“Educazione siberiana” di Gabriele Salvatores: i criminali vengono dal freddo…

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Tratto dall’omonimo romanzo di Nicolai Lilin – uno dei casi letterari degli ultimi anni – Educazione Siberiana è la nuova pellicola di Gabriele Salvatores, a distanza di tre anni dalla precedente, Happy Family. L’ambientazione è certo inusuale per il regista che, per l’occasione, ha girato in Lituania in mezzo a paesaggi molto lontani da quelli di Mediterraneo che l’hanno reso famoso. Infatti, la vicenda autobiografica di cui narrano sia il libro che il film si svolge in un paese della Transnistria, regione della Moldavia Orientale di cui la maggior parte della gente presumibilmente ignorava l’esistenza – e dunque anche le problematiche collegate – fino al successo ottenuto da Lilin. Quest’ultimo, che proviene appunto da quella zona, vive attualmente in Italia ove ha potuto riscattare le sofferenze del passato e costruirsi una vita soddisfacente, lasciandosi alle spalle violenza e privazioni così come i valori che, invece, quel tipo di società gli avrebbe insegnato. Uso intenzionalmente il condizionale perché, come è noto, il successo del suo romanzo è stato a suo tempo accompagnato da forti polemiche che, ovviamente, si sono fatte nuovamente sentire in occasione dell’uscita del film.

Motivo del contendere sarebbe il contenuto di verità della storia, presentata dall’autore come autobiografica ma che, a quanto altri sostengono, sarebbe in gran parte frutto della sua fantasia. Eppure riferimenti geograficamente corretti e riscontrabili sono ovunque presenti: questa terra che, a tutt’oggi, ha una posizione politica non chiara, non è riconosciuta dall’ONU come stato ma rivendica da molto tempo l’indipendenza; la struttura sociale basata sulle bande criminali, che è alla base della vicenda, a detta di molti invece non esisterebbe affatto nella forma immaginata dallo scrittore. A contrastare le teorie di Lilin vi sarebbero numerose testimonianze sia di persone originarie di quel territorio sia di giornalisti che si sono presi la briga di indagare: il giovane ucraino si sarebbe abilmente inventato un suggestivo modello di vita che poi ha affascinato il pubblico europeo.

Non ho elementi per giudicare di questa polemica: ho letto il romanzo e l’ho trovato particolare e straordinariamente ben scritto, considerando che il suo autore, russo di madrelingua, l’ha elaborato direttamente in italiano. Forse per questo motivo la controversia sulla Transnistria non mi interessa  più di tanto e ipotizzo che questa sia stata anche la posizione di Gabriele Salvatores allorché ha affrontato la regia di Educazione Siberiana. Il fascino della storia, infatti, sta nell’aver rappresentato una società ‘anomala’, in cui i valori sono, per così dire, alla rovescia: i criminali sono i buoni, le forze dell’ordine sono i cattivi e il popolo cerca di barcamenarsi e di sopravvivere in questo originale contesto. Il protagonista della vicenda, il giovane Kolima, insieme alla banda di amici, vicini a lui fin dall’infanzia, vive la sua formazione sotto la guida di nonno Kuzja, carismatico capofamiglia che gli fa anche da padre, visto che quest’ultimo è precocemente mancato. Il nonno è detentore dei valori e delle tradizioni dei ‘siberiani’: è lui a dispensare saggezza e principi, tramandando norme di vita apparentemente in contrasto con la condizione di ‘criminale’ di cui rivendica la dignità e, per quanto possa sembrare assurdo, l’onestà. John Malkovich riveste abilmente i panni della figura fondamentale del film, ma la sceneggiatura fa del personaggio una sorta di ‘grillo parlante’ che non brilla per simpatia: la sua etica all’’incontrario’ talvolta appare bizzarra se non addirittura incoerente. Nello ‘script’ in effetti si notano numerose altre incongruenze che, insieme al mancato approfondimento di molti dei caratteri, costituiscono un po’ il limite dell’opera.

Il punto di forza di Educazione Siberiana è invece, a mio avviso, la raffigurazione ‘corale’ della comunità dei criminali che, pur nella miseria materiale in cui vive, riconosce convinta i principi di unità e solidarietà che nonno Kuzja si sforza di insegnare alle giovani generazioni. Salvatores  inoltre – ma è una delle peculiarità del suo cinema! – è efficace nell’entrare nelle relazioni fra ragazzi e sa descrivere con intelligenza l’evoluzione di amicizie nate in età infantile che la vita necessariamente trasforma: gli eventi che si verificano, ovviamente modificano gli equilibri di un tempo, creando nuove situazioni e la sorte infelice della dolce ed innocente Xenja lascerà un segno indelebile sulle dinamiche di quel gruppo di cui lei si era ciecamente fidata. Passa invece in secondo piano nella riduzione cinematografica un elemento che, nel romanzo, colpiva maggiormente ed era estremamente interessante, cioè il linguaggio dei tatuaggi e la sua capacità di trasmettere idee e caratteristiche di una persona, lasciandola ‘leggere’ come un libro: qui pare un elemento più che altro folkloristico. Appartiene infine ad una regia – e ad una fotografia! – di alto livello la bellezza livida e ‘scolorata’ di immagini e paesaggi sempre dominati dal bianco della neve: un’atmosfera cupa e desolata in cui sembra possano germogliare soltanto infelicità e pena. Questo aspetto e l’impostazione esistenziale piuttosto che realistica e sociale differenziano profondamente Educazione Siberiana dal lavoro di Garrone basato su Gomorra di Saviano, cui è stato da così tanti paragonato: a chi si attenda analisi di quel tipo, la visione della pellicola di Salvatores è decisamente da sconsigliare.

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