Belladonna: Shooting dice with God

0
Condividi:

Intuito, capacità di anticipare gli sviluppi di un mercato incontrollabile, volontà, puro spirito DIY. I Belladonna hanno saputo adattare le regole del web alle proprie esigenze. Non si sono fidati di un music-biz (“This biz sucks” cantavano i Wrathchild…), galassia multiforme in pericoloso avvitamento su se stessa e, per non venir risucchiati in questo buco nero, hanno transitato ai suoi margini, affidando all’epoca dei loro esordi a MySpace (allora strumento efficacissimo) il compito di diffondere la loro Arte. Se un tempo si incideva dei brani su d’un nastro, magari registrandoli in cantina, eppoi si spediva la cassettina, non sempre corredata da una bio, sigh!, a tutte le etichette che si conosceva, sovente con una certa dose di presunzione, restando poi in attesa di una risposta che chissà se sarebbe venuta, ecco che con MS i propri brani vengono recapitati direttamente a casa del fruitore finale, poi la schiera si infoltisce, il tam-tam mediatico fa il suo lavoro… Facile no? Mica tanto, è necessario farsi notare, creare attorno alla band il necessario (permettetemi un termine presentissimo nel vocabolario di Pitchfork…) hype, ed il più è fatto. Ah, ci vuole però anche sostanza, altrimenti il viaggio termina presto, e con esso le illusioni di grandezza. Non sono stati gli unici, certo, ma sicuramente tra i più accorti, almeno in italico ambito. Ed hanno insistito, costruendosi così una solida riputazione, tanto da giungere oggi alla pubblicazione del loro quarto albo ed ad essere prossimi ad intraprendere l’ennesima tournée internazionale. Nel frattempo non sono mancate le collaborazioni illustri, i riconoscimenti da oltre frontiera, le presenza su palchi importanti, l’air-play dei network radiofonici (beh, anche delle emittenti locali, lo posso garantire). Per distinguersi, hanno creato uno stile che è facilmente identificabile, a partire da un look che è volutamente studiato per marcare una netta distanza da tanti, troppi improvvisatori, e senza che appaia come una divisa cucita addosso troppo in fretta. Glamour che vede nella front-woman Luana Caraffa la propria punta, e che rappresenta solo uno dei fattori del successo dei Belladonna. Perché la formula è semplice: la voce, bellissima e sempre più matura, di Luana, ed uno spiccato gusto per l’arrangiamento fine (“In my demons’ name”). Melodia applicata ad una evidente e naturale inclinazione ad un suono dark sottile. Rock intrinsecamente noir come piace loro definirlo (“Primal dream”), moderno in quanto esposto secondo le forme che ha assunto in questi anni (la naturalezza colla quale si cambia d’abito, la ricchezza di citazioni), ma pure rispettoso della tradizione (i semi del blues sparsi su d’un terreno fecondo). Le loro note non esprimono disperazione artefatta, la posa viene accuratamente evitata, lasciando ampio spazio alla fantasia. “All is vanity”, l’opener, assolve al suo incarico introducendoci a Shooting dice with God, ma va ben oltre al compito affidatole: è una sorta di manifesto concettuale dei Belladonna, ove voce e musica si amalgamano perfettamente. Luana e Dani Macchi (che del disco è anche produttore, le sessions si sono tenute allo Studio Nero, vi ha partecipato Alex Elena, producer fra gli altri di Alice Smith) sono un team affiatato, e si sente. Scorrendo i tre minuti e mezzo di “All is vanity” (che monito!) si viene accompagnati per mano dal cantato sensuale, dalla chitarra che attraversa il pezzo lungo tutta la sua durata, colla batteria che percuote le nostre coscienze, e da cori che paiono tratti da qualche vecchio vinile degli Stones! Santo Cielo, che brano! “Karma warrior” è più immediato, attuale, essenziale: punta dritto e senza esitazione al nostro cuore, ed è il singolo perfetto per una rotazione molto rock; ma la foga lascia presto spazio all’introspezione, ed il disco ci regala il primo lento di un lotto nutrito: “Abduction”, orchestrale come gli Smiths sapevano essere (ancora una volta una coppia di compositori al servizio della canzone!), ma privo di quello spleen ostentato troppo spesso dai mancuniani fino alla maniera. Tutto nelle loro mani si trasforma (cercate la cover di “Sweet child o’ mine”, non compresa nella scaletta di Shooting dice with God): gli spigoli vengono smussati accuratamente, le forze vengono sapientemente dosate senza per questo rinunziare al tocco di genio; la personalità innanzi tutto, ed ogni loro composizione ne deve possedere in adeguata misura. Il processo evolutivo non ha ancora compiuto la sua parabola, perché anche Shooting dice with God lascia intravedere la volontà di superarsi ancora una volta. Solo così ci si può permettere di comporre grandi canzoni come “”Ishtar blues”: episodio perfetto, paradigmatico bilanciamento tra esuberanza e classe cristallina, incastrato in una track-list che predilige brani lenti, mai stucchevoli, ballate intrise d’una melancolia crepuscolare che tocca le corde che l’anima cela nei suoi più ascosti recessi (“Aura blues”). A volte, troppo, noi italiani tendiamo a sottovalutare le potenzialità dei nostri complessi, anche per pigrizia ci lasciamo abbagliare dalle provenienze foreste. Se, come è vero, Shooting dice with God è il quarto disco dei Belladonna, e se ancora non li conoscete, è tempo di riparare.

Condividi:

Lascia un commento

*