John Ajvide Lindqvist: Una piccola stella

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Marsilio ha da poco presentato il nuovo romanzo di John Ajvide Lindqvist, il grande scrittore horror svedese che, chi segua Ver Sacrum, non può non conoscere: in passato abbiamo infatti parlato diffusamente  sia del capolavoro Lasciami entrare, sia dei racconti di Muri di carta, quindi abbiamo letto Una piccola stella – titolo originale: Lilla stjärna – con vero piacere. Anche in questo caso, l’autore ha dato prova di grandissima classe, offrendoci un’esperienza inquietante e ricca di spunti importanti.

Come in Lasciami entrare, Lindqvist ha ambientato la vicenda nell’universo dei ragazzi ma, fin dalle primissime pagine, ha saputo impostarla in modo nuovo ed originale. La sua protagonista, infatti, viene casualmente rinvenuta da un musicista fallito in un bosco ove presumibilmente è stata abbandonata da chi l’ha messa al mondo. Allo sconcerto dovuto al ritrovamento, si aggiunge quello di scoprire che la misteriosa neonata ha in dote una voce straordinaria, capace di cantare note purissime invece di piagnucolare come chiunque alla sua età. Da qui ha inizio la stupefacente storia di Theres, la fanciulla che non ha un nome, una famiglia, una propria esistenza. Theres, che cresce nascosta agli occhi di tutti, è ciò che altri, gli ‘adulti’, vogliono farne: conosce soltanto quanto i suoi ‘salvatori’ vogliono mostrarle, sperimenta pochissimo della vita, perchè l’interesse dei ‘grandi’ non è per lei ma per quella sua dote; cantare è ciò che sa fare e null’altro le viene chiesto.

Non è semplice comprendere come abbia potuto formarsi la personalità di Theres. Raramente abbiamo sentito di situazioni simili alla sua e la prosa apparentemente anonima e distante di Lindqvist è insuperabile nel tratteggiare a poco a poco questa figura ‘diversa’, enigmatica, difficile da accettare soprattutto per una caratteristica che la rende unica fra gli esseri umani: l’indifferenza, l’incapacità di lasciarsi dominare dai sentimenti e dalle emozioni, il rifiuto di lasciarsi possedere, sia pure per scopi affettivi, da un’altra persona. La freddezza con la quale si ‘emancipa’ dalla coppia che si è fatta carico di allevarla, Lennart Cedarström e sua moglie Laila, è estremamente disturbante, ma non è che la prima sconvolgente manifestazione di un temperamento che sembra ignorare non solo le norme della convivenza civile ma anche le modalità che regolano le relazioni fra le persone, ovvero ciò che noi apprendiamo spontaneamente vivendo.

La crescita della ‘piccola’ prosegue implacabile secondo meccanismi oscuri che hanno senso esclusivamente per lei. Complice il web, entra in contatto con l’altro personaggio ‘scomodo’ della storia, l’adolescente Teresa, che diviene una sorta di suo alter ego: trovare giovani infelici, insoddisfatti della loro vita ed incompresi dai genitori sembra sia la cosa più semplice del mondo; dal susseguirsi degli  eventi pare quasi ce ne siano a iosa, poichè da due, le ‘outsider’ divengono velocemente molte di più e Theres, con la sua meravigliosa, magica voce e le sue bizzarre parole di incoraggiamento sa controllarle fino a farne una vera e propria truppa.

L’infinita delicatezza con cui, in Lasciami entrare, si trattava il tema dello sviluppo e della conquista dell’autonomia come problematiche adolescenziali, qui viene mutata in uno scavo tagliente come un’incisione nella psicologia dei personaggi fino a portarne alla luce l’aspetto più inquietante ed oscuro. Il mondo degli ‘adulti’ non viene certo dipinto a tinte rosee: tutte le figure in cui Theres si imbatte, a cominciare dai genitori ‘adottivi’ proseguendo poi con Max Hansen, il manager che intende punta alle sue doti musicali, cercano in fondo di sfruttarne le qualità senza comprenderne le esigenze ed i sentimenti. Viene dunque presentato un campionario di personaggi privi di scrupoli e di principi morali che contribuiscono ad illustrare, fra l’altro, la vera natura dei ‘contest’ musicali cui tanti giovani di oggi aspirano a partecipare. D’altro canto, l’anima delle ragazzine appare come un nero abisso di cui non si riesce neanche ad intravedere i contorni. Per superare la crisi legata alla crescita, per trovare la loro identità in antagonismo con i ‘grandi’ che non hanno saputo capirle o trasmettere loro valori positivi, ecco che si strutturano in branco e si autodefiniscono ‘lupi’: Theres e Teresa, quali fondatrici dell’organizzazione, fungono da ‘capobranco’ ed alimentano la violenza del gruppo, un sentimento latente fino a quel momento, ma che forse attendeva soltanto l’occasione adatta per potersi manifestare. La rabbia con cui procedono a vendicarsi di chi ha fatto loro del male – sono i genitori? Sono i compagni di scuola? Siamo noi tutti? – è insieme stupefacente ed agghiacciante. Le nostre eroine concepiscono gesti terribili e, poiché nel loro contesto di vita non trovano posto né fantasmi né zombie, sta ai lettori ricercare l’origine di questo infinito male.

Tante analogie si possono tracciare con fatti di cronaca che non vogliamo qui ricordare, ma Lindqvist non ci racconta le sue ragazzine come farebbero i giornalisti dei quotidiani: leggendo il romanzo, vediamo all’interno del branco e del suo mondo a distanza ravvicinata; nessuna critica è percepibile ma neanche effettiva partecipazione. Il fenomeno cui si assiste non è, in effetti, pienamente afferrabile, ma non possiamo impedirci di provare paura e preoccupazione. La catastrofe preparata gradualmente attraverso numerose pagine raggiunge l’acme nel finale distruttivo. Se l’atteggiamento dell’autore non fosse totalmente diverso, l’unico paragone immaginabile qui sarebbe, a mio avviso, con le adolescenti del film di Harmony Korine Spring Breakers di cui abbiamo recentemente parlato: lì, l’ironia iconoclasta del regista celava la concezione pessimistica di una società che produce giovani mostri; in Una piccola stella l’ironia è presente solo a tratti, la visione si sposta dalla società all’intimità della persona ed il dramma prevale. Definitivamente e senza pietà per nessuno.

John Ajvide Lindqvist “Una piccola stella”, Marsilio 2013, pag.464, € 19,00

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