Depeche Mode – The Delta Machine Tour

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Foto gentilmente concessa da Andrea Rossi, reporter - Roma

Lo ammetto, ero un po’ in ansia…avevo letto che per l’evento erano stati venduti oltre cinquantamila biglietti e personalmente evito ormai manifestazioni così affollate: le masse mi inquietano, mi evocano sensazioni di soffocamento, se non di violenza. Giorno 19 luglio: partenza da Pisa, arrivo a Roma, pioggia. Febbrile consultazione del meteo: per il 20, data del concerto dei Depeche Mode, è previsto temporale. Che importa, quando ami una band di amore incondizionato? L’umore, però, non è alle stelle! La mattina passeggiatina per Roma; visto che ci siamo, approfittiamone. Via del Babbuino, Hotel de Russie: piccolo, eterogeneo gruppo di persone davanti all’ingresso. Mi avvicino incuriosita e…hanno magliette dei DM, in mano dischi e CD dei DM! Sembra che proprio lì siano attesi i nostri per la loro breve trasferta romana. Ma insomma, cosa potrei dire, se per ipotesi li incontrassi? Forse ‘siamo stati ragazzi insieme’ o meglio ‘ci conosciamo da trent’anni’? Tanto, loro non lo sanno! E comunque è ovvio che siamo diversi a poter dire lo stesso. Con un occhio – preoccupato! – alle nuvolette su di me e l’altro – malinconico! – all’elegantissima facciata dell’hotel proseguo; si avvicina l’ora X, quella in cui una delle band più ‘gloriose’ dell’ultimo trentennio musicale, coloro che hanno fatto della New Wave una religione di massa, officerà il suo rito parlando una lingua che sembra essere comune a tre generazioni di fan, convenute a Roma per contribuire alla festa e per goderne.

Ore 17: siamo in otto a partire per l’Olimpico ed il gruppo comprende parenti ed amici, tutte persone care e anche ‘fratelli’ nei DM! Che può esserci di meglio? Alle porte dello stadio il popolo dei DM: grandi e piccini, uomini e donne, capelli bianchi e ‘creste’, trucco ‘dark’ e jeans; in effetti Gahan & Co.sono riusciti a mettere tutti d’accordo, con buona pace di chi li ha liquidati definendoli ‘commerciali’. Ma commerciale a chi? I più pessimisti continuano ad aspettare un temporale che poi non arriverà mai, gli altri cercano nell’enorme struttura ancora semivuota un sito da occupare e da difendere nella serata. Come per un tacito accordo anche il mio gruppo si divide:  i ‘giovani’ sfidano la sorte piazzandosi più vicino possibile al palco, compatibilmente con le transenne che separano lo spazio ‘gold’ dal resto del prato; i più maturi, tra cui la sottoscritta, cercano timidamente una posizione più arretrata ma tale che consenta di respirare anche quando tutto lo spazio sarà pieno di gente.

Due parole sui gruppi che precedono i protagonisti dell’evento: i Motel Connection sono un progetto parallelo del celebre frontman dei Subsonica, Samuel. Si esibiscono che ancora non è buio e pochi sono attenti; tuttavia riescono a portarsi a casa un bel ‘gruzzoletto’ di applausi. Dopo di loro, il Dj e musicista elettronico americano Matthew Dear: palesemente soffre di complessi di inferiorità nei confronti di Dave Gahan e lo imita per quel che può, ma ora, nel pubblico, serpeggia l’agitazione. L’esibizione termina in fretta, qualche rapido preparativo e, puntualmente poco dopo le 21, i nostri fanno il loro ingresso, salutati da festose ovazioni.

Foto gentilmente concessa da Andrea Rossi, reporter - Roma

Il palco – la cui scenografia è stata ideata dal geniale Corbjin, che ormai affianca i DM quasi sempre –  è un gioiello di tecnologia: sormontato da una sorta di triangolo, illuminato da un profluvio di luci e completato sullo sfondo da un enorme schermo che mostra immagini e spezzoni video intonati via via ad ogni singolo brano. A fianco, altri due grandi monitor mostrano da vicino ciò che accade sul palco agli sfortunati che non sono riusciti a conquistare un posto di ‘prima fila’. La scaletta è ormai ‘rodata’ grazie alle numerose date precedenti e i DM dal vivo sono una vera macchina da guerra: Peter Gordeno alle tastiere e Christian Eigner alla batteria, che assistono il magico trio nelle esibizioni live, lavorano alla grande e dunque sono sufficienti i primi minuti di “Welcome To My World”, il brano che apre Delta Machine e anche i concerti del tour, per scaldare il pubblico che Dave Gahan – è ormai un dato di fatto acquisito – sa letteralmente rigirare come vuole. Il frontman dei DM si muove, balla, corre ed interagisce con la folla che gli sta di fronte; ammicca, ride, gesticola ma soprattutto canta con quella voce inimitabile, per lo più baritonale ma che azzarda a volte anche il falsetto: la gente è totalmente conquistata ed acclama sia i pezzi dell’ultimo album sia i classici che, sapientemente, vengono introdotti fin dalla terza canzone, la mitica “Walking In My Shoes” in una versione da urlo. Seguono altri classici: “Precious”, struggente, è da nodo alla gola, “Black Celebration” raramente eseguita dal vivo, incede oscura e solenne, mentre il pubblico più ‘recente’ neanche la riconosce,  “Policy Of Truth” che – si sa – negli show sembra concepita per far esplodere l’entusiasmo, viene interpretata da Gahan con quell’atteggiamento provocante e sexy che gli è tanto congeniale. Ha la sua bella resa anche “Should Be Higher”, tratta dall’ultimo album, che interrompe la serie ‘nostalgia’. Ma non può mancare un angolo dedicato a Martin Gore, che si riserva un intermezzo acustico con la bella “The Child Inside”, da Delta Machine e, soprattutto, una suggestiva versione di “Shake The Disease”, così rallentata da risultare, sul momento, quasi irriconoscibile. L’atteggiamento di Gore è meno disinvolto e più dimesso, sembra vagamente intimidito dal fatto di trovarsi al centro dell’attenzione, ma il pubblico mostra di gradire anche il suo contegno modesto. Con il rientro in scena di Gahan, arrivano le hit di Delta Machine, “Heaven” e, soprattutto, “Soothe My Soul” che riversa sull’Olimpico tutto il suo potenziale di energia. Ma poi, si può forse immaginare un concerto dei DM senza “Enjoy the Silence” e “Personal Jesus”? Ecco che viene praticamente giù lo stadio in un delirio di applausi, balli e grida e apparentemente nessuno sembra non sapere il testo delle canzoni: fermarsi un attimo e guardarsi intorno è emozionante come la musica, mentre noi fan storici preferiamo a questi cavalli di battaglia che ormai chiunque conosce altri classici che ci sono cari per varie ragioni. Non abbiamo perciò fatto mancare gli ‘evviva’ anche a “A Pain That I’m Used To”, in una sorprendente versione lenta all’inizio, ma poi ‘esplodente’ in magiche scintille ed a “A Question of Time” dall’amatissimo Black Celebration, l’album ‘dark’ per eccellenza. La prima parte del concerto viene comunque elegantemente conclusa da “Goodbye” e, dopo la prevista pausa, arrivano i succosi bis. Di questi, vale menzionare in primo luogo “I Just Can’t Get Enough”, perché è indescrivibile l’effetto che ha ottenuto sulla folla: se si pensa a quanti anni sono passati da quando Clarke la scrisse, è sorprendente la longevità di un brano che tanti considerano un semplice ‘divertissement’. Forse non molti fra i presenti avranno ricordato l’uscita di Speak & Spell, tuttavia “I Just Can’t Get Enough” è passata indenne fra le epoche, a dimostrare che il buongiorno si vede dal mattino; del resto, la versione presentata da Gahan & Co.era moderna e decisamente meno patinata dell’originale, tanto che l’ingresso di “I Feel You”, uno dei loro brani notoriamente più ‘sporchi’ di rock, non ha creato alcuno stacco eccessivo. Quando infine attaccano le note di “Never Let Me Down Again”, sappiamo che la magia sta per terminare.

Di certo non tutti abbiamo in tasca un biglietto per il già annunciato tour del 2014 ma anche ora che il concerto è ormai passato, è rimasta sicuramente in chi c’era la sensazione di aver partecipato a qualcosa di unico, riservato a quei pochi eletti che hanno potuto comprenderne il valore ovvero: solo noi sessantamila!

Foto gentilmente concessa da Andrea Rossi, reporter - Roma

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