Lia Fail

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Di recente pubblicazione, Cynical stones porta a compimento una prima, e significativa, parte della carriera artistica dei bolognesi Lia Fail. Un’opera che non si limita ai contenuti sonori e lirici, in quanto questi ragazzi vi hanno profuso ogni risorsa, sia essa di ispirazione che di mezzi economici, dei quali sono dotati, ed i loro sacrifici meritano un giusto riconoscimento. Nico Solìto ed i suoi compagni hanno consolidato le fondamenta, anno dopo anno, con pazienza e metodo, accumulando esperienze e perfezionando la formula, giungendo così preparati al traguardo (che è solo parziale) dell’album di debutto. E proprio per accrescerne il valore, il significato, il simbolo, per renderlo definitivo, hanno deciso di ornarlo d’una confezione degna, preziosa come uno scrigno che custodisce valori intimi, più che meramente materiali. Il perché di queste mie considerazioni, che sunteggiano il sentimento di stima che provo nei confronti di questi Artisti? Per il timore che tanta cura si sperda, che ne venga conseguentemente ridimensionata la portata. Per colui che si limita all’ascolto distratto, magari d’un anonimo file audio, Cynical stones potrà purtroppo dir poco, proprio perché potrà beneficiare solo parzialmente della sua bellezza, in quanto monco della fondamentale componente visiva. Per gli altri, che nel caso dei nostri attenti lettori sono la maggioranza, questo disco assumerà tutt’altra importanza, tutt’altro significato, anche per il solo poter tenere fra le mani un oggetto pregiato, appagando vista e tatto, prima che l’udito…

Lia Fail - foto di Raffaele Montillo

Il percorso che avete compiuto per giungere a Cynical stones è lungo, essendo iniziato anni or sono. Come è nato il progetto Lia Fail e come si è sviluppato, fino a giungere alla sua forma definitiva?

La band esiste ormai da tanti anni, all’epoca formata da un gruppo di amici che si ritrovava in una sala prove più per divertimento che per altro: i risultati di quelle prove ci porteranno al nostro debutto live, come special guest in un concerto bolognese degli inglesi Ostara; mentre il nostro primo demo, registrato in casa con un Fostex 4 piste (a cassette) è datato 2001. Per farla breve, la vita della band è caratterizzata da un via-vai infinito di musicisti, da un’intensa attività live (ogni concerto una line-up diversa) e dalla pubblicazione di alcuni cd-r. Nel 2007, quando la formazione finalmente si stabilizza, pubblichiamo l’EP Leipzig e coroniamo un sogno: suonare in apertura ai Sol Invictus. I concerti si susseguono, si alternano diversi batteristi, fino al definitivo Giuseppe Sansolino, nel 2009 pubblichiamo il singolo Restless Eyes e coroniamo un altro sogno: suonare in apertura agli Ordo Rosarius Equilibrio. L’attività live è costante, così come la ricerca della voce femminile giusta per il nostro sound; finalmente la troviamo, Sabella Spiga, e nel 2010 diventa realtà anche il sogno di suonare con dei musicisti che per noi sono dei miti: i Levinhurst (ex The Cure).

Riascoltando i vostri pezzi più datati, e magari confrontandoli colle loro più recenti versioni, da Autori cosa provate? Quali differenze notate? Il maturare come musicisti, l’accrescere il bagaglio tecnico, ha portato in alcuni casi a degli stravolgimenti, a delle mutazioni sostanziali?

Ascoltando i nostri precedenti CD anche noi rimaniamo un po’ sorpresi nel sentire quanto siano cambiate le canzoni; sorpresi perché non ci sono stati stravolgimenti, ma naturali evoluzioni dovute anche alla coesione, all’affiatamento ed alla personalizzazione scaturita in questi anni di prove e concerti. Sicuramente, adesso, i brani sembrano più veloci.

Leipzig rappresenta ancora uno dei vostri brani meglio riusciti, per spessore esecutivo è sicuramente uno dei vostri manifesti. L’averla inserita nel vostro esordio, assieme ad altri più recenti, vuole attribuire un senso di continuità alla vostra opera? Si può definire Cynical stones un compendio della vostra carriera, e pure un punto dal quale ripartire, verso ulteriori mire?

Cynical Stones è sicuramente un traguardo: finalmente un vero album dopo tanti anni di vicissitudini…. Questo album raccoglie i punti salienti di tutta questa gavetta, e con questo CD abbiamo voluto chiudere definitivamente il passato dei Lia Fail, con la forte volontà di scrivere il nostro futuro: ormai siamo una vera band, ci piace suonare dal vivo e vogliamo farlo bene, forti dell’esperienza accumulata in questi anni. Non ci siamo mai fermati, ed abbiamo così tanto materiale che stiamo già lavorando per il prossimo album.

Volendo stilare una breve track by track, quali sono i passi salienti d’ogni singola canzone, le caratteristiche, le fonti ispirative?

Alcuni brani sono introspettivi e molto malinconici, come “Just a breath” o “New dimension”, che raccontano di come sia troppo veloce lo scorrere della nostra vita, e come ci affanniamo a rimanere attaccati a questo mondo, mentre trapassiamo in una nuova dimensione. In “Lost in the wind” aspiriamo profondamente al dolce profumo della libertà, ma in “Like a star” ogni sforzo si infrange su un grigio muro di cinismo, egoismo ed ipocrisia. Altri brani si focalizzano di più sul tema dell’album, e raccontano di un soldato (“A soldier…”) sopravvissuto alla guerra (“Restless eyes”) e turbato dal ricordo dei compagni caduti in terribili quanto inutili battaglie (“Battlefield”). Infine ci sono i brani che vedono protagonista un dittatore, che propaganda le sue mire nelle piazze delle grandi città (“In this square”), e che spinge il popolo al sacrificio estremo, per l’espansione nei Paesi confinanti (“Lonely”). Nel brano “Leipzig” il dittatore inesorabilmente cade, ed il popolo si ritrova in un Paese allo stremo, dove le città sono ormai in rovina; ma in questo brano vi è un messaggio di speranza: dopo l’Apocalisse, il genere umano vuole rinascere, dopo aver pianto sulle rovine, è importante rimettersi in piedi e ricostruire.

Mi ha assai intrigato la ghost-track, che mi ha indotto a paragonarla alla produzione degli And Also The Trees più raccolti ed ermetici. Un brano adattissimo a chiudere un disco come Cynical stones, perché lo avete “nascosto”?

Ci hai paragonato ad una delle nostre band preferite, e non possiamo che esserne lusingati. La storia della traccia fantasma nasce da uno di quei brani registrati in sala prove, ma non pienamente sviluppati. Il nostro produttore artistico Saverio Tesolato lo ha scelto e lo ha completamente ri-arrangiato e suonato, consegnandoci una perla di musica contemporanea. Lo abbiamo nascosto per fare una sorpresa agli ascoltatori…. come se fosse un regalo (risultato pienamente conseguito! N.d.H.).

Vi sono episodi di grande coralità (“New dimension” è uno di questi), ove trovano spazio tutti gli strumenti, in un equilibrio perfetto. Quanto il violino (suonato da Willj Amadori) incide su un brano come “Just a breath”, solo apparentemente semplice e “leggero”? L’impronta chiaramente dark-wave del basso di Nico e della batteria di Giuseppe Sansolino offrono inoltre una ulteriore chiave di lettura a queste canzoni, in un richiamo al passato che però non suona meramente “celebrativo”.

Un bel violino, come quello di Willj, può trasformare un brano vagamente pop in una ballata folk irlandese! Naturalmente ciò non è avvenuto perché abbiamo voluto mantenere un certo equilibrio e adesso, secondo tutte le opinioni che abbiamo raccolto, anche quelle della critica, “Just a breath” è una potenziale hit… Per quanto riguarda la sezione ritmica, sono le corde che trasudano tutto l’amore per la musica che abbiamo sempre ascoltato: Giuseppe invece, ha reso attuale e moderno il tutto, grazie ai suoi precedenti studi, ma anche frequentando periodici aggiornamenti, che vedono in cattedra batteristi di fama internazionale.

Uno dei vostri tratti distintivi è sicuramente l’uso della doppia voce: Sabella ed Andrea (i suoi interventi al flauto sono ammantati d’una patina di progressive folk) fondono perfettamente due diversi registri, arricchendo Cynical Stones sia di sfumature, sia di tratti più decisi. Sia quando cantano in coppia, sia quando interpretano singolarmente un pezzo, non scema mai la tensione emotiva, mai viene meno il senso di continuità; come nasce questo perfetto intendimento?

Questi due ragazzi hanno un dono: e lo sanno! E sono anche consapevoli che, per valorizzare pienamente la loro voce, è necessario studiare. Sabella e Andrea frequentano lo stesso insegnante di canto: imparano sempre nuove tecniche e scoprono nuove possibilità e potenzialità dell’utilizzo della voce. Immaginiamo che il “perfetto intendimento”, dipenda anche da questo loro pensiero comune: passione e dote sono elementi necessari, ma lo studio “spinge in avanti”.

Non siete legati ad una formula definita, confluendo nel vostro approccio all’esecuzione ed alla composizione, stili e scuole diverse. Quanto conta l’apporto di ogni singolo membro (anche come background) nella definizione del processo compositivo, che ha come risultato il brano finito?

Quando lavoriamo all’arrangiamento dei brani, questi subiscono innumerevoli cambiamenti, influenzati naturalmente dai personali background, fino a quando non raggiungono una forma-canzone che piaccia a tutti. Il risultato non può che essere una canzone con le diverse sfaccettature che rappresentano ognuno di noi.

Lia Fail - Cynical stones

Se i versi sono appannaggio del solo Nico, le musiche sono accreditate al gruppo intero. E’ un giuoco di squadra al quale avete sempre ricorso? Cosa comporta lavorare in gruppo, è frutto di compromessi o viene immediatamente identificata una linea netta da seguire?

La scrittura delle canzoni avviene in maniera abbastanza semplice e naturale: registriamo dei provini composti con minimali giri di basso o arpeggi di chitarra, accompagnati da una traccia di drum-machine; ognuno di noi ascolta questi provini e sceglie quelli che hanno una maggiore potenzialità di sviluppo. Quando poi ci lavoriamo sopra, ci piace molto sperimentare, registriamo tutto e ci divertiamo a riascoltare. Compromessi? Non proprio, cerchiamo solo la migliore interpretazione per ogni canzone.

Nico, le parole contano non poco, soprattutto in un contesto come il vostro. Cosa estrinsecano i tuoi testi? Realtà od immaginazione, ovvero entrambe? Quando ritieni che una lirica sia finalmente pronta ad essere messa in musica?

Il tema portante di Cynical Stones riguarda la massa refrattaria a qualsiasi avvenimento politico o sociale. Ma nei nostri testi si può scorgere anche tutto il nostro credo anti-militarista, in quanto denunciamo le conseguenze di uno stile di vita basato sull’insistenza in una guerra infinita; un tema storico ma comunque attuale, dato quello che sta accadendo da diversi anni, nella politica internazionale. Poi, è opinione di tutti, che una lirica è pronta quando, senza troppe parole, esprima pienamente il concetto e, soprattutto alla lettura, tocchi il cuore di chi legge.

Vi sono dei gruppi/autori che più degli altri vi hanno influenzato, come singoli e come insieme?

In merito alla lettura o al cinema tutti abbiamo gusti molto differenti. Ma gli scenari apocalittici descritti nei nostri brani, trovano molte similitudini con le ambientazioni raccontate in un famosissimo romanzo: 1984 di George Orwell. Leggerlo ci fa capire perché oggi, nell’era moderna, esista ancora la guerra. Inoltre, all’interno del nostro album, anche se in maniera molto diversa, possono essere rivissute determinate atmosfere di Blade Runner di Ridley Scott, così riflessive e neo-gotiche.

La confezione di Cynical stones è ulteriore segno del grande impegno da voi profuso nell’opera. Cosa rappresentano queste mute pietre? Perché la scelta del digifile, una forma che richiama quella dei vecchi vinili?

Per la copertina di Cynical Stones ci siamo affidati a Giancarlo Donatini, apprezzato live reporter per le web-zine, che ci segue da tanti anni e conosceva già le canzoni che avrebbero fatto parte dell’album. E’ stato lui a scegliere il soggetto della copertina, dando un suo personale significato a quelle statue in cemento: il loro grigiore e mancanza di identità rappresentano la massa inerme e accidiosa che, nei confronti del prossimo, sono delle “Ciniche Pietre” dipinte di egoismo e cementate di ipocrisia. Sicuramente la veste grafica di un album è importante: chi deve spendere i propri risparmi per un CD, pretende di avere anche un bell’oggetto; è importante però che la confezione non sia più bella del contenuto. Piuttosto del classico box in plastica, abbiamo optato per una confezione in cartoncino opaco, che ricorda gli album in vinile: due ante apribili, in un’anta il CD, nell’altra il cartoncino con foto e credits.

Vi siete avvalsi della collaborazione di Saverio Tesolato di Autunna et sa Rose, freschi dell’eccellente Phaléne d’Onyx, come si è definita, e quale è stato il suo apporto in sede di arrangiamento (nella traccia fantasma il suo intervento si rivela decisivo per la creazione di un clima davvero “horrorifico”)? Altra presenza significativa, quella di Simone Montanari, altra firma del citato, piccolo capolavoro ch’è Phaléne…: certo vi avranno trasmesso impulsi positivi ed indirizzi dai quali trarre beneficio.

Saverio ha ascoltato attentamente i nostri brani, e, grazie alla sua sensibilità di musicista, ha smussato alcuni spigoli troppo irti, e messo in risalto diversi punti di forza che le nostre orecchie, troppo emotivamente coinvolte, non riuscivano a percepire. Così facendo ci ha proposto delle nuove vesti alle canzoni, rendendole più variegate tra loro; inoltre ha composto tutte le partiture di pianoforte e violoncello, ed ha affidato i suoi scritti al suo ventennale collaboratore ed amico, Simone. Inutile dire che grazie al pianoforte di Saverio, al violoncello di Simone ed alla loro personale interpretazione, adesso alcuni nostri brani hanno assunto tutto un altro carattere.

Eppoi Cristiano Santini, ex-Disciplinatha e produttore attento all’underground italiano, nome che, per esperienza e trascorsi, non può passare inosservato. Vi siete quindi avvalsi di professionisti, per un risultato che sicuramente è appagante. Ma pure sostenendo inevitabili oneri. Permettetemi una considerazione cruda: Cynical stones è disco eccellente, nei contenuti e nella forma, addirittura troppo di questi tempi di digitalizzazione selvaggia. Ne vale ancora la pena? Io sono romanticamente legato al prodotto fisico, ma sovente mi chiedo se i costi sostenuti per esso sono ancora accettabili, alla luce di risultati sovente solo ipotetici?

Registrare quest’album è stata un’esperienza bellissima, la sala di registrazione era fantastica, abbiamo utilizzato strumentazione ultra professionale e Cristiano ha messo in campo tutta la sua esperienza per ottenere i risultati che hai potuto ascoltare e che hai apprezzato. I nostri precedenti cd-r sono stati registrati e mixati con i nostri poveri mezzi e, benché siano stati apprezzati anche dalla stampa nazionale (come Rockerilla e Rumore), all’ascolto si evincono tutti i difetti che il “do it yourself” comporta. Volevamo che il nostro primo album si sentisse come i CD che acquistiamo nei negozi, e, siccome non siamo produttori, né fonici né ingegneri del suono, ci siamo dovuti affidare a dei professionisti. Per noi è stato molto oneroso (siamo tutti lavoratori precari) ma quando ascoltiamo il nostro CD con quel suono cristallino e mai distorto, ci convinciamo sempre di più che abbiamo fatto bene (e la dura realtà è che la qualità si paga!).

La scelta di auto-prodursi un disco nasce da necessità, da mancanza di alternative valide, oppure dalla volontà di essere in qualsiasi fase del processo di produzione, titolari delle proprie scelte?

Una vera e propria auto-produzione avviene quando la band è capace di avere il pieno controllo su tutto, dall’arrangiamento dei brani, alla registrazione, ed infine alla masterizzazione, altra scienza a noi oscura ma che ha donato al nostro album una potenza di suono altrimenti irraggiungibile. Quindi non ci siamo auto-prodotti in quanto siamo stati seguiti da figure professionali quali il produttore artistico, il fonico e l’ingegnere del suono. La figura professionale che ci è mancata è quella del produttore esecutivo, come nell’ambito mainstream, dove una grande etichetta anticipa tutte le spese, consapevole di ottenere un immediato quanto smisurato guadagno. Oggi purtroppo in Italia, in ambito indipendente (oggi si dice indie), le piccole etichette non possono investire su una band esordiente: si limitano ad ascoltare il prodotto finito e, dopo aver valutato probabili ritorni economici, al massimo stampano il CD in tiratura limitata, e li pubblicizzano e distribuiscono tramite i loro canali.

Chi sono i Lia Fail nella vita di tutti i giorni? Come conciliate il quotidiano con la vita di gruppo, che comporta prove, trasferte, anche assenze prolungate da casa, considerando che alcuni di voi sono pure genitori?

I Lia Fail nel quotidiano sono dei lavoratori stressati da questa continua precarietà e da innumerevoli lotte sindacali. Sono padri di famiglia che ammattiscono per gestire il loro poco e prezioso tempo libero, tra gli impegni ed affetti famigliari, e la loro passione per la musica. Sono dei semplici ragazzi che, dopo interminabili ore di guida, si spezzano la schiena per montare e smontare un palco: ma godono da matti quando suonano le proprie canzoni live!

Riuscite ad esibirvi con regolarità dal vivo? Cynical stones è stato sostenuto da una adeguata promozione live? Quali difficoltà si incontrano in Italia a proporre un’opera come la vostra?

Fino a qualche anno fa, quando i nostri cd autoprodotti Leipzig e Restless Eyes erano recensiti su decine di web-zine italiane e straniere, i Lia Fail riuscivano ad ottenere una dozzina di ingaggi all’anno; e per una band che propone un genere molto di nicchia come il nostro, non è poco. L’album ufficiale Cynical Stones, recensito su Rockerilla, Rumore, Ritual e Blow Up (solo per citare la stampa cartacea) è uscito nel periodo storico più sfortunato per la musica dal vivo! Ai concerti ci va sempre meno gente ed i gestori dei locali non se la sentono più di investire per dei live che puntualmente totalizzano solo una ventina di paganti. La gente non esce più di casa, se non all’una del mattino per andare a ballare sempre la stessa compilation new-wave-dark anni ’80. A quanto pare, oggi andare ad un concerto non è più una partecipazione alla vita culturale della propria generazione, almeno non quanto andare ad ascoltare un dj: per questo un gestore, invece di pagare amplificazioni, luci, tecnico di palco, fonico, gli addetti alla sicurezza, la cena per tutti ed infine (se rimane qualcosa) anche la band, preferisce pagare un solo dj, e la serata è assicurata. Comunque, sfogo a parte, un po’ di concerti li abbiamo fatti: ricordiamo con piacere il concerto con Sol Invictus e Spiritual Front a Pavia, quello con gli Ancien Regime a Modena e, naturalmente, quello con gli Autunna et sa Rose, nella nostra Bologna.

In concerto proponete anche delle cover (date ancora spazio a “Wake of the wolf” dei Sol Invictus)? Siete soliti testare anche brani inediti, o trovano spazio solo composizioni già collaudate?

Abbiamo un bellissimo ricordo legato a “Wake of the wolf”: nel 2010 durante la prima edizione del Villa Festival, Tony Wakeford ci ha regalato una grande emozione, salendo sul palco con noi per cantarla. Su YouTube si può ancora trovare e vedere il video di questa esibizione davvero speciale. Ci diverte suonare alcune cover e il pubblico ci ha dato segni di apprezzamento, anche perché i brani che scegliamo vengono completamente ri-arrangiati e re-interpretati. E sempre sul pubblico talvolta testiamo anche qualche brano inedito, giusto per la curiosità di vedere che reazione ne segue.

A voi le finali considerazioni: aspettative, sogni, ricordi. E sopra tutto, cosa significa per voi comparire sulle nostre pagine?

Caro Adriano, siamo onorati della Tua recensione sulle pagine di Ver Sacrum per due motivi precisi: il primo è perché siamo assidui lettori della web-zine (pensa che conserviamo ancora le prime copie cartacee). Il secondo perché i giornalisti di Ver Sacrum in passato ci hanno spesso criticati: però, grazie alle loro critiche (che sono stati ottimi spunti di riflessione) siamo cresciuti, siamo migliorati ed abbiamo registrato finalmente l’album. Quindi se i Lia Fail sono su un CD ufficiale è anche grazie a Ver Sacrum. Ora dobbiamo promuovere questo album il più possibile, ma vorremmo farlo onestamente, dal vivo; anche se siamo presenti nel mondo virtuale tramite diversi social-network (facebook, youtube, flickr, myspace, last fm ecc), nella vita reale siamo una live band: quindi invitateci nel vostro club preferito e noi verremo a suonare. Sogni? Uno lo abbiamo già raggiunto, e non possiamo nascondere che, in questi ultimi anni, ci siamo anche tolti delle belle soddisfazioni; ma abbiamo ancora tanti sogni nei nostri cassetti: suonare nelle più belle città d’Europa, dividere nuovamente il palco con i nostri gruppi preferiti, e naturalmente, pubblicare il nostro secondo album.

Leggere queste risposte, queste parole a volte accorate, a volte esternazione d’una tenacia formidabile, mi fa riflettere sullo stato della nostra attuale società, sulla situazione che tutti noi stiamo vivendo, chi in prima persona, chi di riflesso. Non si può fuggire dalla realtà e dalle sue conseguenze, i sacrifici compiuti da chi vive nella precarietà, nell’insicurezza (che sono per chi scrive dei delitti perpetrati nei confronti dei liberi cittadini d’una Nazione che si vuol definire “moderna”) sono tali che suonare, pubblicare dischi, investire risorse nella propria passione (siano esse economiche, affettive…) si trasforma in una vera e propria “impresa”. Non fraintendetemi, non voglio nominare Eroi ragazzi che “semplicemente” propongono la loro Arte, anche come espressione dei loro sentimenti, ma la considerazione che dobbiamo, tutti noi che amiamo la Musica come Cultura oltre che come divertimento, nutrire nei loro confronti (perché lo dobbiamo, a loro ed a tutti quanti si impegnano quotidianamente per diffondere questo fantastico mezzo di comunicazione e di crescita, di compartecipazione) deve concretizzarsi, magari nel “semplice” gesto di far sentire la propria vicinanza ed il proprio sostegno ad un progetto davvero “importante”. Non solo per chi lo attua, ma sopra tutto per chi ne usufruisce.

Foto di Giancarlo Donatini

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