Autunna et Sa Rose + Verdiana Raw in concert

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Chiesa San Michele. Foto di Mircalla

La bellezza dell’avventura o l’avventura della bellezza? Sabato scorso, la frase di Mircalla è apparsa veramente calzante: quella sera, infatti, l’avventura non è mancata, ma la bellezza è stata all’ordine del giorno. Sto parlando delle esibizioni dei Verdiana Raw e degli Autunna et Sa Rose nella Chiesa di San Michele a Incisa, in provincia di Firenze. I concerti, per la loro parte, alla bellezza hanno evidentemente contribuito, ma l’atmosfera è stata preparata anche dall’aspetto visivo, ovvero lo splendore della location, e dalla simpatica ospitalità.

Qualche notazione di colore non fa mai male: potete immaginarvi i più miti e pacifici fra i redattori di Ver Sacrum, per niente amanti della guida sportiva, partire coraggiosamente su di un mezzo di locomozione già problematico e con esso letteralmente arrampicarsi su una stradina talmente stretta e tortuosa – per quanto ricca di meravigliosi scorci! – da provocare quasi il cardiopalmo? Con orgoglio posso dire che in quel gruppo c’erano, oltre me medesima, Caesar e Mircalla e che, una volta raggiunto l’obiettivo della nostra trasferta, abbiamo avuto la fortuna di partecipare ad un evento davvero piacevole e stimolante.

Quella di San Michele è una minuscola chiesa sconsacrata risalente al XII secolo, contornata da qualche altro edificio medievale e, soprattutto, da tanti boschi verdi e silenziosi. Poco più avanti, un camposanto microscopico, circondato da antiche mura e freschi rami, sembra offrire lo spazio ideale alla quieta meditazione. In questo bellissimo contesto, prima dei concerti avevano avuto luogo letture di poesie a cura di Alfredo Allegri, Verdiana Raw e Saverio Tesolato: purtroppo abbiamo dovuto rinunciare all’ascolto senz’altro interessante dei testi in quanto le difficoltà del percorso hanno un po’ procrastinato il nostro arrivo al sito. Fortunatamente il ritardo non è stato tale da pregiudicare il godimento dell’accoglienza e della cena, sulle quali non indugiamo in questa sede, ma che sono state fantastiche.

Verdiana Raw. Foto di Mircalla

Ma infine è giunto il momento della musica e Verdiana Raw, fiancheggiata dai due compagni Antonio Bacchi e Fabio Chiari, intorno alle ore 22 ha cominciato a riempire di note celestiali le antiche pietre della chiesetta. Verdiana, per i nostri lettori, non ha certo bisogno di presentazioni (si veda anche la nostra intervista dello scorso ottobre). Posta con la tastiera al centro del piccolo altare, sovrastata da un coloratissimo Cristo in terracotta in stile quasi ‘naif’, l’artista faceva più che mai pensare all’enigmatica sacerdotessa di un rito prezioso, al quale avevamo la sensazione di essere stati invitati. Chi ha apprezzato il suo primo album, Metaxy, non può dire di aver davvero conosciuto la sua musica finché non l’ha vista personalmente cantare: le melodie, nel loro cupo minimalismo, acquistano una solennità che il CD non può trasmettere e la voce contiene una quantità di toni e sfumature che la freddezza della distanza tende ad appiattire, come quando si guardano immagini in 3D senza gli occhiali. Quella sera ho avuto l’impressione che la voce di Verdiana colmasse tutto lo spazio intorno, risuonasse in ogni angolo: nel silenzio intimidito dell’ambiente, siamo stati investiti da ondate ora dolci, ora violente, ora morbide, ora travolgenti…brividi sulla pelle. Come in un sogno, abbiamo riconosciuto, fra i vari brani, “Big Eyed Dog” e “Dining Alone”, abbiamo ascoltato le parole forti che ha letto, tratte da un testo di Sarah Kane e la sua versione di un pezzo folk italiano originario del basso Lazio, l’abbiamo vista cedere a Fabio Chiari la postazione alla tastiera per cantare “Strega (La Loreley)”: tutto perfetto, con l’unico neo di essere finito troppo presto, come spesso accade alle cose belle.

Dopo Verdiana, infatti, era attesa l’esibizione di Autunna et Sa Rose, progetto italiano di culto di cui comunque conosciamo tutto grazie ai puntuali articoli del nostro Hadrianus, che ha recensito il loro ultimo album Phaléne d’Onyx e ci ha regalato anche una bella intervista a Saverio Tesolato, l’anima del gruppo. Come dunque sappiamo, la musica di Autunna et Sa Rose include diverse forme d’arte – poesia, teatro, arti visuali oltre alla musica stessa – che abitualmente si manifestano separatamente, per creare una formula nuova, affascinante e colta ma molto, molto complessa e, soprattutto, non di facile accessibilità per il pubblico. Nel loro lavoro, le parole sono imprescindibili, come i gesti e gli intermezzi musicali a cura della tastiera di Tesolato e il violoncello di Montanari, il che richiede, da parte di chi assiste, una concentrazione ed un coinvolgimento totali. Non si può negare, tuttavia, che alcuni passaggi risultino un po’ ostici, soprattutto allorché i due strumenti paiono sfuggire, invece che creare, l’armonia, perseguendo una loro misteriosa combinazione. L’effetto è certamente molto ‘avantgarde’, ma l’orecchio non ‘iniziato’ finisce con il restare disorientato, specialmente se poi intervengono le declamazioni appassionate di Saverio che esigono la loro parte di attenzione. Quando però si riesce a trovare un ‘canale’ di contatto con la sostanza di queste composizioni – chiamarle canzoni o brani sarebbe sicuramente riduttivo – allora si comprende quanto tale sostanza sia importante, addirittura necessaria. Altre volte, poi, l’armonia che sembrava dissolta viene inaspettatamente ritrovata: pianoforte e violoncello si congiungono o duettano, entrano in gioco le parti vocali egregiamente eseguite dal soprano Sonia Visentin e dal mezzosoprano Matilde Secchi, le poesie evocano paesaggi interiori nei quali ognuno può rispecchiarsi. Nel corso dell’esibizione sono stati eseguiti, fra l’altro, passi dell’ultimo lavoro Phaléne d’Onyx, ma si sono ascoltate anche parole di Pasolini e di Artaud. Assai suggestiva la versione di “Canzona” degli Ataraxia che ricordavamo dall’album Odos Eis Ouranon – La via verso il cielo. Per ricollegarci alle nostre prime considerazioni, gli Autunna et Sa Rose ci hanno trasmesso la loro idea di bellezza, elitaria e pura, ma certo ben inserita nella sacralità del contesto: un’esperienza da non dimenticare.

Autunna et Sa Rose. Foto di Mircalla

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