Wire: Change Becomes Us

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Change Becomes Us, l’ultimo lavoro – il tredicesimo – dei mitici Wire, non è semplice da giudicare: lo ascolto da giorni e ogni volta cambio idea, mentre cerco di fare disperatamente appello agli ultimi scampoli di obiettività che mi restano. La verità è che ho sempre considerato fantastici gli Wire, fin dai loro gloriosi esordi. Il tempo sembra non scalfire il carisma di Colin Newman e la sua musica ha lo stesso fascino di un tempo: sfortunatamente, non è più originale e, soprattutto, forse cominciano a sorgere problemi di ‘inventiva’ se, come è accaduto in questo caso, la band ha scelto di tirar fuori materiale degli anni 1979/1980 e mai utilizzato prima se non dal vivo, riproponendolo in una nuova confezione. Delle tredici tracce, in effetti, nove sono presenti, con titolo diverso, sul live Document and Eyewitness del 1981. Change Becomes Us proviene dal nucleo originario degli Wire – Newman, Gotobed (Grey) e Lewis –  ma vede l’intervento del chitarrista Matthew Simms al posto di Bruce Gilbert. L’impressione che se ne riceve è quello di una raggiunta –  forse ovvia! – maturità artistica e di una straordinaria raffinatezza dei suoni, per cui è davvero impossibile considerare il disco come una semplice celebrazione del passato postpunk. L’opener “Doubles & Trebles” è forse l’unica a presentare un suono genuinamente ‘vintage’: essa è una nuova versione di “Ally in Exile” di Document and Eyewitness, che, peraltro, era stata già riproposta in altri contesti e presenta l’impronta inconfondibile della band. Anche la melodia di “Keep Exhaling” ne richiama altre del periodo ‘classico’: è deliziosa, ha il solo difetto di essere troppo breve. Ma con “Adore Your Island” sembra che i nostri vogliano ‘scimmiottare’ il ‘pezzone’ rock sfoderando un inconsueto ‘schitarramento’: episodio un po’ da dimenticare. Segue “Re-Invent Your Second Wheel”, cantato dal bassista Graham Lewis, un’incursione intelligente nel pop, ma certo niente di sperimentale, mentre “Stealth of a Stork”, con le sue sonorità punk, ci riporta ai tempi di Pink Flag. “B/W Silence” e “Time Lock Fog” sono certo i brani migliori: la prima morbida e onirica, la seconda un gioiello postpunk dalle tinte fosche e inquietanti che ricorda il capolavoro 154. Da qui in poi, a parte “Eels Sang” che non si può non amare per l’atmosfera tipicamente ‘Wire’ che vi si respira, non c’è più nulla da segnalare fino alla doppietta finale “& Much Besides” e “Attractive Space” , la prima tutta chitarra acustica e tastiera con occasionali tocchi di oscurità e la seconda davvero originale, con suoni ‘tirati’ e curiosi echi. Intendiamoci, nessuna traccia è realmente scadente: il livello resta buono, per quanto un pelo al di sotto del disco precedente. Ma, come dicevo appunto di  Red Barked Tree (http://www.versacrum.com/vs/2011/01/wire-red-barked-tree.html) dagli Wire ci si attende solo ciò che è straordinario, il che, forse, è la loro condanna…

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