Levania: Parasynthesis

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Non è facile districarsi nel fittissimo sottobosco del female-fronted-gothic-metal, ed i Levania ne sono ben consci, evidentemente. La loro proposta può apparir oggidì datata ad un primo ascolto, e di certo chi a queste sonorità assai è aduso non vi riscontrerà elementi di innovazione e/o di rottura. Parasynthesis è comunque un disco piacevole, che nel solco di una tradizione consolidata inscrive una diecina di tracce (alcune già presenti sulla demo “Nova” del 2010) che contrappongono il vocione (sovente in growl) dei maschietti Nick e Still (il primo chitarrista, il secondo addetto alle keys) ai delicati, ma fermi vocalizzi muliebri di Ligeia, fra cadenzati dalle influenze folk (“Agarthi III – Rise of immortality”), sei corde possenti e sezione ritmica granitica, con le immancabili tastiere a far valere, quando serve, il loro peso. Non mancano episodi di buon effetto (“The narrow way of Juliette”), ove emerge una certa subalternità nei confronti di maestri quali i Theatre of Tragedy del’omonimo debutto del ‘95, sicuramente uno dei modelli dai quali i Levania traggono ispirazione (e per me è un punto a loro favore, considerando che nutro stima sempiterna nei confronti di Liv Kristine Espenaes). In “Basthet’s kiss” ed in “Agarthi II (Searching for a new land)” si notano gli sforzi compiuti dal quintetto per definire soluzioni stilistiche più personali, del primo piace la coralità d’insieme espressa dalle diverse voci coinvolte, del secondo la sua struttura agile ed il suo incedere coinvolgente. Peccato che Parasynthesis rischi di scivolare presto nell’oblio, non potendo reggere il confronto con una concorrenza sempre più agguerrita che fa emergere solo i più dotati (o forse solo i più fortunati…). A questo passo devono seguirne altri, ben più coraggiosi (leggasi una maggiore spigliatezza compositiva), magari sviluppando le buone idee evidenziate dal positivo trittico “Agarthi” e da “Sybil of the dark”.

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