“Blue Jasmine” di Woody Allen: quando la sconfitta è donna

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La firma di Woody Allen è normalmente una garanzia: sia che giri un film in stile leggero, sia che invece si dedichi all’analisi dei caratteri e degli ambienti, si può essere sicuri che dalla sua opera ognuno potrà trarre un messaggio o una riflessione ed esserne colpito. Ecco che una pellicola sostanzialmente drammatica come Blue Jasmine ci sembra possa trovare il suo spazio qui su Ver Sacrum così come, a suo tempo, avrebbero potuto trovarlo Manhattan, Hannah e le sue sorelle o Settembre. Esso rappresenta infatti un’ulteriore svolta nella carriera del regista che, dopo una serie di lavori di tono decisamente bonario e  ironico – Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, Midnight in Paris e To Rome with love – tratteggia un ritratto femminile indimenticabile, come è accaduto talvolta nelle sue opere e solo occasionalmente in quelle di altri. Jasmine – ma il suo vero nome è Jeannette! – è una donna in piena crisi: la incontriamo all’indomani di un dramma che ha sconvolto in pochissimo tempo il suo mondo ‘dorato’ fatto di ricchezza, feste, vestiti firmati e vita brillante a New York. L’arresto del facoltoso marito e, subito dopo, la sua tragica morte hanno distrutto tutto questo e ne hanno fatto una persona povera e bisognosa, che deve appoggiarsi alla sorella minore per poter voltare pagina. Ma quest’ultima, Ginger, volente o nolente ha dovuto fare scelte differenti: un’esistenza semplice, piaceri più ‘ordinari’ e, in primo luogo, l’abitudine ad arrangiarsi con poco. L’ambiente in cui Jasmine è sempre stata è dunque lontano anni luce da quello di Ginger, che si arrabatta ogni giorno per tirare avanti insieme ai figli e, ovviamente, gli attriti fra le sorelle non tardano a farsi sentire. Per gran parte della durata del film, il pubblico non riesce a simpatizzare con la maggiore: la sua alterigia nasconde il vuoto di un’esistenza insignificante, dedita esclusivamente alla salvaguardia dell’apparenza ed alla difesa del benessere economico raggiunto; priva di sentimenti ma anche di principi morali, inizialmente non è chiaro se Jasmine sia al corrente o meno delle attività illegali del marito, forse perché in fondo la cosa non l’ha mai interessata, così come non è rimasta sconvolta dal fatto che questi si sia reso responsabile della rovina economica e familiare di sua sorella. Il suo atteggiamento, anche dopo la sua tragica vicenda, peraltro non cambia: nessun impiego è di livello abbastanza alto per lei che di guadagnarsi il pane quotidiano non ha mai avuto bisogno e tutti i suoi sforzi tendono al mantenimento della facciata, perpetuando  quelle finzioni che da sempre hanno dominato la sua realtà. La più modesta Ginger appare molto meno vacua e più umana: per lei la vita è una lotta, a cominciare dall’umile lavoro in un supermercato grazie al quale sbarca onestamente il lunario insieme ai suoi cari; le sue scelte in campo sentimentale, viste dalla prospettiva della sdegnosa sorella, sono sicuramente discutibili ma possono essere considerate nel complesso più limpide e comunque non danneggiano altri che lei stessa. Con una tecnica che alterna episodi appartenenti al passato newyorchese della protagonista a fatti del presente a San Francisco, la regia mostra gradualmente ogni aspetto della sua personalità fino a farne un ritratto a tutto tondo: un ritratto che, innegabilmente, non le fa onore. Tuttavia, nel corso della vicenda, la disperazione di Jasmine, per quanto derivi dalla sua miseria morale e psicologica, turba  anche gli spettatori. L’intero suo mondo le si rivolta contro, tutto ciò che lei crede di aver realizzato si dimostra un fallimento e non vi sono soluzioni possibili: nessuna speranza di salvezza, nessun futuro; Allen, alla fine, non le concede nulla, neanche la pietà.

Cate Blanchett sostiene qui uno dei ruoli più complessi della sua carriera e se la cava veramente bene. La sua bellezza algida è certo adatta alla raffinatezza del personaggio: luminosa quando la sua vita va a gonfie vele, sbiadisce gradualmente durante la discesa nel baratro fino alle ultime scene in cui i suoi occhi smarriti, espressione di un’esistenza distrutta, colpiscono letteralmente al cuore. Al cospetto della più devastante delle sofferenze anche l’ironia, presente in precedenza in numerosi passi così come è nello stile del regista, tace e lascia spazio al dramma, di fronte al quale ricchi e poveri, buoni e cattivi, tutti quanti siamo uguali… cioè nudi.

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