Dead Can Dance

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La redazione di Ver Sacrum è stata presente anche alla seconda parte del tour dei Dead Can Dance, ognuno di noi nelle location più prossime alle rispettive residenze, ovvero Roma e Firenze. Niente da dire sui concerti, ancora una volta di altissimo livello, come è lecito aspettarsi da artisti di questo calibro. Qualcuno di noi è di nuovo rimasto deluso per la ripetitività della scaletta, ma in generale possiamo dire che il duo Gerrard/Perry sta attraversando un momento di grazia e che le loro esibizioni di questo periodo non finiranno certo nel dimenticatoio. Qui di seguito la cronaca dei due ‘live’.

Dead Can Dance a Fiesole, foto di Mrs. Lovett

Fiesole, Teatro Romano 02 Giugno

2 giugno 2013: da giorni piove e fa freddo, l’estate pare lontanissima. Non era questo che immaginavo quando, mesi e mesi fa, avevo acquistato i biglietti per la data fiorentina dei Dead Can Dance, la prima che vedo di loro. Perdonatemi la notazione metereologica: in procinto di assistere ad un concerto nel teatro romano di Fiesole (FI), dunque a cielo aperto, un po’ di preoccupazione c’è; da questo evento mi aspetto molto e vorrei che niente e nessuno potesse sciuparmelo, tanto meno un acquazzone. Ma, al momento fatidico, la volta su di noi si libera, offrendo a tutti un rassicurante colore azzurro scuro; le antiche pietre del teatro sono pronte come per fare da sfondo ad un rito a cui siamo tutti chiamati a partecipare: mentre attendiamo, involontariamente abbassiamo la voce e cerchiamo in noi stessi quella concentrazione che escluda dai nostri pensieri il mondo materiale, una concentrazione che, sfortunatamente, ha fatto sì che l’esibizione di  David Kuckhermann passasse oltre e si concludesse nella generale disattenzione.

Ma quando appaiono i Dead Can Dance, tutti gli occhi sono fissi su quel palco, il cui allestimento semplicissimo appare tuttavia perfetto per dare il massimo risalto alla ‘cerimonia’: il gioco delle luci è infatti di una suggestione straordinaria, al punto che, talvolta, sembra di assistere a veri e propri effetti speciali. Nel corso dell’intero concerto, le immagini create dalle luci, con tantissimi colori in alternanza, saranno parte integrante dello spettacolo, contribuendo a costruire quell’atmosfera incantata che già caratterizza comunque la musica del gruppo. “Children of the Sun”, il primo brano della serata, è eseguito da Perry in modo davvero magistrale: la sottoscritta, sua fan da sempre, tocca subito il cielo con un dito. Ma anche Lisa Gerrard, dopo, fa la sua parte alla grande, benchè si abbia l’impressione che le occorra ‘scaldare’ un po’ la voce per poi ‘spiegarla’ in tutte le sue potenzialità: all’inizio, infatti, la forza del suo canto sembra quasi ‘costretta’, ma le bastano alcuni minuti per raggiungere il ’top’. Entrambi emanano carisma come respirano: la Gerrard ha drappeggiato sulle spalle un ampio mantello che la rende simile ad una sacerdotessa; Brendan non ha certo bisogno di preoccuparsi del look, in quanto crea meraviglie con i suoni e con la voce.

Curiosamente è concesso molto spazio anche ad una bionda tastierista che spesso partecipa come corista oppure duettando  con loro: non si può certo dire che se la cavi male ed i suoi interventi sono sempre opportuni ed efficaci, nonostante il ruolo della primadonna sia ovviamente già ‘occupato’. In un’atmosfera sospesa e senza tempo, si susseguono i brani di Anastasis, eseguito quasi per intero: “Agape”, “Amnesia”, Kiko”, “Opium” hanno tutto il fascino dell’album ma con una marcia in più, per la magia del posto, il calore della presenza, l’incanto dei colori. La voce di lui accarezza l’anima, quella di lei è pathos, potenza, sensualità: una combinazione talmente straordinaria che risulta emozionante perfino vederli semplicemente in piedi, uno accanto all’altra. Non mancano incursioni nel repertorio del passato – “The Host of Seraphim”, “Cantara” – ed un gradito omaggio a This Mortal Coil con “Dreams Made Flesh” e “Song to the Siren: di quest’ultima, scritta ormai tanto, tanto tempo fa da Buckley, l’esecuzione da parte di Perry risulta particolarmente riuscita e si sono visti momenti di autentica commozione.

Dunque tutto ha funzionato alla perfezione ed ha contribuito al successo di una serata destinata ad essere ricordata tanto che, come detto all’inizio, neppure il maltempo ha avuto il coraggio di rovinarla: in lontananza si sono notati però fulmini a ripetizione che, per non interrompere i nostri due artisti, si sono evidentemente accontentati di fare da sfondo, come se questo fosse il loro modo di partecipare allo spettacolo.

Mrs. Lovett

Dead Can Dance a Roma

Dead Can Dance a Roma, foto di Ankh

Roma, Auditorium Della Conciliazione 5 Giugno

Quando venne dato l’annuncio del concerto dei Dead Can Dance a Roma, non posso nascondere che il mio lato razionale si disse che li avevo visti da così poco e che la scaletta sarebbe probabilmente stata la stessa e il prezzo alto, perciò decisi di non andarci. Nel mio inconscio, anche se in realtà ne ero un po’ troppo cosciente per poter parlare veramente di inconscio, stavo invece soffrendo, perché mancare alla prima esibizione romana del gruppo era per me un enorme dispiacere. È stato, perciò, con infinita gioia che ho ricevuto in regalo i biglietti dalla mia dolce metà, che suo malgrado (in questo caso nemmeno troppo perché, pur non essendo esattamente il suo genere, i Dead Can Dance li apprezza molto anche lei), mi accompagna in tutte le mie più strane scorribande (dai concerti ai pub più improbabili in giro per il mondo, dalle cantine sperdute in mezzo alla campagna a chissà cos’altro potrò inventarmi nel prossimo futuro): grazie a lei non ho rinunciato a qualcosa che mi sarebbe veramente dispiaciuto perdere.

E allora eccomi qui, qualche mese dopo l’escursione a Praga, per un nuovo concerto del duo australiano. Fuori dall’Auditorium, come al solito, incontro persone che non vedo da un bel po’: qualche anno fa, quando a Roma si organizzavano più concerti per me interessanti di quanti se ne organizzino oggi, e quando anche io avevo più forza e voglia di mettermi in gioco “tentando” concerti di cui non ero del tutto convinto, con queste persone ci si vedeva un po’ più spesso. Perciò, tra una chiacchiera e l’altra, entriamo in sala che l’esibizione di David Kuckhermann è già iniziata. C’è da dire che i romani si sono dimostrati ben poco puntuali, visto che in tantissimi erano ancora in piedi in cerca del loro posto: i praghesi erano stati molto più puntuali e rispettosi dell’incredibile percussionista.

Il gruppo sale sul palco una ventina di minuti dopo la fine dell’esibizione di Kuckhermann, un’attesa che, come spesso capita in questi casi, è sembrata lunghissima. L’incipit è lo stesso di Praga: tutto ha inizio con “Children of the sun” e, fin da subito, mi rendo conto che la voce di Brendan Perry è oggi in forma smagliantissima, mentre a Praga mi era sembrato leggermente sotto tono. All’opposto, “Agape” mostra una Lisa Gerrard leggermente appannata rispetto alle volte precedenti: si tratta, beninteso, di sfumature, di piccoli dettagli che mostrano una voce come leggermente affaticata (incredibile a dirsi!). La dimostrazione del fatto che erano solo minuzie viene dal fatto che, chiacchierando a fine concerto con chi non li aveva mai visti dal vivo, ho scoperto che era rimasto assolutamente estasiato dalla sua esibizione, chiedendomi come fosse possibile che, in altre occasioni, fosse stata ancora più perfetta di così; evidentemente eravamo viziati!

Con piccole variazioni, la scaletta assomiglia molto a quella di Praga; vengono eseguiti quasi tutti i brani di Anastasis, i due brani da It’ll end in tears dei This Mortal Coil (uno dei quali è una cover di Tim Buckley), “Lamma Bada” e il brano di rebetiko “Ime Prezakias”; simile, quindi, ma non identica: verranno eseguite, infatti, anche “Black Sun” e “Cantara”, quest’ultima in una versione abbastanza diversa da quella a cui siamo abituati ma altrettanto bella. Nel complesso, quindi, ancora un bel concerto, direi universalmente apprezzato anche dal pubblico, che li ha seguiti e applauditi calorosamente.

Per concludere, non posso fare a meno di fare un commento sul luogo in cui ho assistito al concerto: fino a qualche anno fa (prima, cioè, che venisse inaugurato il nuovo Auditorium progettato da Renzo Piano), questo era il luogo per antonomasia dedicato alla musica classica; è stato, quindi, per me un piacere particolarmente grande, quello di vedere l’esibizione di un gruppo per me così importante in un luogo quasi sacro per la musica a Roma: sicuramente non c’era questo nelle intenzioni di chi ha organizzato l’evento, ma a me piace pensare che si sia trattato, finalmente, di un benvenuto ai Dead Can Dance nel mondo della musica “seria”.

Ankh

Dead Can Dance a Roma

Dead Can Dance a Roma, foto di Ankh

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