JoyCut: Pieces Of Us Where Left On The Ground

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La carriera dei JoyCut è iniziata nel 2001 e, da allora, è stata sempre in crescendo come la loro notorietà, tanto che, nel novembre 2008 hanno aperto qui da noi i concerti degli Editors. Muovendosi in ambito internazionale, la band bolognese ha acquisito carisma, nel contempo sviluppando una personalità spiccata che li ha portati, seppur sempre all’interno della tradizione New Wave, a fare scelte originali. Pieces Of Us Where Left On The Ground, il loro nuovo (quinto) album, rimane saldamente dentro quella tradizione ma il colore stavolta è proprio nero scuro e le atmosfere decisamente dark: poco canto, molta elettronica con sonorità che spaziano in campi diversi sfiorando persino l’’industrial’ o l’’ambient’, insomma le sorprese non mancano. Apre l’agile ma intensa “Wireless”, una delle più fluide, caratterizzata da ritmo moderato e suoni di ampio respiro. Subito dopo in “Dominio” l’inquietudine dilaga incalzando e le tinte si fanno grigie  e sconsolate, cosa che, del resto, si può dire della cupissima  e solenne “Individual Routine”, ravvivata qua e là da elementi industrial/kraut efficacemente sfruttati. Poi, dopo l’elettronica più melodica di “Drive” ecco la bellissima “Dark Star”, lunga ben otto minuti, che nelle sue occasionali dissonanze, emana una sorta di luce lunare. Fra le rimanenti tracce, è da menzionare “Funeral” che, solenne ed effettivamente quasi ‘funerea’, è resa anche inquietante da ‘ronzanti’ vibrazioni elettroniche per poi concludersi con una sorprendente, ariosa sequenza e “Save”, che colpisce letteralmente al cuore: bellezza gotica, sì, ma l’orizzonte è ampio come quello dei sogni mentre la voce sembra arrivare da un’altra dimensione, una sensazione davvero unica. Chiude “New Poets”, meno di un minuto e mezzo di note new wave, lasciandoci gonfi di malinconia ed emozione. Bravi JoyCut!

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