John Taylor: Nel ritmo del piacere – Amore, morte & Duran Duran

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Mia sorella era una duraniana convinta. Articoli di giornale custoditi gelosamente (e tratti da ogni possibile fonte, da Sorrisi & Canzoni a Famiglia Cristiana, ovunque apparisse anche una semplice curiosità riguardo i cinque di Birmingham era immediatamente sottoposta a ritaglio), poster appesi in camera, le cassette dei loro dischi (fino ad “Arena”), iscrizione ad un fan-club. Prima metà anni ottanta, essere un appassionato di musica, e di un gruppo in particolare!, costituiva ottimo stimolo per la creatività. Non c’era internet, ed allora si praticava la caccia alla notizia, spesso senza nemmeno giuovare della possibilità di verificarne contenuti e veridicità. Se proprio dovevo schierarmi, io preferivo però gli Spandau Ballet… In famiglia siamo evidentemente tagliati per la ricerca, e mia sorella partendo dai Duran Duran giunse a scoprire Japan, Talk Talk… Evoluzione, insomma, non ai miei livelli di minatore (tanto scavavo e tutt’ora scavo in profondità), ma i suoi gusti si sono affinati proprio partendo da “Planet earth”. O giù di lì.

Scrivere dei Duran Duran su una rivista come quella che evidentemente siete soliti frequentare (se state leggendomi…) sarebbe risultato semplicemente impensabile fino a qualche lustro (nemmeno tanti, però) or sono. Ma il Tempo centrifuga tutto, ed offre sempre la chance per una riabilitazione (ed in questo caso nemmeno postuma), corroborata da attestati di stima piovuti da più parti, da insospettabili pure. Ed è ben vero che i Duran Duran, al pari dei citati Spandau Ballet, dei Visage, dei Classix Nouveaux, degli Albania, dei Japan e di una diecina di altri nomi sono stati frullati nel bicchierone del new-romantic da giornalisti più o meno smaliziati (accidenti a me!, non trovo quella bella relazione pubblicata da Ciao 2001 a proposito del movimento, era il 1982, questo me lo ricordo bene, all’alba di “Rio”), e che la riscoperta di Le Bon e colleghi non è datata solo oggi, e nemmeno da parte dei più attempati di noi.

John Taylor è un bassista. Quello che se ne sta un po’ defilato, lo vediamo alla destra od alla sinistra del cantante, dietro al chitarrista e davanti al batterista, al suo partner in crime. Ma la sezione ritmica dei DD, ascoltata oggi, è tutt’ora in grado di regalare soddisfazioni (e sorprese). Quel bell’incedere funky, quel punteggiare deciso ogni singolo pezzo, quella presenza solida, insostituibile. “Hungry like a wolf” è solo un esempio. Isolate il suo strumento dal contesto della canzone, ne rimarrete sbalorditi. JT il basso lo suonava, non si limitava alla presenza, i DD non erano una boy band come quelle di oggi, tutte coretti e mossette. Il target era lo stesso, adolescenti ansimanti (“Adolescent sex” dei Japan trattava di altro…, ma le fanciulle in fiore sbavavano anche per l’efebico Sylvian, all’ombra dei manifesti appiccicati ai muri delle loro stanzette), ma la sostanza, Signore e Signori miei, c’era tutta, e non si pesava in grammi. Nel ritmo del piacere è il resoconto di anni di trionfo (anche inatteso), del lento declino e della rinascita; sopra tutto, del raggiungimento della consapevolezza. Un uomo che diviene tale pagando il suo scotto alla Vita e che gli anni rendono riflessivo, sensibile, anche se sempre in bilico sul baratro (da anni è in costante terapia, stare alla larga da droghe e da alcol non deve essere facile, in certi ambienti), perché in fondo JT non è stabile come il pulsare delle quattro corde sotto le sue dita. Il senso della famiglia (alla sua dimostra di essere sempre stato legato, e toccanti sono le parole che dedica alla dipartita del padre), che riesce infine a comprendere fino a costruirsene una (atipica, ovviamente, ma non per gli standard dello star system), la solita lista di celebrità colle quali si è accompagnato, la vita coi Duran Duran (in studio, in giro per il mondo, sul set di qualche clip), l’affiatamento e l’affetto che dimostra nei confronti dei suoi compari d’avventura (anche di coloro che vi transitarono per un breve periodo, come l’ottimo Cuccurullo del quale dimostra di apprezzare incondizionatamente le doti di strumentista e di compositore),  tutto percepibile ed espresso senza pudore. Ne risulta un ritratto sufficientemente esaustivo di un personaggio che ha attraversato tre decenni ed uno spezzone di esagerazioni (e di illusioni) uscendone indenne, se non addirittura rafforzato (nell’animo sicuramente). Capace di stupirsi ancora per il ritorno alla fama (con “All you need is now”), di emozionarsi per aver partecipato al Coachella dopo aver preso parte a “Top of the pops” ed aver suonato davanti a torme di ragazzette isteriche. L’età porta consiglio, anche per un DD. Ah, sì, sottolineo per un Duran Duran, perché il senso del gruppo, almeno per JT, per Le Bon, per Rhodes e per l’altro Taylor (Roger, lo skin-beater) si rivela un legame non solo strettissimo, bensì inossidabile. Con la consapevolezza che, in quattro e con l’aiuto di qualche esterno (di Andy Taylor si sono perse le tracce), nessun traguardo è precluso, anche se da quell’ormai lontano ’81, l’anno di “Duran Duran, il Tempo non è trascorso scorrendo placido, e le cicatrici non si cancellano, sopra tutto quelle dello spirito. Il tomo è suddiviso in brevi, scorrevoli capitoletti dedicati a singole esperienze, dai ricordi d’infanzia a quelli, meno edificanti, degli abusi, dalle prime uscite come musicista al conseguimento del successo. Disco dopo disco, tournée dopo tournée. Genitori sempre sullo sfondo e sempre pronti ad entrare in scena, anche se probabilmente mai si sono resi conto di chi/cosa era diventato loro figlio. Un mio quasi coetaneo, allora, che continuo a trovarmi tra i piedi, magari citato in una intervista dal più insospettabile dei gruppi che popolano l’underground alterna/dark/goth. Accidenti a voi, JT e DD tutti, avente vinto. Tenendo in sottofondo “Girls on film”, e quel basso negroide che buca le casse…

Appunti sparsi. Non solo DD, ovviamente. Per i Power Station il suonare con Tony Thompson (scomparso nel 2003, lo stesso anno di Robert Palmer) offre all’autore lo spunto per omaggiare uno dei musicisti da lui più apprezzati (e collaborare ancora con l’artefice massimo del successo dei DD, Nile Rogers). Non viene fatta menzione a “Living in fear” del 1996, al quale non partecipò se non in fase embrionale. Quello fu l’anno dei Neurotic Outsiders, con Steve Jones, Duff McKagan e Matt Sorum, progetto abbandonato prima che si concretizzasse in qualcosa di più impegnativo, della carriera solista solo brevi accenni. Idem per la partecipazione a colonne sonore (“I do what I do” era inserito in quella di “Nove settimane e mezzo”). Il gruppo innanzi tutto.

Nota: a pagina 95 viene riportata fedelmente la lista dei brani che Nick Rhodes suonava come dj del Rum Runner, il club/base operativa dalla quale i DD decollarono definitivamente di lì a poco. E che poi venne pubblicato, come mix tape, e non sarebbe poi male recuperarne una copia (nel lungo elenco spiccano Japan, John Foxx, Magazine, Cure, Bryan Ferry, Roxy Music, PIL, OMD, Wire, The Psychedelic Furs, far gli altri).

Arcana Edizioni

Pagg. 338

Euro 18,50

http://www.arcanaedizioni.com

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