Depeche Mode: Delta Machine

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Delta Machine è il tredicesimo lavoro in studio dei Depeche Mode, dopo ben quattro anni dall’ultimo, Sounds Of The Universe, che era stato accolto con tanta freddezza. Prodotto da Ben Miller, è stato  registrato interamente negli States, fra New York, New Orleans e Santa Barbara, a testimonianza forse del fatto che la fonte dell’ispirazione si colloca da quelle parti: ma questo è vero fino ad un certo punto. I brani del disco provengono comunque tutti dalla penna di Martin Gore ad eccezione di tre che sono scritti da Dave Gahan.

Non si meraviglierà chi conosce l’adorazione quasi imbarazzante che nutro per i nostri e che dura costante fin dagli esordi della loro carriera: ho amato Delta Machine praticamente da subito, è un album valido, bello, onesto che non sfigura accanto ai dischi per cui i DM sono divenuti famosi. L’impostazione musicale – per fortuna! – non cambia: elettronica combinata magistralmente con la chitarra di Gore, la voce di Gahan in forma splendida che reclama più rilievo del solito, atmosfere dark di estrema raffinatezza. L’unica osservazione che si può fare e che, a mio avviso, non va affatto a loro detrimento è che  in Delta Machine mancano delle hit di quelle che rimangono nella memoria popolare: tuttavia i singoli usciti sono pezzi validi e il disco, con gli ascolti, si apprezza sempre più nel suo complesso. L’opener “Welcome To My World” esordisce con ‘rigature’ di synth su un ritmo lento e cadenzato, con la voce di Dave matura e sostenuta come poche altre volte: sembra una trama minimale, ma si va in crescendo fino a raggiungere una ricchezza ‘sinfonica’ quasi insolita per i DM; un bel brano, ma tuttavia non è il migliore. Non lo è nemmeno “Angel” che pure ha un arrangiamento elettronico particolare per l’introduzione di note tipicamente blues – che si ritrovano anche più in là – e, soprattutto, per la straordinaria interpretazione vocale di Dave. “Heaven” è il primo singolo estratto dal disco e non è né facile né orecchiabile: la melodia languida e ricercata sembra fatta apposta per valorizzare il canto, ancora una volta, appassionato ed emozionante; subito dopo, “Secret to the End” ripropone sonorità vagamente blues e, ancora, “My Little Universe”, nel suo minimalismo severo, osa un arrangiamento disarmonico e sperimentale dalle fosche tinte industrial/rumoriste. E’ con “Slow” che ci si rende conto di quanto i nostri sappiano tuttora essere geniali: la chitarra esordisce con un sorprendente riff blues, ma l’atmosfera è controllata dal cupo e freddo tappeto ‘sintetico’ e il contrasto con la voce – quanto di più lontano da un timbro blues possiamo immaginare – trasmette una sorta di tensione sensuale. Poi, passando attraverso la malinconica e meditativa “Broken” si arriva ad un pezzo cantato da Gore, il morbido e lento “The Child Inside”, uno dei momenti più tenui ed emotivi del disco.  “Soft Touch / Raw Nerve” abbina la leggerezza minimale dei primordi alla chitarra distorta mentre “Should Be Higher” è  più ritmata e cupa. “Alone” è forse il brano più inquietante e dark, ma ci pensa “Soothe My Soul” a riequilibrare la situazione con una melodia accattivante, la più danzabile che i DM ci propongano qui. Chiude “Goodbye” che gioca ancora con il blues traendone la linfa più oscura e ‘cattiva’. Nel consigliare a tutti caldamente Delta Machine, ricordo che, nell’edizione Deluxe dell’album, sono presenti quattro ulteriori tracce, di cui una cantata da Martin Gore.

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