Clock DVA: Post Sign

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Non occorre raccontare granchè sui Clock DVA, gruppo inglese di Sheffield ritenuto seminale per la musica industrial ed EBM, fondato nel lontano 1978 da Adolphus “Adi” Newton e Steven “Judd” Turner, quest’ultimo scomparso dopo un po’. Il progetto è sempre rimasto principalmente imperniato su Newton, a fianco del quale si sono alternati altri musicisti. Sperimentali come pochi, talvolta geniali, non sono mai stati gratificati da un seguito di massa, ma alcuni dei loro primi lavori – per esempio il fantastico Advantage del 1983 –  sono da tutti considerati pietre miliari. Di questo Post sign, pubblicato recentemente dalla loro etichetta Anterior Research Media, si è parlato comunque molto poco. Si tratta di materiale prodotto a cavallo tra il 1994/95, dopo l’ultimo album in studio, Sign, del 1993, che era uscito per l’italiana Contempo. I dodici brani di Post Sign sono interamente strumentali, sono stati composti e realizzati da Newton a Firenze e Milano e rimasti poi inutilizzati per lungo tempo. Fra i vari aspetti di interesse, c’è da dire che sono state inserite in alcuni punti registrazioni tratte dal Mercury Program della NASA  (uno dei primi e più famosi programmi spaziali statunitensi). Tuttavia, trattandosi di materiale d’epoca, il sound del disco è meno variegato e più limitato della maggior parte della musica industrial attuale, presumibilmente perché la tecnologia era diversa. L’autore ha scelto consapevolmente di non ritoccarli; essi vanno dunque ascoltati principalmente come testimonianza e, benchè diversi di loro abbiano un fascino notevole e riescano anche a coinvolgere, va precisato che tutte le tracce sono abbastanza lunghe e strutturate in modo minimale, con frasi ripetitive su cui sono innestati ‘diversivi’ elettronici, per cui l’effetto è straniante ed ipnotico. Fra i pezzi da ricordare, oltre all’opener “Phase IV”, che introduce in un paesaggio apocalittico ed inquietante, vi è l’avveniristica “Memories of Kelvin [For Era]” che, per la sua particolare atmosfera, si collega decisamente all’ambient e anche “Zero Module” che nell’alludere a foschi climi metropolitani, svela qua e là inattese schiarite. Infine la terrificante “At The Mountains of Madness”, di stampo quasi ‘cinematografico’, si ricongiunge idealmente alla raccolta di colonne sonore virtuali intitolata Digital Soundtracks, pubblicata sempre da Contempo nel lontano 1993.

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