Dperd

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Terzo disco su My Kingdom Music, Kore rappresenta l’ennesimo passo in avanti nel percorso artistico del duo siculo. La delicatezza degli arrangiamenti curati da Carlo Disimone e la voce di Valeria Buono, che sull’intrecciarsi delle note si adagia come la testa stanca sul cuscino, dopo una lunga giornata trascorsa al lavoro, ecco come mi piace descrivere quest’opera… Gli occhi si chiudono, subitaneamente il sonno ristoratore scende sul nostro corpo spossato come un velo a ricoprirlo, a proteggerlo, come brina che dona alla pianta avvizzita dal caldo novello vigore. Dai Faith (fine anni ottanta) agli eccellenti Fear Of The Storm (con “1995” edito dall’allora Energeia, uno dei capolavori nascosti della nostra wave!), per giungere alla demo “2003”, colla quale s’inaugura la ragione sociale Dperd, un lungo cammino caratterizzato da attenzione, ricerca, evoluzione. E tanta tenacia, come è d’obbligo per chi, nella nostra Italia, al Sud come al Nord, vuole proporsi in forma non convenzionale, al di fuori di schemi triti, sempre nel segno della propria passione. (Risponde Carlo Disimone)

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Caro amico, vi seguo ormai da tanti anni eppure, ad ogni nuova uscita e pur mutando le sigle, la vostra proposta non difetta in quanto a continuità. La vostra musica è ardore, è dedizione, nel nome di una Arte che viene esposta come il manufatto dell’artigiano nella sua bottega. Su quali (solide evidentemente) basi si poggia il progetto Dperd?

Sulle basi più solide di tutte, quelle di non dipendere da nessun altro e di non avere una vera e propria band ma fare tutto da soli all’interno delle nostre mura domestiche. Ci sono voluti degli anni, però, per reimpostare tutto da capo, in una nuova formula. Dopo l’uscita di 1995 ed in occasione della realizzazione del full lenght, ancora inedito, in pratica gli altri due membri dei Fear of the Storm hanno gradualmente perso interesse nella band. Credo che ancora oggi non sia riuscito veramente a metabolizzare l’abbandono di Antonio e Tony… Complice fu anche il forfait dell’etichetta di allora, l’Energeia, che non gradì l’evoluzione che aveva intrapreso il gruppo e si rifiutò di produrre il nuovo disco. Sono anni che parliamo di un box che comprenda tutta la produzione dei Fear of the Storm, inedito compreso….vedremo (sarebbe una gran cosa! N.d.H.).

I Faith prima, i Fear Of The Storm poi. Ricordo che, quando Energeia pubblicò “1995”, ci fu chi ebbe difficoltà a recepirne, e conseguentemente a menzionarne, i contenuti, perfino progressivi. Si può ritenere quell’esperienza, quel lavoro così “adulto”,  il seme dai quali poi è scaturito Dperd? All’epoca stupì non pochi, ad esempio, l’utilizzo dell’Hammond!

“1995” nacque all’ insegna del compromesso, un mini cd di 5 brani di cui 2 già editati nei precedenti tape album, anche se per l’occasione ri-registrati. Credo che la prima a non cogliere in maniera positiva la nostra evoluzione fu proprio l’Energeia. Per rispondere alla tua domanda non credo che ci sarebbero i Dperd senza i Faith prima e i Fear of the Storm poi, con le dovute differenze del caso. In quanto all’uso dell’ organo, pur facendo parte degli strumenti che amo, credo che oggi sia meno progressivo e più essenziale che in passato.

Dopo l’uscita di quel mini vi fu un periodo di silenzio, prima che tornaste, voi due soli, nel 2003 colla demo “siglata” dall’anno di pubblicazione, cosa accadde nel frattempo? Siete rimasti in contatto cogli ex-Fear of the Storm?

La fine dei Fear of the Storm non avvenne da un giorno all’altro, semplicemente diradammo sempre più i nostri incontri in sala prove e questo andò avanti per qualche anno. Ancora mi sembra incredibile, ma andò proprio così. Alle soglie del 2000 parlavamo, ancora, di fare uscire il disco nuovo e di ricominciare. Nel frattempo avevo suonato la batteria con un gruppo rock, tanto per sfogarmi. Avevamo anche registrato dei brani con Valeria, pensavamo di svilupparli con i Fear of the Storm; fu una sorta di anticipo dei Dperd. Quando fu chiaro che non ci sarebbe mai più stata la band di una volta, eravamo già nel nuovo millennio e finalmente decidemmo di recidere definitivamente il cordone ombelicale che ci legava al passato e di non guardare più indietro. Si trattava soltanto di arrangiare e suonare tutti gli strumenti da solo ed ecco il nuovo concept. Con gli altri due ragazzi siamo sempre in contatto e in buoni rapporti; non ci vediamo spessissimo, anche a causa del fatto che Antonio si è trasferito in un’altra città e Tony è impegnato con il suo progetto di musica reggae e suona tantissimo in giro.

La Sicilia ricca di tradizioni, culla di una Cultura straordinaria, che tra le sue valli e sulle sue coste ha trovato un’ideale incubatrice, ed una esposizione che trova riferimenti in ambiti marcatamente anglosassoni, costituiscono due elementi fondamentali della vostra produzione, come riuscite a renderli compatibili, così compenetrati fra loro da costituire un’unità solida, ma duttile? Vi sono dei singoli brani di Kore ove è più tangibile la “mediterraneità” dei Dperd?

Francamente avviene tutto in maniera talmente naturale che non saprei proprio definire come questo accada e, francamente, non vedo tutta la mediterraneità nella nostra musica che tutti colgono. Il contesto in cui cresci e vivi, però, in qualche modo ti condiziona che lo si voglia o no, meglio così.

Ma Trinacria non è “una sola”, essendo vasta e differenziandosi le tradizioni, gli usi. La vostra città di provenienza, Enna, è lontana non solo in termini di “distanza fisica” dai centri della Magna Grecia, ma pure come clima, se non erro; la definiste, sempre ai tempi dei FotS, “Ghostown”… E’ cambiato qualcosa, da allora?

Assolutamente nulla: arroccata a 1000 metri d’altitudine nell’entroterra, così da non beneficiare nemmeno dell’influsso benefico del mare, soffre un clima infelice con nebbia ed umidità otto mesi l’anno ed escursioni termiche anche di 20 gradi d’estate. In più vive tutte le limitazioni del piccolo centro. Nelle statistiche, la provincia ennese è in coda, nel territorio nazionale, a tutte le altre per qualità di vita ed opportunità, quindi, si è meritata degnamente l’appellativo.

Kore/Persephone (la romana Proserpina), anch’essa indissolubilmente legata alla vostra terra, ove fu rapita da Ade, è il simbolo della Natura, della vegetazione rigogliosa, centro colla madre Demetra nel culto dei misteri eleusini… Come mai l’avete scelta, lei simbolo di rinascita, per titolare il vostro più recente disco?

Il culto di Kore è stato fortissimo nel nostro centro.  La religione cristiana ha faticato a rimpiazzarlo con quello della Madonna, che si festeggia ancora in occasione della mietitura. Ancora oggi è presente nel nostro dialetto l’esclamazione “Kori Kori”, che esprime stupore e dispiacere; un chiaro segno di come il culto fosse radicato. Il titolo del disco lo ha proposto Francesco della My Kingdom Music, in occasione della sua visita ad Enna la scorsa estate. Credo che, anche lui, sia rimasto affascinato dal mito che permea il nostro Comune. Siamo stati d’accordo con la sua proposta; in fondo anche l’album rappresenta una rinascita ed una evoluzione per quanto riguarda il nostro percorso musicale. Basti pensare che ho eliminato il suono delle strings delle tastiere, in fase di mixaggio, nella quasi totalità dei brani. Una novità assoluta.

Opportunamente, l'”info-sheet” che correda “Kore”cita la Projekt ma pure Cocteau Twins e This Mortal Coil, e comunanze si riscontrano chiaramente nel corso del lavoro. Dopo averlo ascoltato per la prima volta, ho inserito nel lettore il primo disco dei Mira, e vi ho trovato, se non nello stile, che pure a volte disvela affinità sorprendenti, sicuramente nell’approccio un’esposizione che presenta numerosi punti di contatto. Vi riscontro una tale delicatezza, una cura particolare per una materia fragile, che si sublima in canzoni meravigliose, come, una fra le tante, “Sono qui”.

Le info-sheet, come le recensioni, hanno il grande merito di far capire in due parole il genere trattato dalla band. Peccano, però, di soggettività, rappresentando in un modo o nell’altro i gusti ed il background musicale di chi le scrive. In questo caso, Francesco ha saggiamente pensato a dei riferimenti che potessero far capire in fretta il genere. Molti di coloro che hanno parlato di noi, hanno dato riferimenti diversi. Va bene in ogni caso, comunque….

Siete in contatto con altri complessi italiani, avete condiviso esperienze con alcuni di loro, con chi vi piacerebbe esibirvi o magari collaborare?

Sono ancora in contatto con Giovanni degli Ataraxia; ci scambiamo i reciproci lavori. Abbiamo condiviso dei concerti ai tempi dei Fear of the Storm: ho piacevoli ricordi di tutti loro, anche se non ci vediamo da anni. Più di recente ho avuto contatti con i Branches di Messina; li ho fatti suonare ad Enna un paio di anni fa. E’ stata la serata estiva più calda della storia ennese, il locale era in un cortile chiuso non ventilato. A parte la sauna, siamo rimasti amici (credo, eh, eh!).

Curiosamente, titolate il quinto episodio della scaletta come il vostro precedente album, “Io sono un errore”…

In effetti “Io sono un errore” doveva far parte di quell’album; era già stato registrato, ma allora non ci convinse e non lo inserimmo, ma intitolammo il disco con quel titolo in sua memoria. Pensammo che sarebbe finito nel dimenticatoio di casa Dperd, ma in seguito lo modificai completamente, lo riregistrai ed eccolo lì (e ci sta benissimo! N.d.H.).

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“Fa male”, la stessa “Io sono un errore”, “Catena cieca”, “Risalgo il buio”, titoli dalla forte valenza analitica: sentimenti quali dolore interiore, risurrezione, paura, sono suscitati solo dalla mia suggestione, o realmente hanno pesato in sede di composizione?

Assolutamente sì e se consideri che i testi sono di Valeria, ti fai un’idea del disagio di cui soffre quotidianamente nelle relazioni sociali. Capace di grandi gesti, vive in un volontario isolamento, pur di scampare dalla minaccia dell’ipocrisia, della diffidenza e dai condizionamenti di una società assurda, eccessiva e grottesca, che ingabbia il cuore e anestetizza il cervello. Odia omologarsi ad una realtà costruita sulle bugie, rischiando però di pagare a duro prezzo il proprio deragliamento dalle regole: continua a fare quello che deve, a lavorare, a vedere persone, ma dentro qualcosa le si è spezzato per sempre. Nel tempo questa sensazione le si è acuita, fino a diventare, ahimè, uno vero e proprio problema. In questo caso l’età… non ha portato consiglio.

E “Train song”, con quel pianismo lieve, colla voce che pare accompagnare qualcuno verso un commiato inevitabile, che però non esprime angoscia, quasi si fosse certi del ritorno, e con la chitarra che par davvero evocare il rumore del treno in marcia, chiude opportunamente “Kore”, significando quasi un arrivederci ad un prossimo capitolo, ad una successiva fermata…

Conto proprio sul fatto che Kore non sia un addio, ma un arrivederci e che il treno possa fare ritorno, magari carico di ricordi, sorprese ed emozioni dai luoghi che ha visitato. Abbiamo abbozzato già tutti i brani, dobbiamo semplicemente aspettare i momenti di disponibilità di Valeria, per completarli.

Siete al terzo disco per My Kingdom Music, un lustro di collaborazione ormai, cosa vi offre, l’etichetta del buon Francesco, in termini di sostegno, di comunione di idee, considerando che siete probabilmente il gruppo più “accessibile” del suo catalogo?

Con Francesco abbiamo un rapporto che trascende quello normale tra gruppo ed etichetta; possiamo parlare di una vera e propria amicizia. A volte penso che è solo l’amicizia che lo porta ancora a produrci! Non posso che parlarne bene: si occupa di tutte quelle cose che mi rifiuto di capire, ci priva di ogni tipo di condizionamento e pur essendo una persona criptica, difficile da decifrare, mostra sempre un entusiasmo che ci commuove quando si parla di una nuova produzione con My Kingdom Music.

I Dperd ed i concerti: trovate spazi ove proporre la vostra musica? Con quali riscontri da parte del pubblico? Essendo “solo” in due, riuscite a ricreare anche dal vivo gli ambienti sonori che caratterizzano i vostri dischi, per nulla “semplici” bensì ricchi di atmosfera? Quale è il contesto “ideale” (se ve n’è uno) per suonare le canzoni di “Kore” (e delle opere precedenti)?

La risposta a tutte le domande è no… Nel senso che i Dperd non hanno mai suonato dal vivo: il primo motivo è che concepisco una esibizione live veramente suonata e non come una sorta di playback con basi pre-registrate e programmi vari (cosa che non uso nemmeno in studio, figuriamoci dal vivo!). Per un concerto dovremmo reclutare almeno altri tre musicisti: questo vorrebbe dire appuntamenti, orari, prove su prove, rapporti sociali (con le difficoltà di Valeria ad affrontare tutto questo). Altro motivo: il contesto dove suonare riveste anche il suo ruolo sulla decisione presa fin qui. Non crediamo che valga la pena suonare in un pub, dove all’80% degli avventori interessa soltanto bere e fare schiamazzi. Credo che il contesto ideale per qualsiasi concerto possa essere una piccola sala, possibilmente con posti a sedere (condizione alla fine trascurabile), dove i partecipanti in un certo modo siano preparati all’evento…. punto.

Chi ha ascoltato “Kore” e vi ha espresso la propria opinione, su quali particolari s’è soffermato, quali sensazioni ha più diffusamente riportato? Se volessimo leggere i commenti trascritti sui foglietti appuntati dagli ascoltatori su una ideale “bacheca “(ahimè! Hadrianus a volte scorda che esiste FB!), quali sono le parole o le frasi che si riscontrano più di frequente?

I commenti di chi ci apprezza scaldano il cuore e ci ripagano di tutti gli sforzi in sala prove e in fase di mixaggio; ci parlano di musica per l’ anima, definizione che amiamo moltissimo. Anche musica per viaggiare mi piace, ma non è niente male nemmeno il suggerimento di ascoltarci davanti al caminetto in compagnia di un buon thè. In quanto all’esistenza di facebook, me ne dimentico anch’ io.

Vale più, in termini di “evoluzione” di un progetto artistico, una critica severa e stringata, ma obiettiva, od una analisi più estesa, ma decisamente più benevola? (Il “solito” quesito “marzulliano”…)

Sicuramente le recensioni positive fanno piacere, non voglio negarlo, ma alla fine ogni recensione dipende da quanto davvero sia competente ed esperto l’autore della critica. Senza offesa, ma la stragrande maggioranza dei critici non ha mai tenuto uno strumento in mano per più di un’ ora (e non continuativa). Questo è un problema che si può ancora superare se ci si documenta a dovere. Ma la condizione, per me assolutamente  imprescindibile, ai fini di una buona recensione, è quella di essere addentro e di amare il genere musicale del quale si scrive. Tendo a diffidare di quei critici ( ma non degli appassionati ) che scrivono di musica a 360°. E’ come se io facessi una recensione di un gruppo di rock progressivo: sono sicuramente un appassionato anche di quel genere, ma da parte mia ci vorrebbe una bella faccia tosta o un ego veramente smisurato! Sarebbe una recensione sicuramente poco professionale ed obiettiva.

Lascio a Te, carissimo, spazio per le finali considerazioni, e per un auspicio per il Futuro!

Cerco di non pensare al futuro, che non vedo assolutamente roseo, e non mi riferisco solo a quello del mondo musicale… Vorrei più di tutto porgere un affettuosissimo saluto a te e a tutta la redazione di Ver Sacrum (ricordo quando la fanzine era su carta,… ho ancora delle copie!).

P.S. Rammento ancora che una notte, dopo un concerto dei FOTS, Luca ci ha trovato un rifugio a casa di un suo amico a Pisa,….. che tempi !!

Contatti:

carlodisimone@dperd.com / www.facebook.com/dperd

info@mykingdommusic.net / www.facebook.com/mykingdommusic.label

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