How To Destroy Angels: Welcome Oblivion

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Inevitabile temere possa essere profetico il titolo dell’atteso full-lenghth degli How To Destroy Angels, il progetto che coinvolge Trent Reznor e la moglie, Mariqueen Maandig, insieme ai collaboratori ed amici Atticus Ross e Rob Sheridan. Non perché non sia un lavoro di qualità – Reznor non ha picchiato la testa fino al punto di fare musica risibile! – ma piuttosto in quanto non ha veramente nulla che lo renda un disco indimenticabile. Benché sia giunto felicemente l’annuncio – quello davvero benvenuto! – che i NIN intenderebbero andare presto in tour e si starebbero anche dedicando ad un nuovo album, Welcome Oblivion è ciò che abbiamo di fronte in questo momento. L’approccio pop elettronico è lo stesso di cui si era parlato a proposito del primo EP e del secondo An Omen: di quest’ultimo peraltro sono stati ripresi quattro brani. Per quanto riguarda dunque i pezzi nuovi, “The wake-up” è l’opener, in cui la Maandig cerca di ottenere la quadratura del cerchio tra la sua voce vagamente ‘cinguettante’, le note sottili di synth e svariati altri effetti elettronici; diciamo che ci riesce. “Too late, too gone” a mio avviso è uno degli episodi più interessanti, soprattutto perché lo stile Reznor prevale decisamente ed inoltre la coppia duetta in modo molto gradevole. Su “How Long?” stendo un velo pietoso: il coretto tipo ‘gospel’ non ha proprio incontrato il mio gusto; già meglioStrings and Attractors” con il suo incerto ma percepibile retrogusto ‘industrial’ che il solito ‘cinguettio’ di Mrs.Reznor in qualche modo ‘ammorbidisce’. La title track è l’unica che propone sonorità più ‘dure’ mentre la Maandig non si limita a poetici ‘trilli’ ma canta a gola spiegata con risultati apprezzabili: non posso dire che sembra un pezzo dei NIN però…In chiusura, nella zona musicalmente più sperimentale, troviamo “Recursive Self-Improvement” e “Hallowed Ground”. La prima gioca sulla combinazione ‘ritmo ossessivo/straniante motivo alla tastiera’, mentre la voce si distingue appena, come se ‘forasse’ occasionalmente la pienezza del suono, la seconda, forse una delle più particolari, punta sull’effetto ipnotico, anche se francamente arrivare in fondo risulta un filo faticoso. Che aggiungere? Sono ormai dell’opinione che, in questo contesto, Trent Reznor sia ‘fuori parte’, come se neanche lui fosse ben convinto del suo lavoro: costa dirlo, vista la grandezza e l’intelligenza creativa del personaggio. Con un po’ di apprensione attendo gli sviluppi.

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