Zola Jesus: Versions

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Piccole donne crescono. E allora, magari, nasce la voglia di mettersi alla prova con cose diverse, che un po’ esulano dallo stile abituale, con lo scopo di ampliare le esperienze. E’ andata proprio così? A Nika Roza Danilova a.k.a. Zola Jesus, uno dei fenomeni musicali più importanti – e non solo a parer mio! – degli ultimi anni viene richiesto di esibirsi al famoso Guggenheim di New York e lei ha l’idea di presentare il suo repertorio in una nuova veste un po’ classica cioè con l’accompagnamento di un quartetto d’archi. L’incarico di riarrangiare il tutto viene dato ad un personaggio noto almeno come lei, l’australiano JG Thirlwell a.k.a. Foetus e chissà quanti altri nomi che, non essendo l’ultimo arrivato, ci ha messo abilmente mano. Qualche settimana fa, la Sacred Bones Records ha fatto uscire il frutto di quest’idea, l’album Versions. Si tratta di un lavoro strano, che a molti ha fatto arricciare il naso, come se fosse un cambiamento di rotta, addirittura una svolta radicalmente ‘pop’ da parte dell’artista, cosa che francamente mi stupirebbe un po’… Fermo restando il fatto che preferisco la versione originale delle hit presenti nel disco, devo tuttavia riconoscere che i pezzi di Zola Jesus in veste ‘orchestrale’ hanno un loro fascino, caratterizzati come sono dalla sua straordinaria voce che risalta anche con l’accompagnamento più ‘morbido’ e melodico che si ritrova in Versions. Il primo brano è lo stesso che, dopo la breve intro di “Swords” apriva Conatus, ovvero “Avalanche”: mentre il ritmo è rallentato, la cupa rabbia si stempera in un patetico scoramento e la voce emerge definitivamente in primo piano. “Fall Back”, subito dopo, è l’unico inedito: si tratta di un pezzo romantico decisamente melodico, forse il più ‘pop’ e, a mio avviso, il più debole, poiché l’arrangiamento di archi sembra fatichi ad ‘imbrigliare’ l’energia che si sprigiona dal canto. Più in là “Hikikomori”, uno dei cavalli di battaglia di Conatus, non perde nulla della sua drammaticità originaria – tra l’altro gli archi erano già presenti! – ma il pathos è completamente diverso; è difficile spiegare, bisogna ascoltarla. La stessa sensazione si prova con “Seekir”, una delle mie preferite di Conatus: è comunque bellissima – ciò che è valido, probabilmente, sempre valido resta – ma alla fine suona bizzarra, come se mancasse compattezza fra la parte musicale e le parole. “Night”  era uno dei brani più angosciosi e tormentati di Stridulum: anche qui l’emozione resiste ma l’intensità, il pathos, sono cambiati, prevale lo struggimento di una sconfinata malinconia. Forse queste ‘versioni’ possono aiutarci a comprendere meglio la sostanza e la struttura della musica di Zola Jesus, ma appaiono davvero un po’ troppo lontane da cio che ci aspettiamo da lei. Forse bisogna digerirle piano piano. Forse.

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