Savages: Silence Yourself

0
Condividi:

Le Savages mi hanno conquistato, senza se e senza ma. La frontwoman Jehnny Beth, la chitarrista Gemma Thompson, la bassista Ayse Hassan e la batterista Fay Milton si sono impadronite di me fin da quando, diversi mesi orsono, ricevetti un video di una loro esibizione in un locale di Londra, inviatomi da qualcuno che mi conosce bene. In un ambiente scuro e fumoso non si distingueva quasi nulla, ma la loro ‘affannata’ eppur vitale energia che le tenebre non sapevano contenere e la loro palese autenticità hanno fatto scoccare la scintilla! Silence Yourself è appena uscito, in rete circola da un po’ – loro stesse l’hanno diffuso dal loro sito in streaming – ed è un gran disco! Ancora musica ‘derivativa’, per carità. Chi potrebbe negarlo? Se prima di loro non fossero esistiti i Joy Division, i Birthday Party o, soprattutto, Siouxsie & The Banshees, probabilmente oggi Silence Yourself non esisterebbe. Ma queste ragazze non si sono limitate a copiare la lezione: l’hanno assorbita, fatta propria ed interiorizzata; l’hanno elaborata integrandola con la loro freschezza, giovinezza e genuinità riuscendo così a sfornare un classico destinato ad essere ricordato…eppure è solo il loro debut album! L’opener “Shut Up”, dopo pochi secondi con l’estratto di un vecchio film di Cassavetes, inizia con un basso entusiasmante – il suono inconfondibile che conosciamo così bene – e prosegue con una chitarra altrettanto entusiasmante: che dire, poi, della voce? Siouxsie? Anja Huwe? L’atmosfera è decisamente quella…  Segue la oscurissima “I Am Here”, dall’esordio inquietante incalzato dalla batteria:  la potenza del canto di Jehnny Beth è tutta da godere mentre l’aria diviene sempre più plumbea. In “City’s Full” la voce cavalca una chitarra abrasiva: più che gli anni ’80 qui sembra il folle rock psichedelico di Patti Smith. “Strife” classicamente rallenta la frenesia, ma la chitarra, di nuovo, lavora alla grande ed il riff si appropria letteralmente di noi.  Con “Waiting For A Sign” ritorniamo alla tradizione postpunk, quella migliore: personalmente ci sento la Siouxsie di “Voodoo Dolly” contornata da note di chitarra in totale disarmonia. Dopo un breve  intermezzo strumental/rumorale, “Dead Nature”, arriva “She Will”, uscita anche come singolo: in verità non il brano migliore, soprattutto per il riff di chitarra che ha un curioso sapore ‘metallaro’, ma la nostra Jehnny si comporta comunque benissimo ed il suo ‘She will’ vola fino alla fine del mondo. Dura e dissonante anche “No Face”, che ha tutta la spigolosità – punk – di uno sfogo adolescenziale, mentre la breve “Hit Me” graffia come “Helter Skelter” della già diverse volte citata Siouxsie. “Husbands”, il primissimo singolo in nuova versione, ci rifulmina con il basso e poi la Beth fa letteralmente scintille. Ma con “Marshal Dear” si sente odore di capolavoro: per la prima volta emerge il piano, una ricercatezza che disorienta, mentre il canto, lento ed intenso, trasmette, oltre ad una desolazione cupa, un’ indescrivibile emozione che il sax finale fa lievitare insieme alla sorpresa di queste inattese note quasi jazz. Allora si comprende che questo è solo l’inizio e che le Savages non hanno ancora liberato tutte le loro potenzialità: chissà che cosa potrà mai riservarci il futuro…

Condividi:

Lascia un commento

*