“Prisoners” di Denis Villeneuve: storie dalla provincia

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Noto principalmente per La donna che canta che, nel 2011, aveva ricevuto la nomination come miglior film straniero ai premi Oscar, il regista canadese Denis Villeneuve approda a Hollywood con il bel Prisoners, appena uscito qui da noi. Si tratta di una sorta di thriller molto ‘nero’ su sceneggiatura di Aaron Guzikowski, che ha per oggetto il delicato tema del rapimento di due bambine e di ciò che l’infausto evento provoca all’interno di una cittadina della provincia americana apparentemente tranquilla, addirittura idilliaca. L’argomento in verità non è nuovo e da solo non basterebbe forse a giustificare le oltre due ore e mezzo di durata della pellicola. Ma Prisoners è stato confezionato con abilità ed attenzione e non si limita a suscitare suspense in attesa della scoperta del colpevole: è un’opera ricca di implicazioni sia sul piano psicologico che su quello sociale, che getta uno sguardo abbastanza impietoso sulle cosiddette famiglie ‘perfette’ che, nel momento in cui sono messe alla prova da una circostanza dolorosa, dimostrano di non avere gli strumenti per affrontarla con consapevolezza e crollano insieme alle certezze su cui sono fondate, che si rivelano alla fine fittizie.

Ci troviamo infatti in una cittadina qualunque della Pennsylvania dove,  proprio il giorno del Ringraziamento, due bimbe scompaiono senza motivo mentre le loro famiglie riunite festeggiano come da tradizione. I parenti restano comprensibilmente sgomenti e, una volta che si è capito che non si tratta né di una fuga né di uno scherzo e che anzi la ricerca richiederà molte indagini e durerà probabilmente parecchio tempo, ognuno dei personaggi reagisce alla disgrazia con le modalità tipiche del suo carattere: le madri manifestano maggiore fragilità rispetto ai mariti e si abbandonano alla disperazione, mentre i padri sono più inclini a prendere iniziative volte ad affiancare il lavoro degli investigatori ma, sotto la pressione dell’ansia e del dolore, essi manifestano lati del carattere che contraddicono l’apparenza di capofamiglia integerrimi e morigerati. Il compito di investigare sul caso e di gestire la situazione che diviene di ora in ora più pesante è affidato al detective Loki, figura non nuova di poliziotto ‘scafato’ e perennemente depresso che procede nel suo lavoro intralciato da ogni genere di ostacoli. La vicenda avrà il suo coerente sviluppo fino al finale riuscito in modo del tutto soddisfacente, ma il fatto che la trama funzioni e sia credibile non è l’unico pregio di Prisoners. Per l’intera durata del film si respira un’aria greve ed opprimente, un’atmosfera cupa e carica di presagi che contrasta fortemente con  il placido paesaggio campestre ove dimorano i protagonisti. I ‘prigionieri’ del titolo non sono soltanto persone fisicamente rinchiuse: ognuno, per così dire, sembra portare la sua croce e l’ingannevole serenità del contesto in realtà nasconde confini invalicabili che incatenano tutti al proprio dramma. La sofferenza, come si diceva, provoca in qualcuno delle reazioni impreviste ed imprevedibili, minando equilibri, sovvertendo principi morali che si credevano solidi, spingendo i personaggi a comportamenti che in precedenza non sarebbero mai stati nemmeno immaginabili. La questione diviene dunque più che altro un quesito etico: fin dove ci si può spingere per difendere gli affetti e per proteggere delle creature innocenti? Esistono dei limiti che, per quanto ci si possa sentire sopraffatti dalla disperazione, non dovrebbero essere superati?

Ci si pone domande del genere, per esempio, di fronte alle scelte di Keller Dover, che incarna il classico patriarca, punto di riferimento per moglie e figli che, tuttavia, è il primo a perdere la lucidità. L’interpretazione di Hugh Jackman è impeccabile nel rendere le sfumature di un temperamento autoritario ma insicuro nel suo rivolgersi di continuo alla fede religiosa, forte e fragile allo stesso tempo: nel corso della vicenda, emerge il suo ‘lato oscuro’, portando alla luce una violenza che nessuno, in lui, aveva mai conosciuto prima. Gli si oppone il poliziotto dal carattere burbero ma sensibile, ‘combattente’ per inclinazione naturale ma  timoroso del fallimento: Jake Gyllenhaal dà veramente il meglio di sé costruendo una figura non superficiale e di grande interesse. Le buone prestazioni degli attori, dunque, insieme alla curatissima fotografia di Roger Deakins e l’abilità del regista nel tenere alta la tensione con l’uso accorto dei dettagli, fa di Prisoners una visione assolutamente consigliabile e non semplicemente – per quanto già questo abbia la sua importanza! – un thriller con una storia sensata.

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