“La vita di Adele” di Abdellatif Kechiche: nulla emoziona di più della vita vera

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Corre fortemente il ‘rischio’ di diventare il mio film dell’anno questo La vita di Adele di Abdellatif Kechiche, ispirato alla ‘graphic novel’ di Julie Maroh Le Bleu est une couleur chaude e giustamente premiato a Cannes insieme alle due straordinarie protagoniste, Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, la cui interpretazione è destinata senza dubbio ad essere ricordata. Il titolo sembra quello di una biografia e, in effetti, l’impostazione è estremamente classica, quasi da romanzo: l’analogia con La Vie de Marianne di Pierre de Marivaux, che una delle ragazze legge con la classe non è certo casuale. Conosciamo Adele nella sua adolescenza quando, come tante quindicenni qualunque, va a scuola in pullman, scherza con le amiche e, arrivata a casa per pranzo scoppiettante di voglia di vivere, divora con gusto gli spaghetti assaporando il sugo con godimento quasi carnale. Non si può, in sostanza, non provare simpatia per Adele. E’ bella anche se i suoi lineamenti non sono perfetti e forse avrebbe bisogno dell’apparecchio per i denti; è bella come lo sono i nostri figli che ci passano in corsa dinanzi agli occhi, all’inseguimento di qualcosa che noi – è ovvio! – ci auguriamo possano trovare. Come tutti i ragazzi della sua età, anche lei ha fame di esperienze e vi si abbandona completamente, attraversando momenti di confusione che in quella fase non sa spiegarsi. Scopre l’amore con un coetaneo ma sente che non si può fermare, perché le sue sensazioni, i suoi desideri la portano altrove, cioè all’incontro con Emma. La giovinezza, l’innocenza e, diciamolo, l’immaturità rendono brucianti gli effetti della passione su un’anima semplice. Emma è più grande, più esperta e più consapevole delle proprie scelte. L’omosessualità non è per lei una scoperta ma un’inclinazione da tempo accettata, che sa come gestire. Ciò non significa che la fiamma non la travolga, anche perché la sensualità di Adele è dirompente e la coinvolge totalmente. Questa passione ‘piomba’ nella sua esistenza fatta di ‘belle arti’, pittura ed intellettualismo, la ‘ricolora’ e la ravviva. Due mondi lontani entrano così in un imprevisto contatto e se Adele impara a mangiare le ostriche, l’altra sperimenta la pasta alla bolognese: lo spettatore segue entrambe da vicino, con la camera che inquadra costantemente bocche, occhi, denti in un modo talmente naturale da sorprendere, rendendo carne e corpi ancora più ‘fisici’, tangibili, umani. La relazione fra Adele ed Emma è ‘formazione’ soprattutto per la più giovane, poiché questo amore la affianca nella crescita, sorreggendola – ed influenzandola! – negli anni dello sviluppo. Mentre Emma persegue le sue ambizioni artistiche che spesso e volentieri la conducono lontano dalla compagna alla ricerca della propria realizzazione, in ambienti in cui l’altra si trova prevalentemente a disagio e viene anche ammessa con un po’ di riluttanza, Adele si impegna a raggiungere gli obiettivi che si è posta da sempre: studiare all’Università, dedicarsi all’insegnamento e all’educazione dei bambini, nonostante lo ‘snobismo’ di Emma a volte interferisca con le sue aspirazioni. Ma anche le storie d’amore più travolgenti finiscono e, spesso, male: i presupposti perchè esploda la crisi non mancano. Con Emma, Adele è divenuta donna e, come tale, deve saper subire l’impatto della sofferenza e della fine delle speranze. Lo farà con le modalità che l’hanno caratterizzata fin dal principio: tragedia autentica, dunque, ma niente melodramma.

I tempi di Kechiche sono quelli della vita: egli non consente al montaggio di trasformare la crescita di Adele in fiction. Ma le tre ore del film assorbono completamente, senza sbavature o cali di tensione. Come si accennava, poi, la straordinaria grandezza  delle due attrici contribuisce a rendere l’opera davvero indimenticabile: sia Adèle Exarchopoulos che Léa Seydoux appaiono talmente naturali e vicine alla sensibilità del pubblico che non sembra nemmeno che stiano recitando. Adele colpisce per l’inesauribile vitalità, per la comunicativa, anima semplice eppure complessa, è indifesa e fragile di fronte al dolore; Emma invece è languida, raffinata e tormentata: entrambe sono personalità volitive e determinate. Il regista le ritrae ognuna con le proprie caratteristiche, svela gli aspetti più segreti nei loro momenti più intimi, tutto a distanza ravvicinata. Ciò che a fini estetici forse normalmente verrebbe celato, paradossalmente qui è quello che le rende bellissime. Anche le tanto chiacchierate scene erotiche, alcune delle quali certo di notevole durata, ben lungi dall’essere pornografiche, trasmettono tutto l’ardore e la passione con cui le due protagoniste si donano l’una all’altra: incredibile il fascino che possono emanare due corpi umani uniti!

Con La vita di Adele, Kechiche ha saputo far comprendere quanto con il cinema si possa fare arte nel vero senso della parola, quanto uomini e donne sappiano essere belli, dentro e fuori, e come la nostra vita sia comunque il film più bello che si possa girare. Basta solo accorgersene.

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2 comments

  1. pepperminteli 31 ottobre, 2013 at 19:37

    Per approndire, invito a leggere il comic Blue da cui e tratto il film e le riflessioni della sua autrice in femminism.wodpress.com

  2. blackmarble 5 novembre, 2013 at 09:52

    L’arte ha ancora la possibilità di donarci quegli spazi interiori che vorremmo proiettare nel mondo tutto, rendendolo migliore/superiore, come lo sarebbe senza il perfido giogo delle umane genti che lo popolano. La rappresentazione qui è, evidentemente, atta ad innalzare i Nostri obiettivi. Il messaggio qui è anche un augurio che vuole toccare gli animi.

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