“La madre” di Andrés Muschietti: la mamma è sempre la mamma…

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Finora noto soltanto per alcuni cortometraggi, l’argentino Andrés Muschietti esordisce con La madre sotto l’egida di Guillermo Del Toro. Il film è stato in effetti tratto da un precedente corto  in lingua spagnola che il regista aveva realizzato nel 2008: sembra che Mamà avesse colpito il grande Del Toro a tal punto da indurlo a collaborare alla produzione della pellicola che doveva derivarne. In effetti, pur non brillando per originalità, La madre è uno delle opere più gotiche viste ultimamente sullo schermo e sa riservare notevoli emozioni. Il fatto poi che, al centro della vicenda, vi siano due bambine che, sfuggite per caso ad un dramma familiare in cui sono rimaste coinvolte senza loro colpa, vengono soccorse da una ‘madre’ ultraterrena che riesce a garantire loro la sopravvivenza contribuisce al coinvolgimento emozionale del pubblico. Le piccole protagoniste, infatti, trovatesi abbandonate in una foresta senza assistenza da parte di un adulto, non sono morte grazie all’aiuto che una misteriosa figura materna ha fornito loro ma, a causa della solitudine in un luogo così selvaggio sono regredite quasi allo stato animale: quando vengono poi ritrovate dallo zio che non ha mai smesso di sperare, il loro reinserimento nella normalità presenta grossi problemi ed è necessario l’intervento di uno specialista perchè esse possano essere socialmente recuperate e guidate verso una vita come tutti. Al loro riadattamento collabora anche la compagna dello zio, Annabel, che, nonostante sia una donna di forte carattere e amante della libertà, non può non interessarsi della sorte delle sfortunate sorelle: le circostanze la costringeranno poi a prendersene cura in prima persona, sperimentando direttamente la presenza che le bambine riferiscono di vedere e che parteciperà sempre più alla loro storia. Gli spettatori, pur avendo coscienza di questa enigmatica figura fin dall’inizio, ne ricevono, fino ad un certo punto,  una visione incompleta: l’atmosfera gotica è preparata dalle immagini della gelida foresta invernale e del capanno solitario ove le due sorelle devono abituarsi a vivere per cinque lunghi anni; qui l’incubo prende lentamente forma. In questo luogo pauroso ed isolato, infatti, ‘madre’ aleggia con la sua parvenza inconsistente ed oscura: proveniente a sua volta da una tragedia familiare avvenuta molto tempo addietro, il suo spirito domina le giovanissime vittime oscillando fra la protezione e la persecuzione e creando con loro una relazione che ricalca vagamente quella parentale ma è stravolta dalla gelosia e dal senso del possesso. Nel corso degli eventi, ‘madre’ diverrà un incarnazione prevalentemente negativa: della sua ‘malignità’ saranno intrise persino le pareti di casa ove, nei momenti di maggior tensione, ella sembra celarsi minacciando un po’ tutti, soprattutto le figure che sono più vicine alle bambine e potrebbero così soppiantarla nel loro mondo.

Muschietti reinterpreta in modo intelligente la tematica che già conosciamo da The woman in black e tanti altri esempi del genere, anche di fattura ‘orientale’: si tratta di una storia di fantasmi gotica ma in chiave moderna,  in cui l’’intruso’ è una pseudo-figura materna che, pur impersonando l’affetto primario per eccellenza, in realtà simboleggia il male all’interno della famiglia: il regista la pone in palese contrapposizione con la vera eroina del film, Annabel – interpretata da una luminosa e carismatica Jessica Chastain – che, pur non rappresentando l’istinto materno in senso classico, riesce a stabilire un legame positivo con le bambine e si adopera per proteggerle dalla fosca minaccia. Ma ‘madre’, con la sua violenta e morbosa possessività avrà comunque la meglio sull’elemento più debole, come dimostra il sorprendente, assai valido finale che, nonostante punti su una serie di effetti speciali tra i più ovvi, sa portare la tensione all’apice materializzando l’oscurità ed il mistero delle relazioni affettive, anche quelle che conosciamo fin da piccoli.

Il tocco di Del Toro influisce visibilmente sullo stile: pur nella diversità della vicenda, molti aspetti, per esempio, richiamano alla memoria un’altra delle pellicole da lui prodotte con successo, The Orphanage (El Orfanato) di Juan Antonio Bayona del 2007 e le nere fronde dell’impenetrabile foresta, ove le piccole vivono il loro dramma, ricordano talvolta anche il capolavoro Il labirinto del fauno. La madre dimostra in sostanza che bambini e fantasmi nei film non passano mai di moda; se poi sono accoppiati, il successo è assicurato.

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