L’Ipnotista di Lasse Hallström: quando il paesaggio non basta…

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Tratto dall’omonimo romanzo della coppia Alexander Ahndoril e Alexandra Coelho aka Lars Kepler, che tre anni fa, al momento dell’uscita, aveva riscosso grandissimo interesse tanto da essere paragonato ai capolavori di Stieg Larsson, L’ipnotista di Lasse Hallström ha ricevuto giudizi discordanti e sicuramente ha suscitato meno entusiasmo del romanzo. Eppure nulla si può eccepire sulla regia e sugli aspetti tecnici: Hallström è un uomo di cinema ormai affermato che si è fatto le ossa anche a Hollywood; il cast del film è costituito da attori di certo all’altezza, tra i quali brilla la fascinosa Lena Olin, moglie del regista, qui al suo meglio nell’interpretazione della mamma di un ragazzino rapito, per la cui vita si teme fortemente. Le perplessità, che personalmente ho avuto, in sostanza sono derivate dalla sceneggiatura che non funziona nel suo complesso e, nei dettagli, scivola in una serie di ingenuità ed errori davvero imperdonabili in un thriller. Non avendo letto il libro di Kepler, non sono in grado di stabilire se la mancata riuscita dipenda da quello o dai rimaneggiamenti in sede cinematografica. Sta di fatto che la vicenda sembra a tratti talmente incongruente da disorientare lo spettatore che, nemmeno alla fine dei giochi, riesce ad entrarvi e a farla propria.

L’inizio del film è comunque la parte più apprezzabile: dopo le prime scene che illustrano la triste vicenda dell’omicidio brutale ed apparentemente misterioso di un’intera famiglia, mentre l’investigatore di turno si muove con difficoltà, circondato da un’atmosfera oscurissima e gelida con tutti i colori grigi e smorti di un inverno nordico, viene delineata l’indole delle figure sulle quali verte la storia. Compare Erik Maria Bark, abilissimo ipnotista, in grado di carpire informazioni anche a chi è materialmente impossibilitato a fornirle. Lo sviluppo degli eventi porta poi in primo piano la sua storia personale, fatta di crisi matrimoniale, problemi in casa e professionali: essa si mescola malamente con l’andamento del thriller, in parte intralciandolo e in parte ampiamente sacrificando lo sviluppo psicologico del personaggio che, nonostante la buona prestazione recitativa di Mikael Persbrandt, risulta immaturo e poco complesso, mentre invece dovrebbe rappresentare il nucleo della vicenda. Analoghe osservazioni possono essere fatte sul poliziotto incaricato delle indagini, il commissario Jonna Linna, che appare veramente piatto e scarsamente elaborato, e non riesce a coinvolgere nemmeno nel finale quando si assiste alla risoluzione del caso grazie alla sua intuizione e ad un suo gesto di eroismo; in verità si rimane lì perplessi a chiedersi come il film abbia potuto giungere alla sua conclusione in quella forma. Perfino le scene in cui si vede l’ipnotista al lavoro, pensate probabilmente come drammatiche, in realtà sfiorano il ridicolo più di una volta, tanto risultano inverosimili e lontane dall’illustrare i meandri della psiche umana.

Hallström è invece più abile nell’avvicinarsi alla psicologia dei giovanissimi e nell’indagare le loro complicate relazioni con il mondo adulto e con la famiglia, per quanto la sua visione della casa e degli affetti sembri decisamente negativa. Assai macabra suona infatti la frase, ritrovata casualmente dall’investigatore, che poi aiuterà a chiarire il mistero: ‘Tu sei la mia carne ed il mio sangue’ è infatti testimonianza di un legame che appare molto più una minaccia che un beneficio, contiene un’eco ‘malata’ che pervade di inquietudine e paura i locali asettici dell’ospedale ove le sedute di ipnotismo hanno luogo e le stanze quasi sempre buie dell’abitazione ove si svolge il dramma personale del dottor Bark e di sua moglie Simone, inizialmente alla ricerca di un dialogo che salvi il loro matrimonio, più in là travolti dalla sofferenza di una perdita troppo grave per poter essere sopportata. Sempre a favore de L’ipnotista gioca la fotografia davvero splendida di Mattias Montero: in poche altre pellicole ambientate nei paesi scandinavi si possono ammirare delle immagini naturali così affascinanti nei loro colori cupi e sbiaditi; mai le strade di Stoccolma nel loro gelido grigiore e nella loro vastità angosciosa sono apparse così disumane, distanti dall’uomo che vi si aggira in macchina alla ricerca di risposte introvabili. Tutto questo, purtroppo,  non fa de L’ipnotista un lavoro riuscito, ma alla fine riesce a non lasciarlo sprofondare irrimediabilmente nella mediocrità.

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