Circuit des Yeux: Overdue

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Circuit des Yeux è il progetto della songwriter americana Haley Fohr. Studiosa di ‘etnomusicologia’, creatrice di uno stile che sembra il frutto di un curioso miscuglio di folk, wave e psichedelia, ma dalle tinte oscure, quasi arcane, dopo tre album e varie pubblicazioni su cassetta o EP, ha rilasciato in questi giorni un nuovo lavoro: Overdue, a mio avviso, è un gran bel disco, ricco di stimoli e che evidenzia al meglio anche le sue doti di vocalist che, per altro, sono rilevanti. Il contesto musicale include sia il synth, spesso usato per produrre effetti drammatici che la chitarra acustica con arpeggi vicini al folk; la ritmica può variare ma i brani più lenti ed introspettivi sono, secondo me, i più efficaci. Apre la suggestiva “Lithonia” con un sorprendente arrangiamento orchestrale che rimane abbastanza unico in questo album: la voce della Fohr si leva subito, con una profondità che mi ha molto ricordato Nico, a costruire un’atmosfera di malinconia greve. Subito dopo, un cupo ma pacato arpeggio e il canto assume tonalità autunnali: “Hegira” esordisce così, ma il clima, dopo, si offusca ulteriormente, quando la chitarra elettrica ed il synth aggiungono spettrali arabeschi, dimostrando che qui non troviamo mai semplice folk; bella anche “Nova 88”, che inizia funerea come un lamento ma il cui andamento accorato viene poi indurito da scintille rabbiose. Oscura e minimale “Acarina” che, tuttavia, lascia spazio alle sperimentazioni vocali della Fohr, molto vicine a certi passaggi di Diamanda Galás, per concludersi con suoni da brivido.  Anche “Bud & Gin” comincia con note di chitarra acustica ‘folkeggianti’ ma poi vengono lentamente immessi inquietanti rumorismi e gorgheggi senza parole che turbano il clima; la stessa atmosfera si ritrova in “My Name Is Rune” in cui la voce forma un curioso contrasto con l’arrangiamento lento e ripetitivo, trasformando la forma ‘ballata’ in uno spettrale canto rituale. A questo punto “I Am” prende quasi alla sprovvista per la sua spietata aggressività che mi ha fatto un po’ pensare alla Siouxsie di “Voodo Dolly” e l’ultima, “Some Day” cede il predominio alla voce, chiudendo in potenza e lasciando decisamente soddisfatti dell’ascolto.

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