Steven Wilson: The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)

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Steven Wilson ritorna con The Raven That Refused To Sing (And Other Stories) e colpisce nel centro.  Un’ennesima dimostrazione di maestria e talento per un artista che non finisce mai di sorprendere. Da qualche parte, lo scorso anno, avevo definito il suo precedente lavoro, Grace For Drowning, come “opus magnum” perché credevo ormai raggiunto l’apice creativo. Oggi mi ritrovo non solo ad essere smentito ma anche a corto di aggettivi da utilizzare. Personalmente ho contato più di 40 lavori in studio, senza considerare e.p., live, dvd, collaborazioni, produzioni e lavori di remastering e quindi mi chiedo può davvero una mente normale continuare a produrre lavori di così grande qualità e allo stesso tempo continuare a stupire? L’unica risposta possibile è che siamo davanti a un grande genio.

Premetto che The Raven That Refused To Sing (And Other Stories) è un album dallo spirito intensamente progressive ma che racchiude un cuore oscuro come non incontravo da anni. Da sempre Wilson cerca di dare nuova linfa alla musica prog, tentando di rivitalizzare quel sentimento di innovazione e quella voglia di sperimentare nuovi orizzonti musicali tipici degli anni ’70. Come un bravo adepto assimila l’antica saggezza dei grandi maestri e la rielabora in chiave del tutto personale. Non un semplice riarrangiare nostalgiche atmosfere, ma la summa di un processo evolutivo. I riferimenti sono il meglio dell’iconografia progressive rock, l’influenza di gruppi come King Crimson, Genesis e Yes è palpabile, ma l’interpretazione è genuinamente Wilsoniana. In ogni momento avverti la sua presenza, respiri la sua stessa aria. Se ascoltandolo riuscirete ad abbandonare la forza evocativa di un certo manierismo settantino, vi si aprirà un universo tutto nuovo ed esclusivo. Un arcobaleno sonoro che parte dai KC e finisce ai Radiohead.

La lineup è quella delle grandi occasioni, accanto a Steven Wilson (voce, chitarra, basso elettrico, pianoforte, mellotron, tastiere), Guthrie Govan (chitarra solista), Nick Beggs (chitarra basso, Chapman Stick, cori), Marco Minnemann (batteria, percussioni), Adam Holzman (tastiere, Fender Rhodes, organo Hammond, piano, Minimoog), Theo Travis ( flauto, sassofono, clarinetto).

Anche le registrazioni sono al top. Come ormai non accadeva da anni, l’intero album è registrato in presa diretta, praticamente suonando tutti insieme dal vivo nei mitici East West Studios di Los Angeles, caratteristica che dona corposità, spessore e sopratutto calore al suono. In camera di regia, nel ruolo di ingegnere, il maestro Alan Parson (The Dark Side Of The Moon, ma non so perché ve lo ricordo). Inoltre, grazie all’amicizia con Robert Fripp, in tutti i brani Wilson suona sull’originale mellotron versione “MKII”, usato dai King Crimson per la realizzare l’album In The Court Of The Crimson King.

A differenza dagli anni ’70 non è un vero concept, ma possiamo sicuramente definirlo un album a tema. La linea comune è nei testi e nei suoi contenuti, tutti parlano di spettri, di morte e di elaborazione del lutto. Ma non troverete storie alla Dylan Dog (mi scuso con gli appassionati) o banali horror Hollywoodiani. Wilson trae ispirazione dai grandi della letteratura gotica a cavallo tra il XIX e XX secolo. Nelle sue parole troverete tutto il meglio di maestri come Edgard Allan Poe fino ad autori del valore di Montague Rhodes James, Algernon Blackwood e Arthur Machen. Fantasmi intesi non come pure astrazioni, ma come entità che interagiscono con persone reali, facendo leva su rimpianti, sensi di colpa e sentimenti di abbandono. Spettri che sentono il bisogno di ritornare sulla terra per terminare un lavoro lasciato incompiuto e, nel bene o nel male, saldare un conto rimasto aperto. Testi di una tale profondità che, nei limiti del possibile, proverò ad analizzare in seguito.

Apre “Luminol”. In realtà chi ha visto i concerti dello scorso anno già la conosceva. Grandissimo spazio è riservato ai cori che richiamano i capolavori degli Yes, mentre suggestive suite di flauto e sax rimandano a Jetro Tull e Weather Report. Il tutto tenuto insieme da proverbiali stratificazioni di mellotron. Più morbida invece la seconda parte, dove sognanti porzioni di flauto e pianoforte, uniti a una scarna sezione ritmica, fanno emergere il suo infinito amore per la psichedelica. In questo brano, a parte la voce, Wilson si comporta come un direttore d’orchestra lasciando ampio spazio alle evoluzioni dei compagni di viaggio. Il brano parla di musicista di strada che è sempre lì a suonare nella totale indifferenza dei passanti. Si può vivere una vita da invisibile?  E se dovesse morire qualcuno si accorgerebbe della sua mancanza? Si può essere fantasmi tanto nella vita come nella morte! Invisibile come minuscole gocce di sangue sulla scena del delitto che solo il luminol mette in luce (…le parole che canta non sono le sue…parlano di cose che lui non conoscerà mai).

Segue “Drive Home”, grandissima ballata in puro spirito Wilsoniano, forse il brano più Porcupine style dell’album. Un brano di un’immensa sofferenza che, come al solito, il musicista inglese riesce a trasformare in un’impalpabile delizia. Morbido, dolce, senza tempo eppure così triste. L’apertura è di una suggestione degna dei Genesis, facile ritrovarci Steve Hacket. La voce è quella di sempre, eterea e fiabesca. Sul finale Guthrie Govan ci regala una perla assoluta di chitarra, un assolo da annoverare tra i più struggenti della storia della musica. Struggente anche il testo. Due innamorati in auto percorrono una strada di notte ma accade un tragico incidente. Come in un flashback di un film di Sergio Leone, la scena cambia drasticamente. Qualche anno dopo lui è solo a guidare verso casa nella notte. Ma sul sedile accanto si materializza il fantasma della compagna morta, ritornata per spiegarli cosa accadde quella notte, nella speranza di liberarlo dalla sofferenza (…sfoga tutto il tuo rimorso e piangi la tua morte…rinuncia al dolore).

“The Holy Drinker”, 10 min. di progressive malvagio e mefistofelico. Acido, free, un continuo ribollire di giri di tastiere di Holzman e di svisate di sax di Travis. Verso la metà del brano il suono sembra stemperarsi solo la voce di Steven e le tastiere. Ma è il solito vecchio trucco di Wilson, sul finale la tensione risale, e il diavolo musicale rispunta con le sembianze dell’hard rock più puro. Chiaramente il testo trae spunto da “La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth. Il solito benpensante di turno, ma in realtà alcolizzato, decide di sfidare il diavolo in una gara all’ultimo bicchiere. Impossibile vincere con il diavolo, quindi destinazione inferno (…la bara è stata fatta con il legno di un albero…per piacere pianta un chiodo per me).

“The Pin Drop”, ancora un brano dalle atmosfere psichedeliche e ancora suggestioni struggenti e malinconiche tipiche di Wilson con la sua voce che sembra provenire da un sogno. Potrebbe, anche questo, essere nato dai P.T. o dagli Storm Corrosion, se non fosse per le incursioni del clarinetto di Travis. Anche qui un grande uso di sovrapposizioni vocali e cori a volontà. Finale riservato ad un’altra grande prova di chitarra di Govan. Alla base del testo c’è il dramma del’incomunicabilità e un rapporto di coppia basato sul sopportarsi reciprocamente. In una situazione come questa, anche il semplice rumore di “uno spillo che cade” può causare l’esplosione di una violenza repressa. Così il marito, seduto sulla riva, guarda la moglie morente trasportata via dalle acque (…ho provato ad essere come lui voleva che fossi…non ho sentito lo spillo cadere a terra).

“The Watchmaker”, l’inizio è molto semplice con chitarra e voce ma contiene tutto il suono evanescente di “nursey crime” dei Genesis e gli scenari malinconici e fiabeschi di Storm Corrosion. Per aprirsi a metà brano in un’esplosione progressiva in cui tutti trovano spazio per i loro virtuosismi, favolosi giri di flauto, strepitoso pianoforte, chitarra alla “Shine on…” dei Pink Floyd e ancori tanti cori. Sul finale ancora un cambio di registro, le atmosfere diventano tanto inquietanti da togliere il fiato, andando dritto verso i migliori Van Der Graaf Generator. 12 min. da brividi. Il testo sarebbe una bella novella di Poe, un altro dramma dell’incomunicabilità. La storia è quella di un meticoloso orologiaio che dopo anni di matrimonio uccide la moglie. Ma è così meticoloso o forse abituato a vivere con lei, che la seppellisce sotto le assi del pavimento della sua bottega. Il finale è quello classico, la moglie ritorna per portarselo via. Ma probabilmente a portarsi via l’orologiaio è il rimpianto per una vita sprecata accanto ad una donna che non ha mai amato (…gli ingranaggi e le leve si incastrano…noi siamo incastrati nella morte).

Chiude “The Raven That Refused To Sing”, brano intimista e crepuscolare, ancora una ballata dalle arie cupe e siderali. Costruito senza eccessi o altre forme di tecnicismi, ma intensamente spirituale. Solo grandi atmosfere, è come navigare in un mare di dolore senza mai vedere terra. La voce di Wilson è più impalpabile di quella di Thom Yorke e la musica è più bella che qualsiasi brano dei Radiohead. Un vecchio, alla fin della sua vita, continua a ricordare quando la sorella, morta bambina, cantava per lui. La sua mancanza è così forte che si illude di vedere in un corvo proprio la reincarnazione della sorella. Se il corvo dovesse cantare per lui, ne avrebbe conferma. Ma purtroppo il corvo si rifiuta di cantare (…canta per me…guarisci la mia anima…rendimi intero).

Bella la copertina di Hajo Mueller, fanciullesca raffigurazione di una luna schizoide a metà strada tra una copertina dei King Crimson e “L’urlo” di Munch.

Disponibile praticamente in tutte le versioni, CD, 2CD, DVD, vinile, 2 vinile, Blu-ray. Nella versione Deluxe troverete un libro di 128 pagine, sempre illustrato da Mueller, che contiene tutti i racconti da cui sono tratti i testi dei brani più “altre storie” rimaste fuori dal disco. Avrete così l’opportunità di conoscere Wilson (anche?) nella veste di scrittore neo-decadente.

Ultima curiosità, pare che il main menù del DVD sia la fedele riproduzione di un’antica tavola Ouija. Tavola con impresse lettere, numeri e simboli, usata nelle sedute spiritiche per comunicare con l’anima dei defunti. Questo renderà ancora più esoteriche le vostre scelte.

Alla luce di quanto detto vogliamo davvero relegare questo album alla mera funzione di intrattenimento musicale o siamo davanti ad un capolavoro di arte totale? Capisco che la pretesa di incontrare i consensi di tutti gli ascoltatori e pura utopia, ma il dato obiettivo e che da qualunque angolazione lo si valuta, siamo davanti ad un grande album. Personalmente gli ho già riservato un posto in quella parte della libreria riservata ai classici della musica, perché è un lavoro che supera i limiti spazio temporali, gli stili ed i generi. Abituati come ormai siamo ad una musica usa e getta, sicuramente tra 30 o 40 anni lo riascolteremo ancora con piacere, perché destinato ad entrare nella storia della musica.

Infine, considerando che quando il corvo non canta è sempre presagio di sventura, lasciatelo risuonare nel vostro impianto stereo……se non volete che la peste vi colga!

Per informazioni: http://stevenwilsonhq.com/
Web: http://www.kscopemusic.com/stevenwilson/
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2 comments

  1. Brian K 23 agosto, 2013 at 02:22

    Recensione prolissa, illeggibile. Inoltre francamente troppo entusiasta, il disco si basa su troppe facili formule del geniale, per carità, ma un po’ stracotto S. Wilson…

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