreziosito da sapienti giochi scenografici. Sonorità cupe, rumori e gemiti, abilmente miscelate, riescono a mantenere sempre alta la tensione. La platea non resta mai senza emozioni. Toccante il finale, affidato al bellissimo brano “Codex” dei Radiohead e ai rimpianti di tutti i personaggi e dell’agnello, concentrati nella frase: “…se avessi dato retta ai miei incubi invece che ai miei sogni”.

Spettacolo impegnativo, bello da vedere e che aiuta a riflettere. Se lo trovate in cartellone nella vostra città, non esitate, andate a vederlo.

testo: Francesco Ghiaccio

regia: Gaetano Colella

con: Catia Caramia, Gaetano Colella, Anna Maria De Giorgio,Roberto Marinelli, Damiano Nirchio
spazio scenico e disegno luci: Michelangelo Campanale
elementi scenici: Pancrazio De Padova
costumi: Cristina Bari
cura del movimento: Maristella Tanzi
foto di scena: Lorenzo Palazzo

Produzione Teatro CREST

Web: http://www.teatrocrest.it/produzioni/serali/

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